Andrea Villaraggia E Il Suo Romanzo Rayo

Andrea Villaraggia E Il Suo Romanzo Rayo

L’attore Andrea Villaraggia racconta cosa si nasconde in Rayo, il suo primo romanzo. Tra le parole dell’autore e le imprese eroiche delle sue “creature”, tante identità a confronto che rivendicano l’anticonformismo di un artista libero e indipendente

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Attore, autore, artista eclettico e poliedrico, Andrea Villaraggia, volto familiare per gli italiani - anche grazie ai ruoli interpretati per campagne “tormentone” come Melinda e Baci Perugina - ha costruito negli anni un percorso trasversale tra cinema, televisione, teatro, editoria e web. Un cammino fatto di linguaggi diversi per inseguire la libertà espressiva di cui ha sempre sentito il bisogno. Un prolifico flusso creativo che lo ha portato di recente ad approdare alla narrativa con Rayo, il suo primo romanzo.

Nato da un immaginario fortemente visivo e pensato come una fiaba contemporanea per giovani e adulti, il libro racconta il viaggio di un galgo spagnolo attraverso incontri, pericoli e legami che diventano occasione per interrogarsi su libertà, appartenenza e destino.

Dietro la forma apparentemente semplice della favola, Rayo apre uno spazio profondo su temi intimi e identitari. 

In questa intervista incontriamo l’autore nel crocevia in cui recitazione, scrittura e immaginazione si incontrano, per scoprire quali tracce ha lasciato Rayo nel suo percorso creativo e verso quali nuove strade il suo fiuto condurrà la carriera di Andrea.


Attore, sceneggiatore, regista e scrittore. Quale di queste vocazioni la rappresenta di più? 


Ma ti prego dammi del tu! Regista, al momento, lo escluderei. C’è stata una breve parentesi nel lontano 2012, diressi “Mim3”, cortometraggio ancora disponibile su YouTube e una serie di sketch per il web dal titolo “Trafficlight”, poi ho deposto il ciak, per il futuro, forse, chissà. No, non c’è una veste che soverchi l’altra. Alla veneranda età di 43 anni, quello che ho capito è che voglio creare mondi e personaggi, e tutte queste arti sposano la causa. Le amo davvero allo stesso modo.


Il suo primo romanzo dal titolo “Rayo” non è quindi un ponte verso una nuova carriera ma il raccordo di tante abilità artistiche?


Direi di sì. In fondo tutto ciò che mi sono ritrovato a fare riporta comunque a due cose affini, la fantasia e la creazione. Pensa che Rayo nasce proprio come soggetto per un lungometraggio animato; trasformarlo in romanzo è stato un esperimento che spero di poter definire riuscito. Ora sto lavorando sull’opposto, ovvero trasporlo in sceneggiatura. È stato, fino a oggi, un percorso in qualche modo armonioso.


Quando avrà terminato l’adattamento cinematografico si occuperà sempre lei della produzione o intende cederne i diritti?


Non ho una risposta al momento. Sono aperto a tutto, purché la sua essenza non venga meno. L’animazione è ancora oggi un linguaggio potentissimo che penso meriti più considerazione di quanta gliene venga data attualmente. Spero solo di trovare la “casa” giusta per Rayo, e che questo sogno si realizzi.


La trama del romanzo vede come protagonista un galgo - levriero spagnolo – e le sue avventure al fianco di altri animali. A che tipo di lettori sentiva di rivolgersi durante la stesura del racconto?  


La forma da “favola” che ho scelto, come tutte le favole che si rispettino, è appunto soltanto una forma. Gli animali parlanti sono un veicolo per fornire un punto di vista specifico, ma Rayo parla di cose che toccano tutti nella vita, come l’amore, l’amicizia, la famiglia. Parla anche di vita e di morte, ma soprattutto, della ricerca di sé stessi e di un “posto” da poter chiamare casa, dove sentirsi accettati e valorizzati. E di una società che tende a categorizzare gli esseri viventi al netto del proprio tornaconto. Credo che queste siano cose che tutti ci ritroviamo a vivere quotidianamente, soprattutto in quest’epoca di continui cambiamenti sociali. Gli animali possono affascinare particolarmente i bambini, ma l’animo che li accompagna si rivolge a tutti, soprattutto agli adulti.


