Raffaele Curi: Dal Cinema Alla Fondazione Alda Fendi

Raffaele Curi: Dal Cinema Alla Fondazione Alda Fendi

L’ esperienza di una mente instancabile che sfida la quotidianità più banale

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“Quando meno te lo aspetti, quello è il momento!” firmato Raffaele Curi. Una telefonata inaspettata e un appuntamento per un’intervista: ecco come un giovedì qualsiasi si può trasformare in una giornata vissuta con l’entusiasmo di chi scorge un quadrifoglio nell’erba d’un aprile felice. Ci accoglie in uno dei luoghi più intimi del suo instancabile genio, il salotto-studio dell’ abitazione di via Giulia, immersi tra pile di libri e capolavori di Man Ray,Carol Rama e Pizzi Cannella, solo per citarne alcuni.

Raffaele Curi, uomo dalle innumerevoli età; ha partecipato nel 1969 al film Three con una allora sconosciuta Charlotte Rampling, ma ha esordito come attore ne Il giardino dei Finzi-Contini di Vittorio De Sica ( film premiato con l’Oscar nel 1970) e ancora autore, scrittore, direttore artistico della Fondazione Alda Fendi - Esperimenti; mente instancabile che sfida la quotidianità più banale, è portavoce dell’antiretorica del sentire e dell’essenzialità del sogno. Dal 2001, grazie alle action e performances da lui dirette per la Fondazione Alda Fendi, ha raggiunto un pubblico sempre più vasto, attento ai cambiamenti dei paradigmi culturali della città capitolina e non solo…Ha coinvolto nomi importantissimi tra cui Vincent Gallo, Roberto Bolle, i Village People, Kim Carnes, Francesca Benedetti e tanti altri. Le performances da lui dirette sono rivelazioni di pensieri, materializzazioni di sogni in cui non mancano interferenze e citazioni artistiche: i performer sono un distillato di “pulsazioni vitali e di reificazione”.

Non è facile trovarsi nel suo studio, in quella circostanza, a cercare di cristallizzare maldestramente i momenti fatti di citazioni, aneddoti, con l’ambizione di potersi affidare al proprio fare nel ripercorrere le esperienze più importanti della sua vita, a braccio, senza aver preparato domande.

Ma come non perdersi nel mare dei suoi racconti e realizzare un’intervista efficace? “Le parole hanno il valore che dà loro chi le ascolta”, affermava Giovanni Verga; Ci si può solo affidare alla curiosità, mossi dal desiderio di conoscere l’originale sua spontaneità, l’ esperienza artistica pluriennale, per poi essere trasportati da ciò che di più nobile esiste al mondo: l’emozione dell’ascolto, verso chi ha sempre rappresentato le realtà più insospettabili del pensiero, lontane dal luccichio della vanità.

Iniziamo dalla tua infanzia, come era Raffaele Curi da ragazzo, eri obbediente o irrequieto?

Non mi sono mai sentito irrequieto; a scuola andavo bene, ho frequentato il liceo classico dai Salesiani di Macerata, sapevo che lo studio e la preparazione mi avrebbero dato possibilità per il mio futuro, pur non conoscendolo. Non avrei infatti mai pensato di girare ne “Il giardino dei Finzi- Contini” .

Quando ti sei trasferito a Roma e come è iniziato il tuo percorso nel mondo del cinema?

Avevo 16 anni, mio zio medico aveva una clinica a Fermo e mi consigliò, finito il liceo, di studiare Medicina. Ricordo che il primo esame era Chimica, ma sentivo che non era la mia strada. Così scappai da Perugia a Roma, volli iscrivermi all’Accademia d’arte drammatica ‘Silvio D’Amico’ e vinsi una borsa di studio, rientrando tra i primi sette. Avevo a disposizione quattrocento mila lire che negli anni ’70 erano una gran somma! Erano gli anni in cui conobbi tanti attori preparati tra cui Michele Placido, Sergio Castellitto,Massimo Dapporto, Anna Bonaiuto…

Sei stato anche assistente di Man Ray e hai conosciuto Carol Rama…

Era il 1975, conobbi Man Ray a Roma, in occasione della grande retrospettiva a lui dedicata al Palazzo delle Esposizioni e per alcuni mesi divenni suo assistente. Conservo anche una foto con lui mentre giochiamo a scacchi. Ho un bellissimo ricordo anche di Carol Rama, la loro creatività ha lasciato traccia in molti miei lavori successivi.

Sei stato diretto anche da Federico Fellini, ne il Casanova, uno dei film più complessi e maturi del regista riminese…

Si. Ecco una cosa che sanno in pochi. Il mio primo rapporto professionale con Fellini lo devo a Pasqualina Pezzola, la famosa “veggente” di Civitanova Marche, amica di Zeffirelli, Fellini e altri, chiamata la “Montesanta” perché si dice avesse il potere delle premonizioni e non solo. La conoscevo sin da piccolo, da quando avevo tre anni. Riusciva a leggermi dentro, a capire i miei stati d’animo e anche il desiderio di diventare attore contro il volere di mia madre che, rimasta vedova, era anche preoccupata per il mio avvenire. Fu Pasqualina a segnalarmi a Fellini, che aveva stima e quasi un “timore reverenziale” nei suoi confronti, lo chiamò davanti a me, facendo il mio nome per il film.

