Paola Pessot E Alessandro Bardani

Credo che tutte le spettatrici rivedranno in Bea e nelle sue storie d’amore qualcosa che hanno sperimentato sulla propria pelle. E spero che ci rideranno su.

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L'11 febbraio debutta al Cometa Off di Roma lo spettacolo “L'amore è una sostanza stupefacente” scritto da Paola Pessot e Alessandro Bardani. Uno spettacolo comico e dissacrante in grado di farci riflettere sull'amore e sulle sue contraddizioni.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarne gli autori e protagonisti dello spettacolo.

Paola Pessot è autrice e protagonista femminile della pièce. Romana, debutta al cinema nel 1999 con il film “Sogno di una Notte di Mezza Estate” diretto da Michael Hoffman, dove recita al fianco di Michelle Pfeiffer e Kevin Kline. Da allora lavora in diverse produzioni teatrali, fiction TV e film italiani e internazionali. Nel 2004 inizia anche la sua attività di conduttrice televisiva e per 4 anni è uno dei volti di punta di Coming Soon Television. Al 2008 risale il suo esordio come autrice con il programma Caffè 80, di cui è anche presentatrice. Nel 2010 scrive ed interpreta la web serie “Slut Machine” in cui veste i panni della pornostar Elvira Cecioni, in arte Giada Valentini. Dal 2011 al 2013 si trasferisce a New York, dove studia al Conservatorio d'Arte Drammatica di Susan Batson, actor coach di Tom Cruise, Nicole Kidman e Juliette Binoche. È considerata un'artista estremamente versatile e poliedrica che si è confrontata con molteplici personaggi e diversi mezzi espressivi.

Il tuo debutto è stato nel 1999 in giovanissima età a fianco di attori del calibro di Michelle Pfeiffer e Kevin Kline. Com'è stato confrontarsi con simili mostri sacri già a inizio di carriera?

A parte il fatto che non riuscivo a credere che mi stessero pagando per fare il lavoro che avevo sempre sognato di fare, con due dei miei attori preferiti, ho imparato molto da loro: avevano due modi opposti di concepire questo mestiere. Kevin Kline mi ha insegnato a divertirmi, a sentirmi “libera” per recitare al meglio. Arrivava sul set e scherzava con tutti. Io gli traducevo le canzoni di Paolo Conte, lui in cambio mi dava lezioni di recitazione. Mi ha anche fatto un ritratto. E quando l’ho visto gli ho detto: “potrò dire a tutti che sei un grande attore, ma un pessimo pittore”. Persona con grande senso dell’umorismo! Gentile e divertente come pochi! Michelle Pfeiffer invece aveva un approccio più “serio”… rimaneva in camerino fino all’ultimo, arrivava sul set concentratissima. Aveva sempre un piccolo ventilatore per rinfrescarsi il viso. Prima di andar via è venuta a cercarmi per dirmi “è stato un piacere lavorare con te”. Una donna di gran classe. Tutto ciò però ha avuto una controindicazione: tornare nell’aula universitaria di “filosofia del linguaggio” dopo un’esperienza del genere non fu esattamente facile!

In quasi vent'anni di attività come attrice hai partecipato a diverse produzioni internazionali. Hai trovato difficoltà nel recitare in lingue diverse dalla tua?

“Quasi vent’anni” mi fa sentire terribilmente vecchia! In fondo ho compiuto solo 30 anni! (qualche anno fa!). Ho avuto la fortuna di studiare le lingue sin da piccola, quindi non ho mai incontrato difficoltà nel recitare in lingua straniera. Soprattutto in inglese. Anzi, a dire il vero recitare in inglese è per certi versi più facile. Essendo la mia seconda lingua, è come se ci fosse un filtro in meno fra le parole e le emozioni.

Teatro, cinema e televisione, tre diversi registri espressivi con cui un'attrice si trova a confrontarsi. Puoi descriverci vantaggi e svantaggi di ciascun mezzo?

