Edipo Re A Ostia Antica: Il Mito Nel Labirinto Dell’Inconscio

Edipo Re A Ostia Antica: Il Mito Nel Labirinto Dell’Inconscio

Tra Freud e Magritte, Luca De Fusco porta in scena un Edipo psicoanalitico e surreale

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Quando a teatro il mito incontra la psicoanalisi, nasce uno spettacolo come questo Edipo Re nella regia di Luca De Fusco, presentato in prima nazionale al Teatro Romano di Ostia Antica dal 2 al 6 luglio. Non una semplice tragedia classica, ma un’esperienza teatrale complessa, stratificata, in cui l’enigma di Edipo si trasforma in un viaggio mentale, un thriller dell’identità che scava nelle ombre della mente umana.

De Fusco propone un Edipo profondamente moderno: non il sovrano che indaga il destino di Tebe, ma l’uomo che interroga se stesso, rivelando la verità attraverso la rimozione e la colpa. La tragedia di Sofocle diventa così una messa in scena del pensiero freudiano, dove il sapere coincide con la rovina e la con il trauma.

L’Edipo, interpretato da un magistrale Luca Lazzareschi, intenso e febbrile, abita più ruoli – re, indovino, servo – come se le identità si moltiplicassero dentro un unico io frammentato. Accanto a lui, Manuela Mandracchia è una Giocasta misteriosa, dolorosa e forte, sospesa tra maternità ed eros, tra protezione e rifiuto della verità.

L’impianto visivo è il cuore poetico e perturbante dello spettacolo. La scenografia di Marta Crisolini Malatesta è spoglia ed evocativa: non c’è Tebe sullo sfondo, solo un grande schermo ottagonale al centro. Qui le videoproiezioni, di Alessandro Papa, trasformano la scena in un paesaggio mentale restituendo le ossessioni interiori del protagonista.

L’estetica è un omaggio chiaro a René Magritte, maestro del paradosso e dell’enigma, e costruisce un’atmosfera visiva sospesa tra sogno e coscienza. Il pubblico non assiste a una rappresentazione: viene immerso in un sogno lucido, inquieto, dove ogni immagine è un simbolo da decifrare.

Le luci taglienti di Gigi Saccomandi e le musiche ipnotiche di Ran Bagno completano un quadro che oscilla tra rituale e allucinazione, richiamando linguaggi del cinema noir e del thriller psicologico.

I costumi, sempre di Marta Crisolini Malatesta, rinunciano al realismo storico e costruiscono figure astratte, simboliche, in bilico tra l’antico e il contemporaneo. Gli interpreti maschili in scena indossano il classico abbigliamento magrittiano – bombetta, vestito nero e camicia bianca – mentre Edipo fa eccezione con una foggia più orientale. Giocasta è avvolta in una lunga tunica scura. Ogni costume contribuisce alla dissoluzione dell’identità e diventa parte della costruzione scenica dell’inconscio.

Edipo Re è uno spettacolo radicale. Non cerca di “attualizzare” il mito, ma lo fa implodere dentro lo spettatore. De Fusco non traduce Sofocle: lo trasfigura. Il risultato è un teatro viscerale, che chiede attenzione, disponibilità al disorientamento, ascolto simbolico. È un teatro che non cerca di emozionare, ma di smuovere le fondamenta stesse della percezione.

Qualcuno potrebbe definirlo cerebrale, distante. Eppure è proprio in questa distanza, in questo gelo onirico, che si cela la sua forza: Edipo Re non consola, trascina nel buio dell’identità, dove il sapere è vertigine. La tragedia non è un racconto: è un’esperienza di perdita, di rottura, di verità che brucia.

Nel contesto suggestivo del Teatro Romano, Edipo Re si rivela come uno degli spettacoli più intensi della stagione estiva. Non solo per la potenza degli interpreti o la raffinatezza tecnica, ma per la visione inquieta che restituisce alla tragedia: non solo un mito antico, ma una ferita aperta nella coscienza contemporanea. Un teatro che guarda in faccia il mostro e lo scopre dentro di noi.

Cristina Gallo

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