Emozioni Di Vita Tradotte Nell’arte – Enrico Rasetschnig

Emozioni Di Vita Tradotte Nell’arte – Enrico Rasetschnig

La volontà di trasmettere emozioni è il filo rosso che lega le opere dell’artista ed a tal proposito, ciò che conta di più per lui è il contatto con l’anima.

stampa articolo Scarica pdf


Enrico Rasetschnig, da autodidatta, dopo aver sperimentato diverse tecniche e accostamenti di colori, è riuscito a trasferire sulla tela le intense emozioni della storia personale che lo hanno cambiato, sorpreso e travolto. Quando dipinge, l’artista esteriorizza la propria interiorità. Nelle opere, l’artista riesce a rappresentare in modo creativo, personale e peculiare, il suo IO.

Le prime opere di Enrico Rasetschnig sono frutto di un’unica esperienza emotiva, per lo più adolescenziale, in cui riesce a tirar fuori sentimenti nascosti, repressi e spesso inascoltati. Tutte le altre opere sono nate dalla sintesi di emozioni, gioie, frustrazioni e dolori, che vengono scaricati sulla tela in un’unica immagine pittorica.

Enrico Rasetschnig, inizialmente, viene ispirato da Gauguin per il colore, da Matisse per l’astrazione delle forme e il modo di colorare, da Schiele per la drammaticità del segno e da Picasso per la fantasia. Agli albori della sua carriera, nelle opere troviamo un simbolismo fatto di volti, ritratti e paesaggi lirici.

Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, Enrico Rasetschnig realizza dei paesaggi poco dissimili l’uno dall’altro senza particolari percepibili. Questi dipinti sono caratterizzati da masse di colore vibranti, di emozioni intime e profonde, suscitate dai racconti dell’esodo istriano vissuto dalla sua famiglia. L’artista, in queste opere, ha voluto dare corpo a luoghi e paesaggi di quelle terre lontane e ha voluto esprimere anche tutto il provato dalla popolazione “Giuliano - Dalmata”. Non avendo vissuto in prima persona il tragico esodo, l’artista ha sentito sin da subito l’esigenza di tradurre in arti visiva ciò che i suoi parenti gli raccontavano a parole. Enrico Rasetschnig ha quindi voluto trasporre il dolore, la brutalità e la speranza di una popolazione in fuga.

Enrico Rasetschnig inizia quindi a dipingere paesaggi, ispirandosi all’impressionismo astratto. In questa corrente artista, egli ritrova tutta la liberazione, la consolazione dell’animo, la via di uscita dalla confusione, dalla sconfitta e dalle disperazioni. Nel suo procedere verso la riflessione, l’artista rielabora le esperienze dadaiste, surrealiste ed espressioniste. Addirittura, arriva a rifiutare la ragione e, di conseguenza, la forma: l’informale, baluardo della sua poetica. La scelta di porre l’accento sull’emozione anziché sulla forma, mira alla rappresentazione del suo stato interiore e al predominio della visione interiore su quella ottica. Il passaggio all’informale gli permette, attraverso pennelli, spatole e la materia viva, di proiettare sulle tele bianche la sua autentica identità. Questa decisione nasce dall’esigenza e dalla volontà di trasmettere le emozioni, attraverso la narrazione non figurativa. L’artista afferma: «se scelgo di disegnare un animale più l'immagine è precisa, reale, più è facile che susciti una reazione, un'emozione nello spettatore. Il problema è che è troppo legata ad altre emozioni simili generate da immagini reali o virtuali che rappresentano lo stesso oggetto».

Le sue opere sono bidimensionali per una precisa scelta concettuale. Infatti, secondo Enrico Rasetschnig, la terza dimensione non è la semplice creazione di uno spazio abitabile ma è un vero e proprio spazio psichico.

Dote fondamentale che Enrico Rasetschnig riconosce ad un qualsiasi artista è la capacità di trasmettere tutto il suo mondo interiore nelle opere che produce. Se manca tale interiorità, manca l’arte nel suo senso più completo e profondo. Per Enrico Rasetschnig l’importante è emozionarsi per emozionare, stupirsi per stupire, meravigliarsi per meravigliare l’osservatore.