Posso dirti che penso a me stessa come ad una “fantasista”. Mi è sempre piaciuto recitare, presentare, e scrivere. Sono tutti modi di raccontare delle storie, ed è proprio questo ciò che più mi piace fare.

I personaggi che hai interpretato sono stati diversissimi tra loro: dalla romantica Giulietta alla pornodiva Giada Valentini, passando da personaggi storici come Paolina Bonaparte. C'è un personaggio che è rimasto nel tuo cuore più degli altri?

Sicuramente Giada Valentini e Beatrice, la protagonista di questo spettacolo. Essendo nate dalla mia fantasia, avranno sempre un posto speciale per me. Ancora rido pensando ai litigi fra Giada e il suo gelosissimo fidanzato, quando lei era sul set del grandissimo regista “Francis Ford Cappella”.

Parlaci della tua esperienza a New York. Cosa hai imparato lavorando con Susan Batson?

Susan è una donna che stimo profondamente. Ha saputo aiutarmi a liberarmi da alcuni blocchi, rendendomi un’attrice migliore, ed un essere umano più consapevole. Il suo “metodo” ha cambiato il mio approccio a questo mestiere. Noi esseri umani abbiamo uno strumento incredibile: le nostre emozioni e, lavorando con lei, ho iniziato a capire come tirarle fuori e metterle al servizio delle storie che voglio raccontare.

Anche come autrice hai affrontato molte avventure professionali, dalla sceneggiatura di pièce teatrali a quella di programmi Tv. Hai dovuto adeguare il tuo stile linguistico in base al mezzo?

Certo, il linguaggio televisivo è diverso da quello teatrale, ma sono solo modi diversi per esprimermi e parlare di qualcosa che mi sta a cuore. Scrivere è sempre stata una passione che non ho coltivato quanto avrei voluto. Errore a cui ho appena cominciato a rimediare!

E ringrazio Alessandro Bardani per avermi spinta a farlo.

Parliamo ora dello spettacolo “L'amore è una sostanza stupefacente”: da dove è nata l'idea? Su quali aspetti della vita quotidiana vuole far riflettere?

L’idea di questo spettacolo è nata da una “luuuunga” osservazione di uomini e donne. Prende spunto da una storia che scrissi dieci anni fa. Volevo raccontare come fosse difficile affrontare il presente se si continua a rimanere attaccati al passato. Negli anni ho scritto tanti racconti brevi ispirati a fatti realmente accaduti. Alcuni tanto assurdi da sembrare inventati.

Persone che si amano, ma che non riescono a comunicare. Persone che si amano, anche se non si sopportano. Persone imperfette, a cui nonostante tutto non puoi far meno di voler bene. Volevo mettere insieme tutte queste storie e riflessioni raccolte negli anni. Ne parlavo spesso ad Alessandro. Un giorno lui è venuto a casa mia e mi ha detto “A proposito. Ho venduto il tuo spettacolo.” “Quale?” “Quello di cui parli sempre.” “Ne parlo, ma non l’ho scritto”. “Ecco. Ora devi scriverlo”. Mi sono chiusa in casa una notte intera e il giorno dopo avevo scritto quasi tutto. Poi, con il suo aiuto, l’ho completato. Avere un amico che crede in te non ha prezzo.

Qual è il carattere della protagonista Beatrice? Quali aspetti della sua storia sono ispirati alle problematiche vissute dalle giovani donne dei nostri giorni?

Beatrice è un personaggio “malin-comico”. Non mi sono mai piaciuti i personaggi unidimensionali. Le persone sono complicate e si contraddicono spesso. Beatrice è romantica, ma cinica. E’ una sognatrice, ma è disincantata. E’ sensibile, ma scorretta. Usa l’ironia per sconfiggere la tristezza. Credo che tutte le spettatrici rivedranno in Bea e nelle sue storie d’amore qualcosa che hanno sperimentato sulla propria pelle. E spero che ci rideranno su.

