Emigranti

Perché pensare non vuole dire essere scemi.La recensione di Unfolding Roma

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L’energia che si respira è estrema tensione di stati d’animo. Pathos, ilarità, sospensione, sospiri. L’empatia è un filo continuo e teso che non smorza l’attenzione del pubblico. Risate, silenzio e attenzione si percepiscono sulla pelle.

Per la prima volta inerme di fronte le parole. Incapace di descrivere una globalità essenziale e minuziosa, che rinchiusa in un baule e aperta esplode in un dialogo serrato, denso, ricco, energico, tragico e divertente al medesimo tempo.

Emigranti, di Slawomir Mrozek. Drammaturgo e scrittore polacco si dedica ai testi teatrali dal 1958. Assiste al disfacimento culturale e il suo sguardo rivolto al teatro non si avvicina alla vita quotidiana. L’intento, nell’azione teatrale, è non creare conseguenza alcuna; sulla scena ha tutto un inizio e una fine. Nella vita reale, invece, quanto accade spesso è imponderabile.

Emigranti. Il suo debutto lo deve al Todi Festival - XXIX edizione -. Tra i dieci spettacoli in scena, ha riscosso un ampio consenso di pubblico. Prodotto da Mauri-Sturno, dal 27 all’8 novembre a Roma, Teatro dell’Orologio, Sala Gassman.

Regia di Giancarlo Fares, aiuto regia Vittoria Galli e Viviana Simone. Con Marco Blanchi e Giancarlo Fares, costumi Gilda e foto di scena Federica di Benedetto, grafica Simone Calcagno.

Emigranti. Due personaggi abitano in un seminterrato. Qui. Il luogo si intuisce. Un paese dell’Est, certamente. Un contadino e un intellettuale. Confronto. Diverse personalità, razionale e filosofica. Pratica e semplice l’una, articolata e ordinata l’altra. I costumi che indossano li caratterizzano.

Emigranti. Non hanno nome. Vivono l’imminenza dei festeggiamenti della notte di Capodanno. Un albero di Natale illuminato ci comunica il periodo festivo. Due brandine, un tavolo e due sedie, dei mobili. L’idea, come la costruzione degli stessi, è un insieme di cassette della frutta di legno e dei pallet lasciati grezzi, che in modo omogeneo donano alla scenografia semplicità.

Emigranti. Descrizione di luoghi, azioni e situazioni, voglia di parlare, sensazioni e condivisione. Prendono vita concetti. La realtà, il mondo, i problemi sociali. Analizzare tutto, annotare tutto. Il linguaggio forbito e gretto si mescolano tanto da creare un disordine caotico nella mente di chi guarda. Tante emozioni incidono i pensieri.

Emigranti. Filosofia, ipotesi, suoni, gesti, movenze. Il sonoro è gestito con maestria. Ottima la scelta musicale di sottofondo. Il ritmo non si perde neanche creando melodie mediante gli elementi di scena e con le stesse mani a battere sul tavolo.

Il tono fa la musica. Le voci. La dizione. Trascinano gli astanti dentro quella prospettiva che gli è resa dai due attori coinvolgenti e pieni di brio.

Emigranti. Sognare. Ricordi. Meditare. Paure. Abbandonare sul tempo. Rimandare l’obiettivo su un chissà se. Orientarsi. Abituarsi alla gente del luogo. Mischiarsi. Qui. Questi non sono umani. Giochi goliardici per sdrammatizzare l’atmosfera. E luci e candele sono un tocco delicato.

Sulla politica, sulla società, sulla libertà nell’esprimere ciò che si pensa, sulla schiavitù, sui diritti, sul consumismo, sul potere. Come sganciarsi dall’ipocrisia del potere, dalla cupidigia della quale ci rendiamo prigionieri.

Essere schiavo degli oggetti è una schiavitù più perfetta della migliore delle prigioni.

L’essenza è disporre di noi stessi per renderci liberi e poter creare una comunità saggia e buona, se vogliamo la stessa cosa. Chi ce lo impedisce?

Emigranti. Una visione attuale e disarmante. Rintocchi generazionali mai del tutto definiti, bensì  deformati dal costante menefreghismo di chi ci governa rendendoci dipendenti e sottomessi. I sogni bisogna sapere come farli uscire, mai reprimerli ne rinunciarci.

Non rendiamoci muti.

Annalisa Civitelli

Foto di scena Federica di Benedetto

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