Enrico Rasetschnig, con le sue opere, vuole proporre la sua anima segreta, lasciando libera interpretazione a chiunque voglia godersi la sua arte. Quello artistico non è di certo un linguaggio univoco ed infatti la libertà di espressione, così come quella di interpretazione, devono coesistere ed integrarsi in maniera armonica. L’opera vive di una luce sempre diversa, ogni volta che viene ammirata.

L’opera deve avere vita propria. L’opera non è qualcosa che si desidera possedere, bensì qualcosa che vuole donarsi a tutti noi.

Ad Enrico Rasetschnig basta averla creata.

Per amore della libertà, Enrico Rasetschnig gioca con le forme, i segni e i colori. Non segue regole e si lascia guidare dall’ispirazione e dall’emozione del momento.

Enrico Rasetschnig, da autodidatta, ha imparato tecniche pittoriche diverse e con la magia dei colori, in un flusso continuo, ha scoperto un universo che continua a crescere, sorprendere ed affascinare.

Utilizza il colore e il segno come mezzo per trovare una soluzione estetica nuova, una soluzione per indagare l’emozione. La valorizzazione di un’opera non sta nella composizione ma in ciò che essa costituisce. Il suo linguaggio artistico, grazie alla forza comunicativa del colore, riesce ad esprimere suggestioni e stati d’animo difficili da spiegare a parole o da narrare figurativamente.

Per spiegare l’utilizzo che fa sia del segno che del colore, l’artista stesso ha affermato che:

[…] ho sempre utilizzato tavolozze molto ricche di colori, alternando colori caldi e colori freddi. Negli ultimi dipinti ho radicalmente ridotto la mia tavolozza, almeno apparentemente, a due, tre colori, più il bianco e il nero. Quelli che preferisco sono le terre, il blu, il rosso, il grigio, l’arancione e il giallo. Naturalmente se un colore l’ho finito, uso quello che ho […] Il segno può essere esplicito, un tratto di carboncino o pastello, o implicito, dato dall’incontro di due colori. Per me è importantissimo, perché è la base del mio processo creativo. Cerco di non abusarne perché può costringere, limitare, l’interpretazione di chi guarda il dipinto.

Enrico Rasetschnig ha realizzato le sue prime opere pittoriche ad olio, prevalentemente su tela e qualcuna su cartone. Poi gradualmente ha iniziato ad usare i colori acrilici fino ad abbandonare quasi completamente l’olio. I colori ad olio, avendo un’asciugatura troppo lenta, non gli permettevano quella rapidità di cui l’emozione istintiva necessita. Unico difetto: colori meno brillanti. Solo in un momento successivo, l’artista ha cominciato a sperimentare tecniche miste, utilizzando sullo stesso dipinto gessi, matite, carboncini, oil stick, colori acrilici, colori ad olio, smalti e cera a freddo. Enrico Rasetschnig, raggiunta una buona esperienza, si è misurato con la tecnica ad encausto, in cui non è possibile modificare l’opera una volta realizzata, altrimenti la cera subirebbe danni irreparabili.

Il processo creativo che attua per i suoi quadri astratti è sempre lo stesso: traccia una serie di segni a caso, con gestualità istintiva, per dare vita alla tela usando grafite, fusaggine, gessi colorati e matite. Lascia andare la mano dove vuole per scoprire il subconscio e farsi sorprendere dall’inatteso. Passa molto tempo a osservare queste tracce casuali. Gira più volte la tela fino al momento in cui l’idea che ha dell’opera, non comincia a trasformarsi nell’opera stessa e cioè, a divenire. A questo punto inizia a lavorare sulle strutture, a scegliere i colori e a dare forma al dipinto. L’immagine che realizza, in definitiva, è la sintesi di un’emozione espressa attraverso linee e colori, un’immagine bidimensionale originale, un nuovo oggetto, una nuova realtà: il dipinto stesso.

Attualmente, Enrico Rasetschnig sta sperimentando una nuova tecnica: dipingere su tela grezza. L’artista mette più strati di colore sovrapposti che, poi vengono graffiati via, fino a scoprire lo strato di colore che vuole utilizzare per una parte del dipinto o per una campitura della superficie pittorica. Questa tecnica di esecuzione gli permette di dare più pathos al dipinto. L’idea di cimentarsi con questa nuova tecnica, è scaturita in Enrico Rasetschnig, ammirando le opere di Leon Golub sulla guerra del Vietnam e sulle atrocità commesse dai mercenari in Africa.

Testo critico di Federica Fabrizi

© Riproduzione riservata