L’OMBRA ACCANTO CONQUISTA IL TEATRO HAMLET DI ROMA

L’OMBRA ACCANTO CONQUISTA IL TEATRO HAMLET DI ROMA

Pubblico entusiasta ed emozionato per il nuovo lavoro teatrale scritto da Antonio Mocciola con la regia di Giorgia Filanti

stampa articolo Scarica pdf

L’ombra accanto potrebbe essere qualcuno che non c’è più ma che continua a fare parte della nostra esistenza ma anche un alter ego capace di fare vivere due vite parallele senza che si possa escludere nessuna di esse. Nell’ “Ombra accanto”, rappresentato al teatro Hamlet di Roma con un ottimo successo di pubblico, c’è proprio tutto per una profonda analisi dell’elemento umano che si trova a vivere con i condizionamenti imposti dalla famiglia, dalla religione e dalla società. Influenze a cui nessuno può negarsi ma che sono destinate a esercitare impulsi diversi a seconda dei caratteri che le recepiscono creando, a volte, dei danni anche irreparabili. Con la scrittura di questo testo Antonio Mocciola ancora una volta scava nel profondo con quella libertà di pensiero che caratterizza ogni suo lavoro senza timore di andare a infrangere i tabù di istituzioni forti come può essere la Chiesa con le sue regole basate sulla morale. E questa volta l’ottimo copione ha trovato una degna regia che potesse rappresentarlo con una Giorgia Filanti che è riuscita a non scadere mai nella volgarità anche quando le scene di nudo o gli argomenti diventavano più scabrosi. La regista, infatti, ha fatto trapelare la vera essenza di ogni personaggio consentendo al pubblico di concentrarsi su ognuno di loro nonostante sul palco fossero sempre in tre.

La fortuna è stata anche quella di avere tre favolosi interpreti che prima che con la voce hanno parlato con il corpo. A cominciare da Serena Borelli nel ruolo di Antima sciatta casalinga che vive fra l’illusione che suo figlio suicida sia ancora vivo e un marito sempre più assente e infedele interpretato da Gabriele Guerra. E ancora Francesco Giannotti l’amante deciso ad avere quel marito tutto per se anche se la sua condizione lo impedirà sempre. Ognuno, a suo modo, ha saputo rappresentare quella dualità fra vittima e carnefice che ha portato il pubblico a non schierarsi con nessuno di loro ma di essere semplicemente spettatore della fragilità umana in cui per qualche aspetto ci si può sempre rispecchiare. Infondo, i sentimenti, i vizi e le virtù sono messi tutti in scena consentendo di provare le sensazioni diverse che possono suscitare l’amore, la fede religiosa, la perversione, la pazzia, la compassione, la sensualità, l’erotismo fino alla ricerca di una felicità, o forse serenità che, nonostante tutto, si vuole sempre raggiungere anche con il rischio di ferire qualcuno caro.

Anche con pochissimi elementi di scenografia, la bravura della regia e degli artisti ha consentito all’immaginazione degli spettatori di vivere gli ambienti diversi della storia avendo a volte l’impressione che tre scene diverse potessero vedersi simultaneamente. E proprio il finale ha dato quel colpo di scena fondamentale per non cadere nello scontato regalando anche quell’effetto cinematografico che ha reso prezioso quello che già era molto valido.

                                                      Rosario Schibeci

© Riproduzione riservata