MONIKA SUROWIEC: Dalla Polonia La Vision Della Moda Etica E Circolare

MONIKA SUROWIEC: Dalla Polonia La Vision Della Moda Etica E Circolare

Tra tradizione, innovazione, riuso e sostenibilità

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Avevo avuto modo di conoscere le creazioni della stilista polacca Monika Surowiec durante l’East Bound Roma, la collettiva che si è svolta nella straordinaria Galleria del Cardinale Colonna, durante una tre giorni promossa dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale Polacco, e organizzata dal Creative Industries Institute Polacco e dalla Fondazione Kraina, nell’ambito del programma “Cultura ispirante 2025-2026”, prodotto da Magdalena Christofi e diretto da Waldek Szymkowiak.

Sono rimasta impressionata dalla cifra stilistica della designer che ben si sposa con la ricerca, il fatto a mano, la sostenibilità e il riuso, in un dualismo perfetto tra passato e avanguardia.

Ho voluto farle qualche domanda in merito alla collezione che aveva presentato in passerella a Roma.

Piacere Monika, puoi raccontarci qualcosa sulla collezione presentata in passerella a Roma? Le linee, i tessuti utilizzati, che tipo di ricerca hai effettuato e che particolarità hanno le tue creazioni?

La collezione che hai visto in passerella a Roma si chiama “The Shape of Desire.” La particolarità è che è dotata di passaporti digitali dei prodotti (DPP), una collezione molto all’avanguardia, quasi pioneristica, dove c’è la combinazione di upcycling di lusso, artigianato – comprese le tecniche di cucito a mano – e nuove tecnologie.

Proprio come uno dei primi brand autoriali di upcycling di lusso, dopo Miu Miu e Coach, ho introdotto il DPP in collaborazione con il brand CARUMA. Indumenti, quindi, che portano tracce della loro vita precedente sono stati trasformati in un racconto scultoreo sui desideri. Diventano portatori di emozioni registrate nella memoria del materiale, nella sua struttura – sia sotto forma di design fisico dell'indumento che digitalmente. Ogni indumento era dotato di un passaporto digitale del prodotto (DPP) sotto forma di chip NFC cucito nell'indumento. Questa combinazione mostra un volto diverso dell’alta moda, mentre la tecnologia NFC rivela la trasparenza: l’origine del materiale, il modo circolare di produzione e progettazione e una nuova dimensione dell’identità attraverso la storia del capo.

Viene ricostruita la linea classica dell'abbigliamento “formale”. Il mio marchio di fabbrica è la decostruzione, ma sempre fondata su valori forti e costruttivi. Tratto un capo come una scultura spaziale, in cui ogni dettaglio, il retro, il lato e la parte anteriore del capo sono importanti. La tavolozza dei colori spazia dal bianco puro, ai beige dorati, ai ciano e grigi sbiaditi, fino al nero profondo. La base della collezione sono abiti da uomo, frac e pantaloni, che ho decostruito trasformandoli in nuove forme architettoniche. Sia per le silhouette maschili che femminili. Gli indumenti sono, in sostanza, neutrali rispetto al genere e all’età. Dalle giacche “da uomo” emergono sensuali completi da donna. Nelle silhouette maschili, le forme rivelano il corpo in luoghi inaspettati. Questo scontro tra il nero profondo e la luminosità della pelle è visibile in movimento. I miei progetti e le loro costruzioni prendono vita nel movimento. I pantaloni da uomo hanno uno spacco fino all’osso iliaco, le giacche hanno la schiena aperta e i pantaloni rivelano le ossa della coscia.

Lavoro principalmente con materiali vintage, d'archivio e antichi, che portano con sé la memoria del tempo, ma anche con tessuti contemporanei selezionati dal circuito dell'usato. La costruzione multidimensionale è fondamentale per me: nei miei progetti, la parte anteriore, posteriore e laterale hanno tutti lo stesso peso. Spesso è proprio la schiena a diventare l'elemento più importante del capo. (Anche se la fotografia di moda si concentra ancora sulla silhouette vista di fronte, perché in questo caso non si vede, ad esempio, che i pantaloni hanno la parte posteriore e i lati aperti e vengono indossati come un grembiule – non indossati classicamente).

La collezione si distingue per il design e i processi produttivi circolari. Responsabilità sociale e ambientale: questo è il DNA del mio marchio, intessuto nella struttura del materiale e della forma. La mia intenzione è che i progetti durino nel futuro. Si distinguono per forme architettoniche e scultoree, in cui ogni dettaglio – cucitura, piega, cucitura – è attentamente considerato e conferisce al capo un carattere individuale. La collezione è caratterizzata da un'armoniosa decostruzione. Ogni pezzo della collezione è realizzato a mano, utilizzando tecniche di cucitura e rifinitura tradizionali, spesso dimenticate, caratteristiche ad esempio dell'alta moda, che in combinazione con le nuove tecnologie conferiscono qualità e un carattere unico al progetto. I metodi di cucitura e finitura a mano sono importanti nel mio processo di lavoro perché solo con ago e filo posso ottenere costruzioni spaziali, sentire come funziona il materiale sotto le mie dita.

