IL DAIMON DI GIANNI DE FEO

Al Teatro Lo Spazio, l’istrionico attore conquista di nuovo il pubblico con un’interpretazione unica del testo multilivello di Paolo Vanacore

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Se il daimon è la chiave per decifrare il codice dell’anima, allora Gianni De Feo con la sua recita ha saputo aprire bene la porta delle emozioni del pubblico che per tre repliche ha riempito il Teatro Lo Spazio di via Locri a Roma. Certo, esprimere un concetto filosofico facendone un testo teatrale e trovando qualcuno veramente capace di interpretarlo può apparire un’impresa abbastanza ardua, eppure sia l’autore che l’attore hanno saputo rendere qualcosa di assolutamente magico che, nell’ambito della rappresentazione, può annoverarsi come uno spettacolo che affascina ed erudisce allo stesso tempo. Così Paolo Vanacore ha trovato ispirazione dall’opera dello psicanalista e filosofo americano James Hillman che, attraverso la storia della vita di alcuni personaggi famosi, dimostra che il daimon è la vocazione insita in ognuno capace di svelare la trama della nostra vita. La scrittura, pur prevedendo diversi concetti e scenari, riesce ad essere lineare offrendo una visione nitida di quello che succede sul palco. Anche quando si sconfina nel mito, lo spettatore è ben propenso di lasciare la dimensione reale per un’accettazione quasi completa del divino e del mistero che può suscitare profonde emozioni.

Un bambino che già nei suoi primi anni va oltre la sua infanzia, così De Feo ci racconta del filosofo ad Atlantic City con una interpretazione capace di rivelare il lato più intimo di una personalità che anche in fugaci incontri cerca di trovare una piccola tregua a una solitudine forzata dagli eventi. Da qui l’incontro inconsapevole con il primo daimon impersonificato in un coetaneo di 10 anni che rappresenta per Hillman la guida incaricata a indicargli la strada che lo porterà al compimento della propria vocazione. Fino al secondo daimon, quello consapevole, che il filosofo riconosce nel poeta inglese John Keats morto a soli 26 anni nel 1821 che, per una serie di strane coincidenze, sembra rivelare quello che è stato scritto dal destino. Prima che i personaggi, l’attore protagonista è capace di fare vedere i luoghi del racconto portando il pubblico sulle rive dell’Oceano o nell’atmosfera mistica del cimitero acattolico di Roma dove pare sentirsi anche il fruscio sotto i piedi delle foglie secche dei platani. Ecco che la finzione si mescola con la realtà così come la narrazione si contagia con la poesia recitata fuori scena da Leo Gullotta e il bel canto dello stesso De Feo che, splendidamente dal vivo, regala due canzoni di Franco Battiato e una di Giuni Russo anche loro anime che hanno saputo guidare il percorso di molti artisti.

Eh già perché “Daimon” è proprio lo spettacolo dell’anima, ovvero della parte più intima di ognuno che, a un certo punto della vita, cerca proprio il confronto con gli altri. Ma confronto non deve significare condizionamento, ma libertà di agire in assenza di pregiudizi anche in un’ottica di godersi la vita del momento. E l’istrionico Gianni De Feo chiude lo spettacolo ruotando vertiginosamente su se stesso in una danza che ci riporta al ciclo dell’esistenza in un eterno movimento di nascita, morte e ritorno indietro.

Rosario Schibeci

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