Alessandro Veronese E Michela Giudici

Alessandro Veronese E Michela Giudici

Il mondo corre velocissimo e se il teatro non riesce a stargli dietro, non ha possibilità di uscire dall’invisibilità in cui sta rischiando di cadere.

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Quest’anno ad aprire il DO.IT Festival – Drammaturgia Oltre il Teatro, festival teatrale per le compagnie teatrali professionali, che abbiamo realizzato un’opera teatrale originale, saranno Alessandro Veronese e Michela Giudici con il loro ultimo lavoro “Sacrificio del fieno” già vincitore della prima edizione del concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo 2015.

Sacrifico del fieno è un’opera liberamente ispirato alla canzone “Ciamel Amuur” di Davide Van De Sfroos, e racconta sullo sfondo del secondo conflitto mondiale, la travagliata storia d’amore tra Elena e il partigiano Airone. Alessandro e Michela ci hanno concesso un’intervista per raccontarci più approfonditamente cos’è per loro il teatro.

Innanzitutto grazie a entrambi per aver accettato la nostra intervista.

Ogni anno ce lo sentiamo dire, purtroppo spesso anche confermato dai dati, che gli spettatori a Teatro diminuiscono, facili Cassandre evocano da sempre la morte del Teatro: qual è secondo voi il futuro del Teatro?

Il teatro, soprattutto quello italiano, dovrebbe essere in grado di emanciparsi da sé stesso. Uscire da quella spirale autoreferenziale in cui è precipitato, fatta di raccomandazioni, di prezzi folli, di proposte accomodanti per il pubblico che una volta veniva definito “borghese”, di piagnistei per la cattiva gestione dei finanziamenti pubblici (anche se cattiva lo è davvero), di circoli viziosi in cui “io ospito te e tu ospiti me, io premio te e tu premi me, io vengo a vedere te e tu vieni a vedere me” – e poi alla fine ce la raccontiamo sempre tra di noi. Uscire da questi tunnel e rinnovare la sua proposta attraverso idee artistiche non convenzionali da portare in giro anche e soprattutto in luoghi non tradizionali. Dare ampio spazio al coraggio ed all’entusiasmo di compagnie giovani, anche all’interno dei cartelloni dei grandi teatri, altrimenti si resta invisibili. Bisogna puntare molto sulla qualità reale e sulla comunicazione, divenuta ormai fondamentale. Il mondo corre velocissimo e se il teatro non riesce a stargli dietro, non ha possibilità di uscire dall’invisibilità in cui sta rischiando di cadere.

“Sacrificio del fieno” è liberamente ispirata alla canzone di “Ciamel Amuur” di Davide Van De Sfroos, potreste raccontarci come è nato tutto ciò e come si è trasformato in un’opera teatrale?

Si è trattato di un vero e proprio colpo di fulmine. Eravamo in macchina insieme e stavamo ascoltando il CD “Yanez” di Davide Van De Sfroos. Non appena è partita la traccia 14, Ciamel Amuur, ci siamo guardati e ci siamo detti “Questa canzone diventerà uno spettacolo”

L’opera si svolge sullo scenario della seconda guerra mondiale, raccontando un periodo storico particolarmente complesso e tutt’ora ancora un nervo scoperto della storia del nostro paese, mi riferisco ovviamente alla resistenza. Sotto quale aspetto avete voluto raccontare questa pezzo di storia italiana? Da quale prospettiva?

Cercando di eliminare la nostra personale opinione su quel periodo. Sono stati compiuti orrori da tutte le parti in conflitto, ed è ormai inutile negarlo. Prima, durante e anche dopo la guerra. A settant’anni dalla fine di quel terribile conflitto, dobbiamo essere in grado di leggere quel momento storico con oggettività, senza farci accecare dalla nostra idea politica. L’immondizia nazi-fascista non sarà meno “immondizia” se proviamo a raccontare anche i limiti della resistenza. Anzi, mostrando quella parte di verità che non ci piace raccontare, daremo ancora più forza a ciò che di buono c’è stato, nella resistenza. La guerra e i totalitarismi hanno creato esseri mostruosi. E’ inutile cercare eroi.

Al di là degli eventi storici ho comunque avuto l’impressione che i temi principali della vostra opera siano l’amore ed il sacrificio. Secondo voi questi valori hanno ancora senso ai nostri giorni o li stiamo lentamente recludendo nel passato?

L’amore senz’altro sì. Anzi, potremmo che è il senso di tutto. Per quanto riguarda il sacrificio, dipende dalle circostanze.

Due soli attori che mettono in scena ben undici personaggi: la famiglia di Elena, i soldati nazisti, i partigiani, etc. Questo è quello che si può notare tra le tante cose in Sacrificio del fieno. Come mai questa scelta? C’è una motivazione particolare?

All’inizio avevamo pensato ad uno spettacolo di gruppo e avevamo iniziato a fare anche alcuni laboratori di selezione per creare il cast. Più proseguivamo nel lavoro, più ci accorgevamo di quanto questa storia fosse intima e si potesse risolvere in una sequenza di scene a due. E ci è sembrato quindi più interessante provare ad affidare tutto a due soli attori piuttosto che prevedere una serie di entrate ed uscite di scena da parte di un numero elevato di persone. Un meccanismo un po’ retrò, molto tradizionale e poco interessante, a nostro modo di vedere. E poi volevamo provare a metterci seriamente in gioco da tutti i punti di vista: drammaturgia, regia e interpretazione.

