Cammini Labirintici - Duccio Berti

Cammini Labirintici - Duccio Berti

Ogni opera è la pagina stessa del mio labirinto e costituisce l’irrazionale della ragione che mette a nudo la verità delle cose. Proprio come Teseo che riemerge dalla luce dopo aver affrontato la sua prova.

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Duccio Berti, il primo artista negli anni ’70 a utilizzare in Italia la tecnica fotografica “multivision”, è stato allievo del pittore Mauro Reggiani e dello scultore Armand Pierre Fernandez. Finora ha esposto le sue opere in Italia e nel mondo, principalmente a New York, Taipei, Seul e Francia, dove vive e lavora. All’inizio della sua carriera è attratto dalla fotografia e si appassiona ai maggiori esponenti del surrealismo e dell’espressionismo astratto. Poi, negli anni ’80 la svolta nella sua produzione artistica con la partecipazione al movimento della Transavanguardia: dipinge per la prima volta a olio, diventa esperto di tutte le tecniche pittoriche e rivolge la sua attenzione ai pittori italiani “onirici”. Attualmente, amando le sfide, utilizza materiali poveri come matite, tempere, gessetti, carbone e quant’altro perché mi piace la difficoltà nell’usare questi elementi. Un tema ricorrente nella produzione artistica di Duccio Berti è rappresentato dall’emblema del labirinto che per la sua stessa forma figurale, rappresenta il nostro cammino “labirintico” verso le grandi trasformazioni e quindi noi stessi. L’artista ha avuto un’intuizione culturale che nessuno mai prima aveva formulato, ovvero questo segno iconografico nella storia dell’umanità appare ogni volta che si passa a una “fase di crisi” della società in cui si palesa l’instabilità, l’indicibilità e l’illogicità. Il labirinto di Duccio Berti è un luogo dove entrata e uscita coincidono, indice della sua ambivalenza simbolica; è un luogo dove una volta entrato l’uomo, confuso e disorientato psicologicamente, spazialmente e temporalmente, deve cercare intelligentemente la strada giusta per arrivare al “centro”, in un sistema di percorsi intrecciati e fuorvianti, di vie ingannevoli, simbolo della realtà odierna incerta e tormentata, e di lotte quotidiane “brutali e bestiali”, metaforicamente rappresentate dai soggetti delle sue opere. Ma come possiamo smarrirci in una strada che conduce a una sola meta (il centro)? Qui l’uomo è portato a chiedersi: se andare avanti o indietro, anche se spesso non ci rendiamo conto di dove stiamo andando e questo equivale a domandarsi, qual è la strada giusta? Il fine ultimo dell’esistenza non è trovare la strada giusta ma riflettere e comprendere il perché stiamo entrando o uscendo. Probabilmente, per l’uomo contemporaneo il massimo sarebbe trovare una via dritta e diretta verso il centro, a cui la scienza invano sta lavorando da secoli e, curiosamente, corrisponde al nostro modo di pensare poiché il “Progresso”, che tristemente da significato alle nostre vite, è rappresentato da una linea dritta. Nel labirinto il percorso è indice del viaggio verso il centro, il luogo sacro della rinascita, l’Arte. La scrittura poetica e il ricorso al figurativo danno vita all'esistenza di un nuovo abecedario dell'arte e dell'esistenza e rappresenta anche una sfida perché oggi il figurativo viene considerato un apparato superato. Le opere, di Duccio Berti, evocano la catastrofe del Minotauro, simbolo dell’inquietudine umana odierna, da sconfiggere per rinascere spiritualmente, umanamente e socialmente. Nel suo labirinto vediamo colori sgargianti e luminosi indice che l’oscurità non è più assenza di luce ma continua sperimentazione e consapevolezza ovvero la verità dell’arte, ma anche per testimoniare la profondità e il mistero del proprio essere, non del tutto ancora trovate. Ogni opera è la pagina stessa del mio labirinto e costituisce l’irrazionale della ragione che mette a nudo la verità delle cose. Proprio come Teseo che riemerge dalla luce dopo aver affrontato la sua prova.

Testo critico di Federica Fabrizi

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