Lisa Ferlazzo Natoli

In occasione della prima nazionale di L’amore del cuore di Caryl Churchil

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Molte volte ci si pone il quesito se sia possibile discernere l’artista dall’opera d’arte. Se prendiamo in considerazione uno dei più celebri scritti di Martin Heidegger L’origine dell’opera d’arte, veniamo convinti dall’affermazione che “L’artista è l’origine dell’opera. L’opera è origine dell’artista. Nessuno dei due è senza l’altro”[1].

Può sembrare ovvia questa introduzione? Per l’arte non è sempre così. Per il teatro, però, il più delle volte sì. Prendiamo come esempio Caryl Churchill, drammaturga britannica riconosciuta tra le più celebri scrittrici contemporanee. L’autrice londinese ha potuto provare sulla sua pelle dei meccanismi di esclusione sociale, soprattutto in ambito lavorativo. Divenne madre in giovane età e questo le fu di ostacolo per inserimento nel mondo del lavoro. Infatti non le permise di agevolare le proprie ambizioni professionali: il rimedio individuato nella scrittura di brevi radiodrammi per la BBC permise ad una giovane Churchill di assecondare la vena artistica. Una carriera dominata da una fantasia sempre intrecciata a doppio filo con la politica del suo tempo, in un rapporto intimo con le tematiche trattate. È un mondo tormentato quello che lei ha descritto nei suoi drammi. Quando era molto giovane, Churchill scrisse un breve testo su cosa il teatro significasse per lei: Non normale non rassicurante, titolo che da solo basterebbe a descrivere tutto il teatro dell’autrice. Si potrebbe paradossalmente affermare che l’autrice ami profondamente il teatro, e che questo amore si manifesti nella volontà di distruggerlo dall’interno. Non sorprende quindi che i suoi lavori siano caratterizzati da una drammaturgia con un intreccio nient’affatto chiaro, ma piuttosto privilegino una narrazione frammentata e surrealistica: tutto rompe una narrazione tradizionale. A riprova di ciò l’autrice spesso cancella l’inizio e la fine di una storia, concentrandosi sul processo in atto dello svolgimento.

Il 15 maggio presso il Teatro Vascello di Roma va in scena come prima nazionale “L’AMORE DEL CUOREdi Caryl Churchil un progetto de lacasadargilla con la regia Lisa Ferlazzo Natoli e con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano e Angelica Azzellini; suoni ambienti e spazio scenico Alessandro Ferroni; luci Omar Scala; immagini Maddalena Parise; costumi Camilla Carè; aiuto regia Flavio Murialdi.

Abbiamo incontrato la regista Lisa Ferlazzo Natoli prima dello spettacolo per capire e approfondire non soltanto la performance ma la sua poetica e un confronto sul teatro oggi, un’attesa da capire, da sviscerare, forse, come “altro: l’allegoria (…). Mettere assieme, si dice in greco, σύνβάλλω. L’opera è il simbolo”[2]

Come mai la scelta di Caryl Churchill?

Sono sempre dell’opinione che le persone ci scelgono e ci fanno incontrare i testi ed è stata Paola Bono che ha curato tutte le edizioni della drammaturga. Conosciuta anni fa all’Angelo Mai per il progetto non normale e non rassicurante mi ha chiesto di rimanere su Churchill. Perché non è molto famosa? Intanto credo per il suo teatro non semplice. È una donna di grande complessità che ha sempre fatto esperimenti diversissimi tra di loro, non necessariamente tutti di impatto diretto. Certamente il lavorìo politico all’interno dei testi della Churchill ha fatto sì che il tutto si complicasse ancora di più, perché spigolosa.

La Churchill a un certo punto dichiara “L'immaginazione non deve avere gli stessi limiti della conoscenza fattuale; possiamo andar cauti nelle affermazioni filosofiche e scientifiche, ma non dobbiamo sentire, visualizzare e immaginare con cautela.” [3]

Appoggi questa dichiarazione?

Assolutamente sì e anzi credo che la capacità d’immaginazione è un movimento molto radicale quando l’immaginazione è radicata nel pensiero, nel ragionamento. Esperimento che qui, in L’amore del cuore, la drammaturga fa sulla nostra pelle, nella memoria del nostro cuore mettendo in crisi il linguaggio, la famiglia e mettendo alla prova il teatro chiedendo disponibilità sia al fruitore quanto all’attore e al regista che, spericolatamente, la segue.

When the rain stop falling (vincitore di ben tre premi UBU 2019- miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgia; miglior regia; migliori Costumi) tratta una situazione familiare, una crisi e lo stesso L’amore del cuore è ambientato in un interno familiare e questo torna a essere un fil rouge della tua poetica teatrale. Perché un’attesa tra le mura di congiunti? Viene in mente una caratteristica cechoviana, uno Zio Vanja, il personaggio di Sonja.

Sì sicuramente lo è. Mi interessa il luogo familiare, quello senza scampo perché credo che sia una microscopica lente di ingrandimento di quella che è la società intera. Ho bisogno di un contesto, luogo, di una comunità precisa per poter dare luce, poi, al fuori. L’attesa è quel qualcosa a cui siamo attaccati per dare un senso fino alla morte, il grande argomento, quest’ultimo, che poi c’è sopra e sotto a tutto, perché c’è l’eredità, quello che lasciamo a chi vien dopo di noi.

Perché la scelta del ruolo della regista?

Dopo aver fatto l’attrice per tanti anni mi sono innamorata più del teatro che dello stare in scena. Amo così tanto gli attori che desideravo accompagnarli. Io faccio il vigile, organizzo il traffico di persone di talento

Tornare dopo un’attesa di più di un anno a teatro?

L’apertura scellerata ha costretto anche a noi a scellerarci, poi noi avevamo da due anni questo progetto ed era inevitabile che si andasse. Detto questo resta il fatto che non c’è un progetto, un piano per le condizioni in cui siamo, in cui si ritorna, sarebbe stata un’occasione molto buona per riflettere sulle condizioni. Ho come l’impressione che ci sia una sorta di inconsistenza.

L’Italia ha davvero sentito la mancanza del teatro?

No.Non credo. Sarebbe più interessante se fossero i teatri a chiudere volontariamente. Ma siamo fragili, questo deve, però, spingere ognuno di noi ad avere un’alta considerazione per il pubblico per spingerlo a venire.

In L’amore del cuore i genitori Alice e Brian, la zia Maisie, il fratello Lewis – attendono il ritorno dall’Australia della figlia maggiore Susy. È una famiglia anche teatrale?

Beh sì. Sono i miei compagni di strada. Ma questa mise en scene è anche un grande omaggio al teatro, in quanto racconta la mancanza. Ci sono dei microfoni che ha disegnato Alessandro Ferroni che rendono il tutto una camera sonora, un’esperimento di macroscopia sonora

Maria Francesca Stancapiano


[1] Martin Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, Christian Marinotti edizioni, p.3

[2] Ibidem, p.9

[3] Caryl Churchill, “Not Ordinary, Not Safe: A Direction for Drama?”, The Twentieth Century [numero monografico: Young Opinion. No Contributor to This Number Is Over 25], vol. 168, n. 1005, 1960, p. 446.

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