Bestia Da Stile

Il regista riesce perfettamente a far emergere la figura di Pasolini. Assistendo allo spettacolo si ha la limpida sensazione di assistere alla rappresentazione della vita stessa del grande poeta.

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Ieri sera Unfolding Roma era al Teatro Studio "Eleonora Duse" per lo spettacolo BESTIA DA STILE di PIER PAOLO PASOLINI. Si tratta del saggio di diploma dell'allievo regista Fabio Condemi, in scena in via Vittoria dal 9 al 16 novembre 2015.

Compagni di viaggio del regista, fresco diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, sono stati Gabriele Portoghese, Valeria Almerighi, Arianna Di Stefano, Paolo Minnielli, Xhuljo Pethushi e gli allievi Carmelo Alù ed Emanuele Linfatti.

La scena è di Bruno Buonincontri, i costumi di Gianluca Falaschi, le luci di Sergio Ciattaglia.

Bestia da Stile fu scritta dal 1965 al 1974. Lo stesso Pasolini, nella nota introduttiva al dramma, spiega: ”Ho scritto quest'opera teatrale dal 1965 al 1974, attraverso continui rifacimenti, e quel che più importa, attraverso continui aggiornamenti: si tratta, infatti, di una autobiografia”. Un vero e proprio testamento in realtà, dato che di lì a poco, il poeta friulano verrà assassinato all’Idroscalo di Ostia.

Tutto il dramma, tramite la narrazione delle vicende di Jan, descrive il percorso culturale e psicologico di Pasolini. Dal suo amore per la tradizione contadina friulana, alla sua formazione culturale e letteraria, dall’onnipresente ricordo della sua passione per Rimbaud, al ricordo del fratello Guido, partigiano e morto appena diciannovenne nei fatti legati all’eccidio di Porzus.

Il regista riesce perfettamente a far emergere la figura di Pasolini. Assistendo allo spettacolo si ha la limpida sensazione di assistere alla rappresentazione della vita stessa del grande poeta. Non è certo materia semplice quella che è stata rappresentata, ma si percepisce chiaramente che è stata maneggiata con cura, avendo chiaro in mente che si stava entrando nell’animo di uno dei più grandi esponenti della letteratura italiana del XX secolo, un uomo che con il suo genio ha lasciato una così forte impronta nella cultura italiana.

Un personaggio scomodo e sfuggente, schivo e pungente, snob ma allo stesso tempo semplice perché molto legato alla tradizione contadina che non gli era propria, ma che sentiva profondamente dentro di sé per i luoghi in cui aveva vissuto nella sua infanzia ed adolescenza.

In questo dramma Pasolini emerge non solo per il valore autobiografico del testo e delle vicende raccontate: qui, il poeta, riesce a trovare una perfetta collocazione artistica, dove il gusto per la parola e la poesia dei versi passa, grazie alla recitazione, direttamente al pubblico e sta qui la difficoltà e la bravura di chi recita questi versi.

Gli attori dimostrano, sebbene acerbi, di poter gestire il testo e le emozioni da veicolare, ma su tutti si erge Valeria Almerighi nel ruolo della madre di Jan/Pasolini.

Nel suo ultimo dialogo con un figlio ammutolito, riesce a catturare l’attenzione del pubblico: non le si possono togliere gli occhi di dosso, non ci si può distrarre mentre inveisce e ridicolizza il povero Jan/Pasolini, una prova veramente solida e che fa ben sperare per un radioso futuro.

Nel quarantesimo anniversario della sua morte, Pasolini rivive nuovamente grazie a questa rappresentazione.

Pier Paolo passeggia ancora per le vie di Roma e tornando a casa, il silenzio surreale del lungotevere mi sussurrava la tristezza della sua perdita.

Alessio Capponi

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