Al Teatro Argentina La Locandiera Per Tutti Di Antonio Latella

Al Teatro Argentina La Locandiera Per Tutti Di Antonio Latella

Lo spettacolo in oggetto è una fedelissima proposta dello scritto originario ed originale e questo pare essere assolutamente un merito in relazione al supposto senso ultimo della produzione della quale ci si domanda comunque la direzione intrapresa e ricercata.

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È andato in scena dal 17 al 28 aprile 2024, presso il Teatro Argentina di Roma, lo spettacolo “La Locandiera” di Carlo Goldoni, diretto da Antonio Latella ed interpretato da Sonia Bergamasco, Ludovico Fededegni, Giovanni Franzoni, Francesco Manetti, Gabriele Pestilli, Valentino Villa, Marta Cortellazzo Wiel e Marta Pizzigallo.

 Le scene sono di Annelisa Zaccheria, i costumi di Graziella Pepe, le musiche e il suono sono affidati alle competenze di Franco Visioli, mentre le luci sono ascrivibili al lavoro di Simone De Angelis.

Molto ci sarebbe da dire sul senso del repertorio in Teatro, sugli allestimenti di testi che più che datati posso essere definiti storici e sul ruolo di un Teatro pubblico e della propria programmazione nell’economia culturale della società dove questo stesso opera, ma non essendo, probabilmente, questo né il luogo né il tempo giusto per affrontare tali argomenti, si può serenamente passare ad un tentativo di analisi di questa buona messinscena di quello che lo stesso regista definisce, nelle note presentate al pubblico, come una sorta di “turning point” (l’espressione letterale è responsabilità dello scrivente, mentre è il significato concettuale che si vuole ascrivere al M° Latella) del Teatro classico in generale e di quello goldoniano in particolare, essendo il personaggio di Mirandolina – La Locandiera del titolo, per intenderci – il primo personaggio femminile di sempre a comportarsi da assoluta protagonista piegando al proprio volere e a proprio vantaggio le potenze economiche e sociali dei suoi numerosi aristocratici contendenti, attratti dalla bellezza e dalla sensualità della stessa e, alla fine, battuti e scavalcati, in un rivoluzionario ribaltamento delle gerarchie, dal servo/dipendente di lei.

Insomma, lo spettacolo in oggetto – e non più il testo – è una fedelissima proposta dello scritto originario ed originale e questo pare essere assolutamente un merito se si dà per assodato quel senso ultimo –  supposto - e del repertorio e delle Istituzioni pubbliche che lo ospitano e delle produzioni che vi investono.

 Per il resto tocca rimandare una circostanza più idonea a tale topic.

Impeccabile – e difficile immaginare non fosse così – il lavoro di tutto l’ottimo ensamble attoriale che non ha davvero bisogni di ulteriori aggettivazioni, soprattutto in relazione alla sapiente ed efficacia opera interpretativa che richiama una lontana eco divulgativa – didascalica, intesa nella più nobile delle accezioni.

Le 2h30’ dello spettacolo sono dunque improntate di una fluidità allo stesso tempo accattivante e rassicurante e tutta quanta la visione risulta essere un utile e piacevole ripasso per coloro che conoscevano già l’opera, mentre foriero di riflessioni e spunti potrebbe essere il venire a conoscenza dei pensieri dei novizi.

Ci si alza dunque soddisfatti dalla qualità diffusa, quasi meravigliosamente scontata, ma pieni delle stesse considerazioni che, è evidente, “inficiano” tutta quanta la disamina in questione a partire dal suo inizio.

 Giuseppe Menzo 

 La foto di locandina è di Gianluca Pantaleo.

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