Quali sono i tuoi elementi distintivi, il tuo marchio di fabbrica?

La mia peculiarità è che combino la pratica del design con la teoria. Sono l’unico specialista nella metodologia dell’upcycling in Polonia, e in Europa faccio parte di un gruppo che gestisce un programma accademico autoriale dedicato a questo campo – “Upcycling: teoria e pratica”. Questo programma combina la pratica del design con la ricerca scientifica e mostra che l'upcycling non è solo un'estetica, ma l'intera logica di un nuovo design del sistema moda. Lo studio è per me uno degli elementi chiave per influenzare il cambiamento nel settore: le nuove generazioni di designer, ma anche gli avvocati che lavorano con i diritti d’autore o i proprietari di marchi ottengono una prospettiva più ampia sulla moda circolare. In Polonia e in Europa, sto cambiando il sistema della moda, co-creando regolamenti per il passaporto dei prodotti digitali (DPP) nel campo del copyright per l’upcycling per la Commissione Europea, oltre a partecipare come esperto, tra le altre, a iniziative delle Nazioni Unite come la Tavola Rotonda per la moda sostenibile.

In un certo senso, mi comporto come un archivista: prendo materiali e progetti del passato, ne conservo la memoria e li adatto alle realtà contemporanee, progettandoli in modo che possano durare nel futuro. Ho seguito la mia intuizione e ho iniziato a combinare tecniche tradizionali di cucito a mano con materiali antichi, spesso danneggiati. È così che è nata la mia estetica caratteristica del classico architettonico destrutturato. Le mie collezioni sono una manifestazione di processi più profondi. Della mia pratica di progettazione circolare su materiale e forma, ma anche della pratica di ricerca teorica, in cui cerco soluzioni sistemiche per l'industria della moda. E anche le collezioni sono il risultato di queste ricerche. Tratto la moda come un linguaggio visivo attraverso il quale si possono raccontare trasformazioni sociali, ambientali e culturali – un linguaggio in cui l’indumento diventa sia manifesto che portatore di memoria.

Ho introdotto l’upcycling di lusso come parte integrante dell’alta moda, dimostrando che la responsabilità ambientale può andare di pari passo con l’innovazione, l’artigianato e un’estetica originale. La mia visione progettuale, che per me è il punto di partenza della pratica di ricerca, unisce alta moda, artigianalità e sostenibilità. Ogni progetto è un elemento di moda circolare: il suo concetto, dalla costruzione alla finitura, consente ai materiali e ai capi di durare in un nuovo ciclo.

In che modo la tua visione è ecologica e rispettosa dell'ambiente e come si concretizza nel tuo lavoro?

La mia visione è green e rispettosa dell’ambiente innanzitutto grazie ad un approccio basato sulla circolarità. La Polonia ha un’enorme influenza sul mio lavoro: qui si è formata la mia visione degli indumenti come qualcosa che ha valore al di là di una singola stagione. Sono cresciuta con una cultura, in una famiglia, dove i vestiti venivano curati, riparati, rifatti e tramandati: era un ciclo naturale prima che qualcuno gli desse un nome. Questa esperienza ha plasmato il mio approccio all’upcycling e al design sostenibile.

In pratica, combinare l’upcycling di lusso con l’artigianato e la tecnologia assume una forma sistemica: ogni progetto è pensato attentamente dalla costruzione alla finitura, e materiali e forme sono progettati per durare in un nuovo ciclo. Le collezioni dotate di passaporto digitale del prodotto (DPP) mostrano non solo la composizione del materiale ma anche la storia del capo: la sua vita precedente e il modo in cui è stato trasformato. La tecnologia diventa così uno strumento di trasparenza ed educazione, sensibilizzando i consumatori sul ciclo di vita dell’abbigliamento.

Tuttavia, le parte più difficile nel lavoro di un designer sono le barriere del sistema: in Polonia e in Europa manca un reale sostegno finanziario per l’upcycling e il design sostenibile. Ci vuole determinazione ed etica per raggiungere lo scopo, le azioni sono importanti, ma ci sono anche tanti momenti di dubbio.. La mia esperienza e quella di altri designer dimostra che la moda circolare deve cominciare a essere vista come una direzione necessaria per lo sviluppo dell’industria della moda, non come una nicchia. Deve diventare parte integrante del futuro dell’industria della moda, cambiando il modo in cui i capi vengono progettati, prodotti e percepiti.

Allo stesso tempo opero a livello sistemico, come esperto di iniziative dell’ONU e della CE. Il mio lavoro dimostra che la responsabilità ambientale può andare di pari passo con l’innovazione, l’artigianato e un’estetica originale. Creare e progettare è per me il punto di partenza di tutto: è una passione che mi guida, costruisce la mia identità e mi rende felice. Tutto è iniziato dalla mia passione, e oggi sta tracciando spirali di influenza. La mia passione per il design è la cosa più importante per me.

E io faccio i miei migliori auguri a MONIKA SUROWIEC per questa sua etica e visione della moda che è assolutamente necessaria per un sistema moda sempre più rispettoso dell’ambiente, meno inquinante e rispondente alle esigenze vitai del nostro pianeta.

Stefania Vaghi

 

 

 

 

 

 

 

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