Una cosa che mi ha colpito molto è stato l’uso che avete fatto della lingua, avete portato in scena almeno quattro lingue o dialetti differenti, tra cui italiano, tedesco, latino, dialetto comasco. Perché questa scelta?

Perché il fattore linguistico è fondamentale per ricreare il clima di quegli anni. In quell’Italia c’era poco italiano, molto dialetto, presenza di lingue straniere, prima tedesche poi anglosassoni, la messa era recitata in latino e buona parte di quel conflitto, soprattutto nella parte finale, si è giocato in luoghi lontani dalle città, dove il fattore dialettale era ancora più stringente, e dove un soldato della provincia comasca difficilmente poteva comunicare con un suo coetaneo di una provincia calabrese, per esempio. E poi non dimentichiamoci che tutto nasce da una canzone di Van De Sfroos, che canta in dialetto laghée, ovvero il dialetto del lago, parlato tra le province di Lecco e Como.

Anche se le etichette non sono mai una cosa da tener troppo in considerazione, da molti siete considerati attori di “Teatro civile” ovvero quella forma di teatro di tradizione antichissima che, nasce come espressione del confronto e delle riflessioni sulla collettività e sul vivere comune. Vi riconoscete in questo modo di vedere il teatro o lo ritenete troppo limitante?

Sì, ci riconosciamo e non lo troviamo affatto limitante. Non amiamo il teatro di puro intrattenimento, quello sì che ci sembra limitante. Ci piace mantenere saldo il legame con la società in cui viviamo, per comprenderla meglio, per viverla e provare a raccontarla in modo completo, pieno. Il che non vuol dire appesantire la nostra proposta teatrale, anzi. Brecht, Aristofane, Moliere, Dario Fo ma anche Paravidino o Paolini o Celestini, tanto per citare autori contemporanei, ci insegnano che si può raccontare la società anche divertendo, ballando, cantando. Bisogna uscire dall’equivoco secondo cui chi fugge dal puro intrattenimento proponga un teatro “pesante”. Sacrificio del fieno ne è un esempio. Uno spettacolo spietato, anche straziante in alcuni momenti, ma pieno di momenti comici, leggeri, che nulla tolgono alla durezza della vicenda raccontata.

Ci raccontate, se c’è, un aneddoto curioso della vostra vita da attori insieme?

Alessandro: Ce ne sono talmente tanti che è davvero difficile scegliere. Lavoriamo insieme ogni giorno, ce ne sono centinaia. Diciamo semplicemente che grazie a Michela, all’attrice che è, alla persona che è, ho trovato il tassello mancante, quello senza cui non c’è nulla di completo né nulla di realizzabile. L’aneddoto è lei, in ogni suo giorno.

Uno dei più grandi maestri del teatro del novecento, mi riferisco a Eduardo De Filippo amava dire che “Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”. Siete d’accordo con questa affermazione?

Sì. Ma è anche molto altro.

Facciamo un gioco di fantasia. Se nella vita non avreste fatto gli attori, cosa altro vi sarebbe piaciuto fare?

Alessandro: Probabilmente il giornalista sportivo. O lo scrittore.

Michela: Ho iniziato a recitare da bambina, ho sempre desiderato fare questo mestiere. Mi è difficile pensarmi in una veste differente. Ho sempre amato scrivere, forse anch’io la scrittrice. O la ballerina, anche se non so ballare.

C’è un’opera che vorreste portare in scena ma non l’avete ancora fatto?

Ce ne sono due. Ne parliamo da anni ma ancora non abbiamo avuto la possibilità di realizzarle. Una è “Lolita” di Nabokov e l’altra è “Un amore” di Buzzati. Due storie magnifiche che ci sembra si adattino bene alle nostre caratteristiche.

Che consigli dareste ad un giovane attore?

Di cercare un proprio personale percorso, se necessario anche liberandosi dalle catene istituzionali: accademie, Teatri Stabili, finanziamenti pubblici ecc. senza i quali sembra che sia impossibile lavorare. E di non svilire mai la propria passione partecipando a progetti a cui non crede, magari per soldi o per visibilità. Certo, lavorerà meno rispetto ad altri, ma probabilmente, quando da adulto si guarderà alle spalle, si sentirà maggiormente felice e realizzato.

Proviamo a rompere la quarta parete, rivolgeteci direttamente a nostri lettori e dite loro perché dovrebbero venire in teatro a vedere lo spettacolo…

Perché pensiamo possa emozionarli e lasciare loro qualcosa su cui pensare.

Siamo all’ultima domanda, la più classica delle domande di chiusura. Quali sono i vostri progetti per il dopo “Sacrificio di fieno”. Vi vedremo sul palco ancora insieme?

Assolutamente sì! A maggio saremo impegnati all’IT Festival, a Milano, con “Annabel – Ballata anoressica per manichini bulli”, scritto e interpretato da Michela e diretto da Alessandro. E poi a giugno, a Teatro Libero, sempre a Milano, un altro spettacolo a cui siamo molto legati: “Nascondigli – azione scenica in difesa dello scandaloso amore tra Benjamin Price e Violetta Castillo”. Anche questo interamente scritto, diretto e interpretato da noi due. Ormai lavoriamo insieme da anni e si è sviluppata una grande intesa artistica. Il fatto di essere legati anche dal punto di vista umano – sentimentale è senza dubbio un grande stimolo e un grosso aiuto allo sviluppo della nostra collaborazione.

Gennaro Nocera 

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