Alle Armi, Cittadini. Il Grido Di Battaglia Di Frosini/ Timpano.

Alle Armi, Cittadini. Il Grido Di Battaglia Di Frosini/ Timpano.

Il duo artistico familiare è ormai una certezza del nostro Teatro. Non c’è contradditorio su questo.

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L’indegno critico in erba che ha studiato e studia recitazione, l’accreditato fortunato che gode del Teatro per provare a capirlo nonostante le sue scarse capacità di comprensione e la natura intrinsecamente ineffabile del mezzo in questione e della vita stessa, sta, in principio, comodamente seduto sul primo posto da sinistra, se consideriamo la platea, della quinta fila del Teatro India di Roma e attende l’inizio di “Ottantanove” di Elvira Frosini e Daniele Timpano, drammaturghi, registi ed interpreti dello spettacolo per il quale si sono avvalsi anche della collaborazione artistica di Davide Lescot e, per la prima volta, del lavoro attoriale di Marco Cavalcoli. E adesso che la premessa è fatta e ci siamo portati a casa alcuni importanti dati sensibili del lavoro citato, per un pezzo che si propone di fornire le proprie impressioni sullo stesso, possiamo permetterci il lusso di dare un’occhiata a quello che abbiamo vissuto.

E qui comincia il bello. O il brutto. O più semplicemente sia il bello che il brutto.Una critica seria dovrebbe essere rigorosa, scevra da pregiudizi, scarnificata da stanchezze del giorno e malesseri personali e fornire una visione soggettiva quanto più possibile onesta, o mi sbaglio?Beh, in ogni caso, che io abbia ragione o meno, la proposta dei due Artisti in questione non può definirsi, per quanto mi riguarda, totalmente buona o cattiva.

Però si può dire che “Ottantanove” è uno spettacolo importante. È uno spettacolo per cuori e menti forti. È uno spettacolo che parla a persone colte e preparate. È uno spettacolo intelligente che necessita di un uditorio pronto e dal background intellettualmente ricco.

Il duo artistico familiare è ormai una certezza del nostro Teatro. Non c’è contradditorio su questo. Non esistono possibili valutazioni diverse al riguardo. I due giocano stabilmente nel massimo campionato nazionale e lottano spesso per lo scudetto, insieme, va detto, a tante altre compagini, ma di certo non vanno mai incontro a disfatte.

Anzi. La loro carriera fino ad ora parla chiaro. E quest’ultimo spettacolo, presente all’interno del ricco cartellone del Roma Europa Festival, mantiene, se non addirittura innalza, il loro già elevatissimo standard di gioco. La Francia e la Rivoluzione francese, la tracotanza transalpina e la storica idiosincrasia italiana a questa caratteristica d’oltralpe. Il 1789, anno in cui venne presa la Bastiglia e il 1989, anno della caduta del muro.

Lo spettacolo di Frosini/Timpano è una cascata di informazioni, restituzioni, evocazioni. È una folle corsa che Timpano innesca ogni qual volta mette piede su un palcoscenico con la sua esigenza di prendere a picconate la vita, usandoci come testimoni e punching-ball (anche se credo che Lui non lo voglia consciamente- la roba di prenderci a pugni, intendo).I 3 parlano, recitano, performano, tentano di insegnare – e la loro parte didattica non la gradisco- e vogliono cambiare il mondo. Non sono al bar e non sono 4- e chissà se sono amici-, ma Gino Paolo potrebbe tranquillamente cantare di loro se li conoscesse. Citano, restituiscono, declamano e ballano.

Elvira Frosini è spirito recitativo senza se e senza ma. La ascolti e la guardi e sai che L’Arte esiste e le americane cariche di proiettori sono state inventate per darle luce. Cavalcoli sta e si mantiene egregio professionista come ha sempre dimostrato di essere. Pare deresponsabilizzato in un’operazione che porta la firma unica dei coniugi che marchiano a fuoco ogni loro atto teatrale e sarebbe pure normale se fosse effettivamente così, mentre Timpano scuote sé stesso come sempre, come fa tutte le volte che le sue vene si ricordano di vedere scorrere al loro interno sangue che ribolle solo con l’obiettivo di afferrare il mondo e tentare di ribaltarlo. Sono 90’ di passione quelli che si vivono assistendo ad Ottantanove, con punte di straniamento legate all’impossibilità di fermarsi anche solo per un attimo nell’arco del lungo viaggio che si intraprende recandosi a vedere lo spettacolo. Il paesaggio dai finestrini scorre rapido e occorre essere allenati, molto, per goderne appieno nonostante il ritmo da treno super rapido.

I 3 parlano di accidia moderna e negazionismi comodi, dello scontro tra filo governativi per comodità e sovversivi impregnati di e da facile propaganda populista. Come viviamo? Cosa facciamo per garantirci il nostro posto nella storia? È mai possibile che a poco più di 2 secoli di distanza dai fatti del 1789 solo la passività sia rimasta a contraddistinguerci oltre ogni misura? Siamo gli eredi emotivamente bolsi dei parrucconi francesi ghigliottinati per sovvertire quello status quo che ancora oggi non è cambiato? La settimana appena trascorsa ha visto in scena uno spettacolo che ha provato a rispondere a queste domande

Giuseppe Menzo

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