Francesco Pegoretti Sfiora L’Oscar Con “Pinocchio”

Francesco Pegoretti Sfiora L’Oscar Con “Pinocchio”

Era nella cinquina per le acconciature del film di Matteo Garrone

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Forte di una carriera ultraventennale, maturata nel mondo del cinema, Francesco Pegoretti ha sfiorato la vittoria all'Oscar dove era candidato nella categoria "Miglior trucco e acconciatura", insieme a Dalia Colli. Per Francesco, originario di Castelnuovo di Farfa, si era anche mobilitato il sindaco del suo paese d’origine che aveva fatto installare un cartellone di incoraggiamento con le immagini delle sue acconciature, create per “Pinocchio” di Matteo Garrone. Grazie a questo film, Pegoretti aveva ricevuto lo scorso anno il David di Donatello, che si aggiungeva al precedente, conseguito nel 2016, per “Il Racconto dei racconti”.

Lo raggiungo telefonicamente, all’indomani della notte degli Oscar. Ciò che ti stupisce è la sua modestia, unita a una caparbietà e ad un intenso lavoro di studio e di ricerca: qualità che gli hanno consentito di raggiungere eccellenti risultati e di essere oggi conteso dalle più importanti produzioni, sia nazionali che internazionali.

Cosa hai provato quando hai appreso che eri dapprima nella decina e poi nella cinquina del riconoscimento più prestigioso del cinema?

Una fortissima emozione. Soprattutto quando ho appreso di essere nella short list dei primi dieci. Proprio lì ho capito che il gioco cominciava a farsi più serio.

Un sodalizio, quello con Matteo Garrone, davvero fortunato, iniziato con "Il racconto dei racconti", per cui hai vinto due David di Donatello...

Devo molto a Milena Canonero con cui avevo avuto modo di lavorare in precedenza. E’ stata lei a volermi fortemente per questo film e a fare il mio nome con Garrone e da lì è iniziata questa meravigliosa avventura che ricordo sempre con estremo piacere.

Proprio ieri, in sedici regioni del nostro Paese, sono state riaperte le sale cinematografiche. Un segnale di ripartenza anche per le maestranze in un settore che, almeno inizialmente, ha sofferto per la mancanza di aiuti adeguati?

Senza dubbio, anche se devo ammettere che solo i primi due mesi sono stati davvero difficili perché il nostro settore era completamente fermo. Poi da giugno tutto è cambiato e, paradossalmente, rispetto allo scorso anno, e ad esempio al mondo del teatro, che ha patito disagi più seri, molti set sono stati riaperti e io da allora non mi sono più fermato.

Quali difficoltà hai riscontrato nel lavorare negli ultimi mesi con le nuove stringenti misure adottate per far fronte all'emergenza Covid-19?

Il protocollo è indubbiamente molto rigido ma le restrizioni cambiano da paese a paese. Ci sono paesi all’estero dove, addirittura, le restrizioni sono ancora più stringenti di quelle che abbiamo in Italia. I tamponi sono tantissimi e, fino ad ora, sinceramente ho perso il conto, ma penso di essermi sottoposto ad almeno una cinquantina di tamponi. Ma si tratta di sacrifici minimi rispetto a quello che hanno patito molte altre persone. Penso a chi ha perso un familiare o il lavoro. In questo mi sento molto fortunato!

Capitolo Sanremo: per le cinque esibizioni di Achille Lauro si è più parlato quest’anno delle tue acconciature che delle sue canzoni…

Davvero? (ride) Si è trattato di una prova nuova per me anche perché il mondo della televisione, basato sulla diretta di un programma, richiede tempi strettissimi rispetto al cinema che notoriamente prevede tempi di preparazione molto più lunghi. E’ stata comunque una bella esperienza.

Tra le tue esperienze, sia a livello nazionale che internazionale, quale è stato il lavoro più difficile e perchè?

Una domanda difficile cui non so fornire una risposta. Secondo me ogni film richiede la stessa dedizione e attenzione. Per me ogni giorno è un po' come se fosse il primo giorno e in questo non ho mai perso il mio entusiasmo per quello che riesco a creare.

Vanti anche una collaborazione con Ferzan Ozpetek per "Napoli velata"...

Anche questo film ha richiesto un particolare impegno perché, seppur “Napoli velata” è ambientata nella contemporaneità, abbiamo utilizzato delle parrucche ed era necessario che non si vedessero. Nei film in costume l’artificio è sempre facile, più difficile nasconderlo.

Come nasce il tuo percorso artistico e la tua inclinazione per il “parrucco" cinematografico?

Ho iniziato da giovanissimo. Ho respirato l’aria del set fin da quando ero adolescente perché mia madre faceva lo stesso mestiere. Ho avuto una carriera abbastanza precoce. Già a 23 anni ero caporeparto.

Come è avvenuto il salto di qualità con "I banchieri di Dio - il caso Calvi" di Giuseppe Ferrara e subito dopo con “The passion” di Mel Gibson?

Quelli sono stati i miei primi lavori. Mi occupavo soprattutto delle figurazioni ma ho avuto la stessa cura e la stessa dedizione.

Esiste una differenza nel tuo settore tra il lavorare per un film destinato alla sala, rispetto a uno destinato per il piccolo schermo?

Non credo. Qualche minima differenza può esserci per la luce ma, al giorno d’oggi, anche un prodotto seriale, ad esempio per Neftlix, necessita della stessa attenzione di un film destinato alle sale.

Il tuo ultimo lavoro, in ordine di tempo, è un cortometraggio "Le mithe Dior" per una importantissima maison di moda. Esistono differenze tra le acconciature create per la moda, rispetto a quelle per il cinema?

Nel cinema e nella moda si raccontano ugualmente delle storie. A volte nella moda può giustamente esserci qualche nota di glamour ma ogni singolo personaggio deve essere sempre studiato nei minimi particolari.

Insegni per l'Accademia del cinema di Bologna. Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi si avvicina per la prima volta a questo mestiere?

Il mio consiglio è di rimanere sempre umili. Più vado avanti e più mi rendo conto che questa qualità è fondamentale e paga sempre. E, molto spesso, anche le lezioni sono spunto di riflessione e fonte di approfondimento anche per me. Dal confronto nasce sempre qualcosa di nuovo.

Emanuele Pecoraro

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