Una commedia romantica e ironica in un periodo storico in cui l'amore, quello morboso, è causa di diversi episodi tragici. E' una scelta voluta? In che cosa il teatro può sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi sociali?

Ho definito questo spettacolo “la nuova commedia (poco) romantica”. Non ho voluto raccontare la classica storia d’amore. Questa è la storia di una ragazza che si è innamorata tante volte, ma dell’uomo sbagliato. O forse era sbagliata lei. O forse erano sbagliati insieme. Nell’amore ci si “casca”, come dicono gli inglesi. “Cò tutte le scarpe”, come diciamo a Roma. L’amore “t’ammazza”. Ma nonostante questo resuscitiamo ogni volta e ci caschiamo nuovamente. Fa parte della natura umana. Per quanto riguarda la tua domanda, certo, l’arte può sensibilizzare il pubblico. Ma questa è una conseguenza. Non scrivo pensando all’effetto che avrà. Ho voluto raccontare una storia, partendo dall’osservazione della mia vita, e di quella delle persone che mi circondano, uomini e donne incontrati negli anni. Mi piace trovare il lato buffo delle situazioni drammatiche. E l’amore è una fonte inesauribile di dramma. Se poi questa storia sia divertente, commovente, o faccia pensare, lo deciderà il pubblico. Io volevo semplicemente raccontarla. In quanto all’amore morboso, in un modo o nell’altro, a livelli diversi, sappiamo tutti che cosa sia. L’abuso non è solo fisico, a volte è anche verbale o emotivo. E non è facile uscirne. Si crea una sorta di dipendenza, come dalle droghe. “L’Amore è una sostanza stupefacente”, appunto. E siamo tutti in cerca del miglior pusher in circolazione. Ci dovremmo chiedere: se l’amore ci fa soffrire, è vero amore? Ma la vera domanda che io vorrei fare a chi ci legge è: se conoscete un bravo psicologo, mi date il suo numero?

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Puoi anticiparci qualcosa?

Vorrei continuare a scrivere. Ho voglia di raccontare una nuova storia e non vedo l’ora di iniziare. Mi piacerebbe anche dirigerla, in futuro.

Quali consigli daresti alle ragazze che desiderano intraprendere la professione di attrice o conduttrice TV?

Intraprendete questo mestiere se avete davvero l’esigenza di esprimervi in questo modo. E’ un mestiere difficile, fatto di alti e bassi, e richiede una gran dose di caparbietà. Per durare bisogna avere qualcosa da dire. Non basta la fortuna. E nemmeno un amante potente. La fortuna va e viene, e l’amante potente di solito è vecchio e muore prima di voi. E, soprattutto, la mattina ve lo dovete trovare nudo nel letto! Non deve essere piacevole! Io dico che è molto meglio avere qualcosa da dire, essere indipendenti, guadagnarsi la stima degli altri, e andare avanti a testa alta, costruendo giorno per giorno la propria carriera. Se si ha la fortuna di lavorare e guadagnare bene, si rischia di adagiarsi. Per un periodo io ho fatto questo errore, e non voglio farlo più. Mai adagiarsi! Circondatevi di chi è più bravo di voi, imparate, non arrendetevi di fronte ai “no”. Prefiggetevi degli obiettivi: un sogno con una data di scadenza è un obiettivo, un sogno senza data di scadenza è utopia. Finché avrò qualcosa da dire continuerò a fare questo lavoro cercando di migliorarmi sempre. Ah, e non dimenticate mai una buona dose d’ ironia, perché l’ironia ci salverà. Cavolo, quanti consigli che vi ho dato. Adesso ne date voi qualcuno a me? A consigliare gli amici sono bravissima, farlo con me stessa è molto più difficile!

