Quella Ricerca Dell’amore Diretta E Raccontata Da Giorgia Filanti

Quella Ricerca Dell’amore Diretta E Raccontata Da Giorgia Filanti

In una stessa sera, grande consenso di pubblico alla Cappella Orsini di Roma per i due spettacoli della regista per il Festival culturale "De rebus amoris"

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La madreperla può rappresentare la purezza, l'innocenza e la femminilità ma se sul piano esteriore attira l’attenzione per la sua brillantezza, all’interno corazza i suoi figli come molluschi, impedendo loro di crescere. E’ questo il senso del titolo “Madre-Perla” per il lavoro teatrale scritto da Antonio Mocciola rappresentato a Cappella Orsini nell’ambito del Festival culturale "De rebus amoris" ideato e prodotto dalla Fondazione Opera Lucifero con la regia di Marco Medelin. Un testo in cui la regista Giorgia Filanti ha trovato anche una particolare affinità rispecchiando una situazione familiare di madre fragile e anaffettiva che rappresenta le figure femminili con cui è cresciuta. Non a caso l’impegno profuso per la messa in scena è stato, come sempre, il massimo mettendo bene in evidenza gli splendori e le miserie dell’attrice Joan Crawford oppressa da una figlia adottiva mai davvero voluta. Proprio quella Christina Crawford che, nel romanzo autobiografico “Mammina cara”, la accusa di essere stata violenta e alcolizzata. Ad interpretare la diva è stata Teresa Ruggeri che è riuscita a rendere un personaggio che, nonostante l’abbondante trucco, non riesce a nascondere la sua decadenza. Una recitazione intensa che spesso fa rivivere proprio quei film in bianco e nero interpretati dalla Crawford. Con maestria la regista ha saputo dare vita a una bambola trasformandola in un bersaglio verso cui la protagonista ha potuto sfogare tutta la propria rabbia e disperazione. Con sagacia il testo di Mocciola ci riporta a quella ricerca del successo e dell’eterna bellezza che inevitabilmente rimanda a esempi noti e meno noti che la società dei social ci propone quotidianamente.

Un pathos notevole che è potuto crescere con “Performing 4:48” il secondo spettacolo andato in scena a Cappella Orsini che ha letteralmente conquistato il pubblico. Il lavoro performativo ideato da Giorgia Filanti ha trovato nell’originalità uno dei suoi principali punti di forza diventando la prova che denota la maturità professionale di chi ha svolto la propria arte sempre con dovizia e smisurata passione. Come dichiarato dalla stessa autrice e regista: “Performing 4:48” è un testo che amo perché ha una forma poetica e un flusso di coscienza che mi permette di aprire mondi immaginifici parlando di amore”. E di certo, come ammesso dalla Filanti, c’è molto di autobiografico in quella forma di depressione nata dalla sensazione del rifiuto per non essere uguale agli altri. Eppure, proprio quel non essere accettati scatena l’inesorabile bisogno di amore che può portare anche a modificare se stessi pur di ricevere quelle attenzioni considerate vitali. E, infatti, la splendida protagonista Serena Borelli è abilissima nel cambiare parrucche e vestiti anche se la sua anima è destinata a rimanere immutata. Inguainata in una tuta color carne, l’attrice riesce ad essere una donna animata dalle ripetizioni ossessive rese dalla stessa Filanti come se i pensieri potessero prendere vita dal proprio tormento. Quasi una sorta di folletto che si è mosso in ogni angolo del palco riuscendo a palesare quella visione surreale dove le emozioni e il flusso poetico hanno preso forma in una figura femminile. Proprio il riuscire a dichiarare il proprio essere più intimo come fa magistralmente la protagonista con la spiccata sensualità, le sue danze e i suoi rituali figurativi può essere la chiave per un senso che anche se non è di di vittoria piena, può essere, comunque di adattamento lasciando sempre aperto quello spiraglio che fa entrare l’agognato amore.

                                                      Rosario Schibeci

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