IL REGISTA VERO E INDIPENDENTE

Intervista a Vincenzo Lauria regista del film “Verso la notte” vincitore al Taormina Film Fest 2020 del premio del pubblico

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“Verso la notte” è uno di quei film indipendenti che dimostrano la possibilità di creare un’opera artistica valida senza avere i mezzi delle potenti produzioni. Ecco che viene fuori, allora, la bravura e la volontà di chi ha deciso di investire su se stesso contando su una squadra animata dalla necessità di esprimere la propria professionalità anche senza sicuri guadagni. Il film, distribuito da Cineclub Internazionale, è la storia di un amore autentico, tra due ragazzi dell’Iran Hesam e Maryam, ma è anche la storia delle insicurezze dell'animo fragile ed instabile dei protagonisti, che il regista Vincenzo Lauria ha reso sfruttando una grande veridicità anche lasciando parte dei dialoghi in lingua persiana. Nato a Viggianello (PZ) nel 1973, Vincenzo Lauria ha avuto sempre la passione per il cinema che lo ha portato a diplomarsi in regia cinematografica alla NUCT (Nuova Università del Cinema e della Televisione), presso gli studi di Cinecittà oltra a seguire corsi e seminari di regia e sceneggiatura cinematografica. Nella sua carriera può vantare la regia di riusciti cortometraggi, documentari, oltre a essere sceneggiatore televisivo per serie di successo. La sua arma vincente può essere anche una grande sensibilità che ha mostrato in ogni risposta che ha dato in questa intervista.

Cosa significa oggi fare cinema indipendente?

Di certo il cinema indipendente ti lascia quella libertà che altri meccanismi non ti consentono. Tutto è condivisione, dibattito e soprattutto si può seguire il proprio istinto senza la pressione di interessi commerciali. Quindi possiamo affermare che il cinema indipendente è più vero. Naturalmente ci sono anche le difficoltà come cercare risorse e aspettare le giuste persone che possano interessarsi al tuo progetto. Anche la scelta degli attori può essere dettata dalla selezione degli interpreti che effettivamente si adattano al ruolo senza la necessità di affidarsi a volti noti.

Non credi che lasciando la storia della senzatetto Anna ai margini della pellicola, lasci allo spettatore la voglia di conoscere più particolari della donna?

“Verso la notte” sin dall’inizio è nato come una storia aperta perché si voleva evitare il giudizio che in genere comporta una storia chiusa. Per questo le ricostruzioni delle vicende sono sicuramente frammentarie non sempre messe in una sequenza logica. Proprio perché l’emotività non può essere data da passaggi in ordine cronologico. La storia di Anna è in parte conosciuta e in parte rielaborata, al pubblico basti sapere che la donna per il momento deve vivere la sua vita in strada senza, comunque, perdere mai una sua dignità.

Possiamo definire i due protagonisti uno vittima e l’altro carnefice o viceversa?

No, è semplicemente una storia d’amore che a un certo punto sfugge di mano ai protagonisti. Ecco che allora si verifica quella collusione che porta alla rovina. Voglio anche chiarire che la gelosia di lui non è affatto legata a motivi culturali che si rifanno all’Iran suo paese di origine. Sono due persone che potrebbero essere di qualsiasi parte del mondo che a un certo punto condividono la loro sensibilità.

Come mai la scelta di lasciare in lingua persiana i dialoghi della coppia?

Fondamentalmente per due motivi. Il primo per lasciare una certa veridicità alla storia. E’ normale che due persone che appartengono allo stesso paese fra di loro parlino la lingua di origine. Il secondo è che mi piace molto la musicalità della lingua Farsi.

Per questa storia lasci al pubblico una libera interpretazione o preferisci che venga recepito ciò che effettivamente volevi esprimere?

Diciamo che ho sentito solo la necessità di elaborare certe cose per cui non mi aspetto di dare un messaggio preciso. Magari ho voluto solo esprimere la mia convinzione che mettere delle gabbie intorno alle relazioni porta alla distruzione della relazione stessa. Infondo, qualsiasi cosa che opprime può portare alla distruzione. E poi la cosa importante è stata quella di rappresentare sempre la verità. Non a caso la pellicola è stata girata in una Roma non turistica fra un viavai di persone vere nella loro indifferenza

Cosa ti ha soddisfatto di più del film?

Sicuramente l’entusiasmo della squadra considerato che siamo partiti da una situazione autogestita fra tutti amici. Un gruppo alquanto poliedrico che non ha temuto di lavorare senza compenso diventando poi ognuno in qualche modo padrone del film. Tutti elementi molto validi fra cui Rosa De Santis che si è occupata della produzione e della raccolta fondi fra amici e amici degli amici, oltre alla parte burocratica e alla pubblicità. A coadiuvarla nell'impresa Vincenzo Libonati.  Degna di nota la fotografia di Gianluca Sansevrino che, con l’ausilio di Sara Abdel Gayed, è riuscito a creare degli effetti che hanno impreziosito ogni scena. E ancora la colonna sonora di Giuseppe Bonafine, con il grande jazzista Pino Iodice, il suono di Silvestro Suppa, i costumi di Erminia Melato, il montaggio di Keivan Abivar, la scenografia e il trucco di Cecilia Ceccarelli e la segretaria di dizione Ida Beyti.

Rosario Schibeci

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