Alessandro Bardani, autore e regista della piece, interpreterà tutti i personaggi maschili l'11 febbraio. Dal  12 al 14 febbraio si alterneranno sul palco Alessandro Marverti (Romanzo Criminale, L'Abbiamo Fatta Grossa, La Pecora Nera, Michelangelo-il Cuore e la Pietra), Francesco Foti (Il Capo dei Capi, Un Medico in Famiglia, Colorado Cafè) e Riccardo Festa (La Squadra, Un Posto al Sole, Rex).

Nasce a Roma, nel 1978 e si diploma presso l'accademia “Corrado Pani”. Il suo esordio come regista è nel 2007 con il cortometraggio “Relatività”, con cui si aggiudica il premio “Un Corto per il David 2007”. Nel 2012 scrive e dirige il cortometraggio “Ce l'hai un minuto?” che si aggiudica la nomination al David di Donaltello, l'anno successivo viene acquistato da Rai Cinema e lo stesso anno viene proclamato “il Corto più premiato in Italia”. Nel 2008 si afferma anche come attore cine-teleisivo con la partecipazione alla serie “Romanzo Criminale” diretto da Stefano Sollima. In seguito partecipa a diverse produzioni televisive come: “RIS Roma”, “Due Imbroglioni e Mezzo 2” e “I Liceali 2”. Parallelamente all'attività cinematografica e televisiva è autore e interprete di alcuni spettacoli per il teatro come: “B-side precari di successo” “Gli S-coppiati” e “Scherzi in Versi” Nel 2015 scrive e dirige “Il più bel secolo della mia vita” spettacolo tragicomico sul tema dei figli non riconosciuti, in cui riporta in scena la coppia artistica formata da Giorgio Colangeli e Francesco Montanari, già protagonisti del corto “Ce l'hai un minuto?”.

Il tuo debutto come regista è stato nel 2007 con il cortometraggio “Relatività” che ha vinto subito un premio importante. In seguito il tuo cortometraggio “Ce l'hai un minuto?” é stato il corto più premiato in Italia nel 2013. Da dove nasce la tua passione per questo tipo di produzioni? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di raccontare una storia in pochi minuti?

Raccontare una storia in pochi minuti ha un grande vantaggio: la puoi realizzare con pochi soldi. Lo svantaggio è la difficoltà di raccontare qualcosa in breve tempo con un senso compiuto. Anche se un cortometraggio, è il biglietto da visita di un regista per approdare al lungo, il cinema breve ha le sue regole essendo un vero e proprio genere.

Nel 2008 hai esordito come attore in un film diretto da Pino Insegno e Gianluca Sodaro. Si tratta di una parodia delle pellicole sentimentali-giovanilistiche uscite in quegli anni. Che cos'è per te la parodia? Quali sono stati gli aspetti più divertenti di questa esperienza?

E’ stato il mio primo lavoro, quando non sapevo che questo sarebbe diventato il mio lavoro. Il risultato del film è abbastanza discutibile dato che era più “buono” dei film presi di mira già smielatissimi di loro, ricordo quell’esperienza in modo tenero e come un punto di partenza. La parodia è un genere che ancora non ci appartiene ma non è un difetto credo semplicemente non faccia parte del nostro cinema.

Ti senti più attore, più regista o più sceneggiatore? Che differenza c'è tra dirigere un film o uno spettacolo e lavorare come interprete, plasmato da un altro regista?

Nel mio caso nasce tutto dalla scrittura, la regia è solo chiudere il cerchio e non decidere solo cosa raccontare ma anche come raccontarlo, in più ti dà una visione totale del tutto. Il teatro è molto più intimo mentre il cinema è un’arte totalmente corale. L’attore è uno strumento, quindi in questo ruolo sono un vero “soldatino” a servizio del regista. Recitare ti dà anche la possibilità di dirigere meglio e di capire come un attore vive un film, in modo completamente opposto al regista. Il primo vede il suo operato, il secondo il risultato che ha in tutta l’opera,

Teatro, cinema e televisione, tre mezzi espressivi diversi. Qual è il tuo rapporto con ciascuno?

