Il Riccardo III andato in scena al Teatro Argentina in prima nazionale e ora in tournée, si impone per la qualità altissima del lavoro attoriale, ma al tempo stesso lascia emergere con decisione un limite strutturale: una lentezza diffusa che finisce per compromettere la tensione complessiva dello spettacolo.
Il testo di William Shakespeare — feroce, incalzante, costruito su intrighi e accelerazioni — qui sembra procedere con il freno tirato, perdendo quella pulsazione interna che dovrebbe trascinare lo spettatore.
Al centro, Maria Paiato offre una prova straordinaria, confermandosi una delle più grandi attrici degli ultimi trent’anni. Il suo Riccardo III è un capolavoro di precisione e trasformazione: costruisce un corpo maschile credibile, una voce tagliente, una presenza che domina la scena.
È viscida e magnetica, ironica e crudele, capace di sedurre e respingere nello stesso momento. Ma soprattutto, è lei a tentare continuamente di spezzare la lentezza dello spettacolo: accelera, incide, rilancia l’azione.
Eppure, anche una prova così potente finisce talvolta per essere trattenuta da un impianto registico che non le permette di sprigionare fino in fondo la sua energia. Il risultato è paradossale: un’interprete in stato di grazia che sembra costretta a muoversi in un tempo rallentato.
Il resto della compagnia si muove con rigore e attenzione, sostenendo con solidità la parola shakespeariana. Tuttavia, la lentezza generale finisce per uniformare i toni, appiattendo i contrasti e rendendo meno incisivi anche i momenti più drammatici.
Le relazioni tra i personaggi, anziché esplodere, si distendono in una continuità troppo controllata, quasi trattenuta.
Il problema centrale è proprio la regia, che sceglie o subisce un ritmo costantemente rallentato. Le scene si allungano, le pause si dilatano, i passaggi cruciali non trovano mai un vero scatto.
Questa lentezza non è una scelta poetica che scava nel testo, ma appare piuttosto come una mancanza di tensione interna. Invece di aumentare il peso tragico, finisce per disperderlo.
E accanto a un materiale drammaturgico così ricco e a un’interprete come Paiato, questa mancanza risulta ancora più evidente: lo spettacolo sembra non riuscire a tenere il passo della propria protagonista.
La questione del ritmo si riflette anche nell’uso della musica, quasi assente o comunque inefficace. I momenti sonori non contribuiscono a creare dinamica, né a sostenere i passaggi emotivi.
Anche i silenzi, invece di essere carichi di tensione, si trasformano spesso in vuoti. E così la lentezza si amplifica, diventando una condizione dominante più che una scelta espressiva.
Questo Riccardo III resta impresso per la straordinaria interpretazione di Maria Paiato, capace di attraversare il testo con intelligenza e potenza rara.
Ma è uno spettacolo che si muove in un tempo troppo lento, che non riesce a costruire un vero crescendo e che finisce per attenuare la violenza e l’urgenza della tragedia.
Si esce con l’impressione di aver assistito a un grande lavoro attoriale — soprattutto della protagonista — intrappolato però in una macchina scenica che fatica a respirare, e soprattutto a correre.
Monia Manzo
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