Jena Live

Venerdì sera rock con Jena, headliner del Professional Punkers Festival allo Shabba di Cantù. La recensione di Unfolding Roma.

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È mezzanotte e mezza passata. Sul palco dello Shabba di Cantù, in occasione della prima edizione del Professional Punkers Festival. Incomincia a salire l’attesa nel pubblico, tra i ragazzi affamati di punk.

Stanno aspettando lui, Jena, all’anagrafe Gianluca Favero, voce cult del punk italiano degli anni Novanta e Duemila. La sua band (Marco Soflan Gallazzi alla chitarra, Alessandro D'Angelo al basso e Lorenzo Risetti alla batteria) ha ormai terminato il soundcheck e lo spettacolo può iniziare. Manca solo lui, Jena. Ed ecco che appare, sigaretta in bocca, ray-ban, camicia aperta a scacchi e canottiera nera.

Il pubblico inizia subito ad agitarsi, è qui per lui. E Jena non lo delude, con quasi un’ora di performance, in cui ripercorre le tappe della sua carriera artistica, dalle canzoni dei Black Vomit, band con cui si è fatto conoscere al grande pubblico, fino a quelle dell’ultimo album solista, Brukin, uscito nel 2015.

Si nota subito l’evoluzione della sua musica. Dal punk distorto degli esordi (Bastardo, Alcool), Jena è passato ad un sound rock new wave più pulito, simile, per certi versi, a quello dei Litfiba (è il caso de Il pazzo, di Polix, di Miss Italia, di Metamorfosi). Ciò che rimane è però la rabbia, l’aggressività e l’irriverenza dei testi in questo, non si smentisce. Queste componenti si rintracciano anche nell’ultimo singolo, Uomo da corsa, con il ritornello che è già diventato un cult per i fan: “Io non vivo, corro e muoio. Io non amo, sogno e muoio…”.

Ottima la performance della band, con una base ritmica solida e portante. Basso e batteria si integrano perfettamente, mentre la chitarra elettrica accompagna la voce solista ora con un sound distorto, ora con assoli rock che ne valorizzano il timbro basso e rauco.

Ma a far la parte del leone, sul palco, è ancora una volta Jena, grazie alla grande personalità e alla presenza scenica straripante. Il cantante salta, balla, non sta mai fermo un secondo, interagendo continuamente con il pubblico, tra un sorso di birra e l’altro.

Questa suo padroneggiare il palco diventa subito contagioso: nella sala, gli spettatori urlano, si spingono, cercano di impadronirsi del microfono per cantare, insieme al loro idolo, i testi che conoscono a memoria. Jena li accontenta, giocando con loro e scherzando anche tra una canzone e l’altra.

La partecipazione del pubblico raggiunge l’acume con l’ultima traccia scelta da Jena per chiudere la serata: Bastardo, brano storico risalente al 1992 e al periodo nei Black Vomit. Un breve ritorno alle origini, ad un punk aggressivo, distorto, simile a quello dei Punkreas e delle Pornoriviste. La degna chiusura per la prima edizione del Festival dedicato alle band emergenti del panorama punk italiano.

Riccardo Proverbio

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