D Come Donna Uguale A V Come Vagina

D Come Donna Uguale A V Come Vagina

Un omaggio alle donne iraniane e non solo lo spettacolo teatrale D=V del laboratorio sociale delle "Tre Pareti" in scena al teatro le Muse di Roma

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Un tutto esaurito per il debutto del Laboratorio teatrale "Tre Pareti" di Geppi Di Stasio al teatro delle Muse di Roma.

Dal Titolo D=V donna uguale a vagina, un gruppo di dieci attori: Francesco Pascucci, Salvo Mineo, Alessio Fabiani, Claudio Oddi, Massimo Bonforti, Roberta Pica, Stefano Giuffrida, Carla Borra, Nada Paoluzi, Gabria Cipullo, Irene Armati con i docenti Geppi Di Stasio, Roberta Sanzò e Antonio Mirabella, hanno realizzato uno spettacolo sulla violenza alle donne. Un'alternanza di monologhi e immagini per riflette sui soprusi delle minoranze e sulle cattive interpretazioni religiose.

Come scritto sulla locandina, la rappresentazione parte da un omaggio alle donne iraniane, che in questi giorni si battono per la libertà di espressione. Sono i capelli tagliati e le hijab bruciati e calpestati nelle proteste in piazza di giovani donne e giovani uomini, a mettere in crisi una dittatura che arresta, imprigiona, reprime e umilia. Una dittatura fatta di uomini che picchia e non dialoga, che usa il controllo sociale per arrivare a quello politico, che si nasconde dietro una religione per rivendicare possessi e giustificare brutture.

Da questi fatti di cronaca, dalla storia avvenuta non in terre straniere, ma in Italia, inizia lo spettacolo in ricordo Saman Abbas, giovane donna pakistana, la cui unica colpa fu quella di voler sposare l'uomo che amava, opponendosi alla famiglia e al matrimonio combinato. Vestite di nero entrano in scena le 5 attrici che impersonificano le donne, vittime di soprusi, violenze e sopraffazioni subite dall'uomo. La storia viene raccontata anche dai 6 attori che con le loro voci forti sottolineano come la violenza è normale, giustificata, legittimata da un consenso unanime, verso cui la donna è solo oggetto, per tanto può essere posseduta, modificata e plasmata. Un oggetto privo di dignità e di diritti.

Geppi Di Stasio, autore del progetto, ha voluto ribadire che gli attori possono e devono essere politicamente scorretti, schierarsi e prendere parte a battaglie.

In questo spettacolo teatrale si omaggiano tante donne, dalle statistiche addirittura 1/3 è vittima di violenza fisica e sessuale, quasi sempre consumata in casa da mariti padroni o da amanti rifiutati. Come la giornalista americana Silvia Plath che, nonostante i successi ottenuti e la sua luminosa carriera, dentro le mura domestiche era considerata dal marito inadatta, fallita, inutile tanto da desiderare la morte. Si suicida dopo aver ordinato casa.

Scene toccanti, commoventi monologhi ci riportano ad un altro fatto di attualità. La morte di Masha Amini, la ventiduenne curda uccisa dalla polizia religiosa perché dal suo velo usciva una sola, ribelle, innocua ciocca di capelli. Gli attori insieme declamavano Donne-Vita-Libertà slogan utilizzato nei cortei dell'Iran e da tutti quei paesi che insieme alle donne reagiscono all'imposizione non solo di un indumento, ma di un'idea di libertà. Il femminilismo islamico non lotta contro il velo ma contro l'obbligo del velo. La libertà sta nella scelta. Sbagliato dare per scontato che tutte le donne velate siano oppresse, sminuisce la scelta di coloro che lo vogliono indossare, bisogna combattere affiche non ci sia più un "giusto metodo" di indossare il velo, né un'imposizione.

D=V significa donna uguale a vagina, donna come oggetto sessuale, da dominare, vocabolo della vergogna. Donna intesa come organo riproduttivo che serve per il piacere e per la salvezza della specie, D come donna senza diritti.

Si ha fiducia in un radicale cambiamento, sapere che anche gli uomini sono contrari a questi stereotipi, che anche le loro voci iniziano a sentirsi, sul palco erano i 5 attori, in sala tutti gli uomini che applaudivano e in strada i manifestanti che per la loro presenza sono morti come Majidreza Rahnavar e Mohsen Shekari, i dimostranti i cui visi sono stati proiettati sul grande schermo come ultimo saluto.

Chiara Sticca

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