Il teatro mi ha dato tantissime soddisfazioni quest’anno,”Il più bel secolo della mia vita”, lo spettacolo scritto e diretto insieme a Luigi Di Capua dei The Pills, con Giorgio Colangeli e Francesco Montanari, sta avendo un successo strepitoso, facendo sold out ovunque e sarà in giro fino marzo e poi riprenderemo l’anno prossimo la sua terza stagione. La televisione è complicata bisogna saperla scrivere e bisogna saperla fare, oggi conquistarsi le simpatie del pubblico evitando il trash sembra sempre più raro. Per il cinema, beh appena inizieranno le riprese del mio primo film te lo farò sapere.

Nella tua attività di sceneggiatore teatrale hai affrontato alcune problematiche sociali della tua generazione come il lavoro precario e l'incertezza per il futuro. Pensi che si possano risolvere tali problemi e come? Che futuro vedi per i giovani del nostro paese?

“Il Più Bel Secolo” affronta il tema dei figli non riconosciuti, detti anche in gergo “N.N.”, in Italia sono circa 400.000 persone, che subiscono, una legge, condannata dalla Corte Europea, che gli impedisce di conoscere le proprie origini se non al compimento del centesimo anno di età! Avete capito bene, nel nostro paese se sei un figlio non riconosciuto devi aspettare 100 anni per sapere il nome di tua madre. Ora una nuova legge è in attesa di discussione al Senato, una legge che si allinea con tutti gli altri paesi europei, avvicinandosi al modello francese. Vedo per i miei ex coetanei, i giovani, poco futuro qui, almeno fino a quando chi ci governa farà politica solo per scopi personali e non per il bene del paese e del suo futuro, che appunto sono i cosiddetti “giovani”, anche se ormai la parola giovane in Italia ha un significato molto ampio.

Arriviamo ora allo spettacolo “L'amore è una sostanza stupefacente” scritto in collaborazione con Paola: che cosa vi ha ispirato nella stesura di questo testo?

È stata una provocazione che ho lanciato a Paola, ho venduto lo spettacolo prima di scriverlo, non c’era neanche il plot. Così lei ha finalmente iniziato a scrivere e insieme abbiamo cercato di narrare una commedia romantica in quest’epoca così poco romantica, il risultato è uno spettacolo che si alterna tra il sacro e il profano.

I personaggi maschili della pièce rappresentano degli stereotipi caratteriali? A quali tipi di uomini si ispirano?

Sono tutti gli ex di Paola. No, sto scherzando, sono il meglio (o il peggio) di tutto quello che abbiamo vissuto e sentito in giro.

La commedia vuole solo strapparci un sorriso o spingerci anche ad una riflessione su alcuni  aspetti delle relazioni interpersonali?

Non mi piacciono gli spettacoli che vogliono insegnare qualcosa, che ti dicono cosa è giusto o cosa è sbagliato, noi lasciamo libero arbitrio al pubblico, abbiamo l’esigenza di raccontare qualcosa e lo facciamo.

In che cosa ti vedremo impegnato prossimamente?

Sono impegnato nella scrittura del mio primo film insieme al mio socio Luigi Di Capua, in tournée ancora per un po’ con “Il Più Bel Secolo” e a breve debutterò in uno spettacolo dal titolo “La Più Meglio Gioventù”, scritto e diretto da me insieme a Francesco Montanari.

È arrivato anche per te il momento dei “consigli per gli acquisti”. Cosa suggeriresti a chi si avvicina alla carriera attoriale o alla regia?

E’ un mestiere durissimo, a cui dei dare tutto con il rischio di non avere niente, ma se arrivi alla meta è il lavoro più bello del mondo, Ma come ti dicevo devi dargli tutto, non puoi permetterti di avere un piano b e farlo nei ritagli di tempo, le persone che ci credono a metà hanno poche possibilità di farcela, ti devi far travolgere.

Adriana Fenzi

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