Passiamo dagli anni ’80 in poi; per 18 anni sei stato l’uomo delle pubbliche relazioni al Festival di Due Mondi di Spoleto, cosa ricordi di quegli anni?

Cosa ricordo di Spoleto?Mi viene da piangere se ci penso. Dicono che la felicità non esista, lì ho vissuto 15 anni di felicità! Pensa che non dormivo mai per non perdermi nulla. Spoleto era il paradiso, per lo meno per me. Con Giancarlo Menotti conobbi Nureyev, Shiley Verret, Calvino, Alfredo Arias, solo per citarne alcuni e ospiti internazionali d’eccezione come Carlo d’Inghilterra. Una fruizione democratica e equilibrata tra il pubblico di Spoleto e ospiti incredibili come Sophia Loren e Claudia Cardinale… Era un incanto di sentimenti.

Dal 2001 sei direttore artistico della Fondazione Alda Fendi esperimenti, realizzando tanti spettacoli tra cui “Di tre colori e d’una dimensione” del 2007; come hai coinvolto, tra gli altri, Olivia Magnani e Dominique Sanda?

Devo molto a Alda Fendi. Con Olivia Magnani ho un buonissimo rapporto, quell’anno fu fantastico! Ho voluto anche Dominique Sanda, non la sentivo da molto tempo, da I giardini dei Finzi-Contini. Mi raggiunse dall’Argentina, per agevolarla nella sua cultura plurilingue che passava dal francese, spagnolo all’ italiano creai un agglomerato di queste tre lingue che recitava: “Dio è nostra madre”, l’attrice piangeva spontaneamente mentre lo enunciava. E’ stato commovente.

Un altro spettacolo che ricordano in molti è stato Organze Cod. 116-7, in cui si riflette un’Europa “anoressica” e piena di difficoltà. Protagonista è la cantante Sainkho Namtchylak emblema di un cambiamento, ci puoi raccontare qualche curiosità?

Lei è straordinaria, una sciamana che ha studiato canto bifonico Xöömej, un canto della tradizione Tuva che richiede una cavità orale disposta in modo da permettere un effetto polifonico. Sapevo che era un personaggio molto difficile ma l’ho voluta. La immaginavo come un essere divino, un mix tra una mummia egizia e una Madonna di Loreto; e pensare che lei non ama affatto Madonna, la regina del Pop! Entrava in scena, trasportata da due ragazzi, completamente fasciata dalla testa ai piedi e impreziosita da grossi diamanti. Una voce davvero incredibile, fuori dal normale che ha incantato tutti..

Una curiosità: in pochi sanno che hai partecipato alle riprese de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, puoi raccontarci di più?

Si, anche se non compaio nel film, te la racconto. Era stato fatto il mio nome nel periodo delle riprese. Pensa che strano, avevo visto il giorno prima il Divo…Il giorno successivo arriva una telefonata dal direttore di produzione per coinvolgermi nel progetto. Abbiamo passato dodici notti per la famosa scena in terrazza, interpretavo uno scrittore fallito come Carlo Verdone e ci si incoraggiava a vicenda. Alcune battute me le ha scritte lo stesso Sorrentino, al momento, con una matita su un foglio di carta. Ricordo un bellissimo rapporto con lui. A Cannes però, durante la premiére, una mia amica giornalista mi riferì che la mia scena era stata tagliata. Non so cosa sia successo, ma lo appresi così. Gli scrissi una lettera,ironica, un po’ come l’annuncio sul giornale di Bette Davis. Ero sicuro che avrebbe vinto un Oscar: un film girato a Roma è sempre amato all’estero, mettiamoci anche qualche citazione di stampo felliniano...è un sicuro successo.

So anche che parteciperai al prossimo film di Pupi Avati su Dante ...

E’ un piccola particina , un cammeo, ma con un grande regista. Per me è come riallacciare un nodo, con Pupi Avati avevo recitato in altri film tra cui Jazz Band nel 1978. Questa volta però interpreto un cardinale alla corte di Avignone; sono davvero contento di averlo fatto.

In cantiere c’è anche una pubblicazione di poesie, quale sarà il titolo?

Si. Il titolo è Occhi blu avrà la notte, pubblicato da Edizioni GG il Cigno. Si tratta di una piccola raccolta di poesie che sentivo di dover scrivere e divulgare in questo periodo. Nella copertina c’è un’opera di Piero Pizzi Cannella.

Grazie Raffaele, ti siamo grati per il tempo che ci hai dedicato e per i particolari aneddoti che ci hai offerto.

Siamo in attesa del prossimo progetto per la Fondazione Alda Fendi, che vedrà protagonista un’opera di Picasso: un prestito artistico importantissimo proveniente dal Museo Ermitage di San Pietroburgo, con il quale la fondazione ha siglato un accordo triennale, avendo già esposto l’Adolescente di Michelangelo nel 2018 e il dipinto di El Greco dedicato ai santi Pietro e Paolo nel 2019. Sarà, come sempre, un evento gratuito per tutti. Auguriamoci ancora quelle “file chilometriche” per spettacoli e mostre della fondazione, come quando da un pubblico eterogeneo,emergeva tanto un giudizio raffinato quanto il contraltare spontaneo di un “A Curi, sei unico, facce sognà!”. Foto di Carlo Bellincampi.

Articolo di Giorgio Vulcano.

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