Francesca Tricarico Regista Nella Sezione Femminile Del Carcere Di Rebibbia

Francesca Tricarico Regista Nella Sezione Femminile Del Carcere Di Rebibbia

Un’avventura cominciata con un master di teatro sociale nella sezione maschile, con lo spettacolo “Cesare deve morire”,

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Ha una voce carica di entusiasmo Francesca Tricarico, mentre al telefono racconta del suo lavoro di regista nella sezione femminile del carcere di Rebibbia. Un’avventura cominciata con un master di teatro sociale nella sezione maschile, con lo spettacolo “Cesare deve morire”, (pièce che poi è stata ripresa al cinema dai fratelli Taviani), e che nel 2013 l’ha spinta a cambiare rotta, per indagare sulla realtà detentiva delle donne, più isolate e complicate rispetto agli uomini, relegate solo a progetti di cucito e cucina. Con l’associazione “Ananke” ha fondato due compagnie teatrali: la prima “Le donne del muro alto”, nella sezione di Alta sicurezza, e la seconda, “Più voce”, nella sezione media sicurezza. “Sono state le stesse detenute a scegliere il nome “Le donne del muro alto”, che nel 2013, sono andate in scena con un’opera su Didone, spettacolo che per la prima volta nella storia, ha aperto le porte della sezione femminile di Alta sicurezza di Rebibbia. “Un lavoro che all’inizio è stato difficilissimo”, dice Francesca, “perché le detenute erano molto diffidenti nei miei confronti, pensavano che il laboratorio fosse una scusa per promuovere solo il mio lavoro. Ci ho messo un anno a guadagnare la loro fiducia, ma poi quando hanno capito che eravamo lì per fare un progetto insieme, hanno iniziato a studiare con interesse, a fare ricerche storiche, ad appoggiarsi a vicenda”. Uno sforzo comune per il bene comune, attraverso il quale hanno avuto la possibilità di esprimersi grazie al potere della parola, protette dai testi dei grandi autori, che loro stesse hanno interpretato sulla base delle proprie esperienze, parlando in dialetto, la lingua delle loro radici. “Partendo dai testi”, sottolinea Francesca, “affrontiamo temi che poi nel carcere diventano cassa di risonanza verso il mondo esterno. Come è successo per “Ramona e Giulietta”, rivisitazione di “Romeo e Giulietta”, dove hanno affrontato il tema dell’omosessualità, tra le divisioni di chi lo sosteneva e chi, invece, lo considerava una vergogna. Purtroppo a causa della pandemia lo spettacolo non è potuto andare in scena, ma ci è stato attivato un servizio mail, che ci ha permesso di lavorare a distanza. Ho assegnato alle mie attrici compiti di scrittura e ricerca, ma interagire con loro per iscritto è stato faticoso”. Poi i laboratori sono ripartiti in presenza, nel pieno rispetto delle disposizioni sanitarie, e l’equipe ha portato avanti altri due progetti: uno all’interno della sezione dei reati comuni, e l’altro all’esterno, con le signore in detenzione alternativa. Con le prime ci siamo riunite in carcere due volte alla settimana per due ore, anche se non è stato facile recitare con le mascherine, mantenere la distanza di sicurezza in luoghi scomodi, tra mille interruzioni. Con le seconde, invece, ci siamo incontrare in uno spazio che abbiamo preso in affitto, per affrontare un lavoro molto delicato, che le aiuta soprattutto a rientrare nella società civile, dato che spesso quando escono non sanno dove andare, non hanno una famiglia che le accolga. Per ora hanno partecipato in sei, ma c’è ancora una lunga lista di candidate che aspettano di essere inserite, tanto che in futuro abbiamo in programma di integrarne almeno quindici. La grande vittoria è che il Magistrato di sorveglianza ha autorizzato gli spostamenti di ognuna, ed è come se avessero ottenuto un impiego riconosciuto, un lavoro a tutti gli effetti. Il fatto è che i progetti di riabilitazione in carcere sono quasi sempre affidati all’illuminazione del Direttore di turno. Troppo spesso, in Italia, il teatro non è apprezzato come dovrebbe, si tende a paragonarlo alla semplice animazione, senza tener conto di tutto il lavoro di ricerca, scrittura, e allestimento scenico, che c’è dietro ogni spettacolo. Durante i miei inizi a Rebibbia, la Direttrice era Ida del Grosso, che ci sostenute molto con l’area educativa. Abbiamo anche girato un documentario di un anno e mezzo nella sezione di Alta Sicurezza, ma l’esperienza cinematografica non ha gli stessi effetti della platea, capace di offrire un confronto diretto con lo spettatore”. Intanto, dopo il rinvio delle riaperture, annunciate per il 27 marzo, i teatri hanno visto sfumare l’ultimo spiraglio di luce per la loro ripartenza. Un settore gravemente danneggiato, in un’epoca che stenta a riprendersi dalla pandemia, che per chissà quanto tempo ancora, sarà promosso solo dalle iniziative digitali.

Giovanna Valori

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