Per l’identità di Rayo e degli altri personaggi, a chi o cosa si è ispirato? Ci sono tratti autobiografici? 


Assolutamente sì. In Rayo mi ritrovo nel non fidarmi mai di quelli che potrebbero essere i miei talenti, io in prima persona non faccio che dubitarne anche se gli altri me ne riconoscono tanti. Oppure anche la ricerca del posto in cui vivere e mettere radici è qualcosa che sento particolarmente mia. Ancora oggi sogno un luogo da poter chiamare casa, e non mi riferisco agli affetti, anzi, per quelli ringrazio ogni singolo giorno. Parlo proprio di un posto che mi sia di ispirazione, che mi aiuti a capire chi sono. Perché il luogo, come sappiamo, è musa per ogni artista. Non so se questo posto esista davvero, ma so che lo sto cercando. Con Rayo condivido anche la necessità di dover “salvare” tutte le persone alle quali tengo, finendo spesso con l’inchiodarmi nel tentativo.


Si è autopubblicato per scelta, per fretta o per crisi del mercato editoriale?


Mi sono autopubblicato perché per una volta, dopo una vita passata ad aspettare di essere selezionato per un casting oppure scelto per un ruolo, volevo scegliere io. Scegliere di esistere. Esistere adesso. Con tutti i pro e i contro e gli errori del caso. Volevo che la storia che avevo ideato e sviluppato, arrivasse al pubblico e lo facesse così come era nata.  Diciamo che sono consapevole di come Rayo sia un romanzo particolare, forse di nicchia, forse difficile da collocare, ma credo che questa sia anche la sua stessa forza ed è ciò che mi spinge a volerlo proporre al mondo intero in un modo o nell’altro, cosa sulla quale sto ancora lavorando attivamente. Al momento il libro è facilmente acquistabile su Amazon.


Ha deciso di donare una parte dei ricavi del libro in beneficenza, anche se non le fa molto piacere parlare di questo. Perché? 


Non è che non mi faccia piacere parlarne, solo non amo l’idea che si pensi che lo faccia per una sorta di “aggancio”. Voglio che Rayo venga letto e apprezzato per sua stessa natura, non per un fine. Ho deciso di donare parte del ricavato delle vendite all’associazione onlus “Progetto Galgo” proprio perché non mi piace l’idea di lucrare su una situazione come quella dei levrieri spagnoli, spesso sfruttati per la caccia e le corse, sottoposti ad allenamenti crudeli e logoranti, per poi, quando non più redditizi, venire abbandonati, se non peggio.

In famiglia ne abbiamo avuti due, Chabi e Miguel, nomi che ho dato anche ai protagonisti. Sono creature talmente speciali che meritano un destino migliore e ti dirò che spero di trovarmi presto nella condizione di poter fare qualcosa anche per i tori destinati alla corrida, come il buon toro Horacio, non a caso anche lui uno dei bizzarri personaggi del mio libro.


In una precedente intervista ha dichiarato di nutrire un amore particolare per i personaggi secondari. Anche lei si sente un personaggio secondario?


Bella domanda! Più che secondario, mi piace pensarmi come uno di quei caratteri che entrano in scena al momento giusto, nel bene o nel male. Quei personaggi che aspetti di rivedere, che sei felice quando compaiono, che non dimentichi e senza i quali il mondo del protagonista non sarebbe lo stesso. Non so se io sia riuscito a diventare uno di quei personaggi, intendo proprio nella vita, ma di sicuro ci sto lavorando.


Le avventure del “suo” galgo terminano con questa pubblicazione o è previsto un sequel? 


Non si può dire, sarebbe un grosso spoiler. Posso dire che il finale ha prodotto, in chi ha già letto il libro, un effetto “univoco” ed era proprio quello che volevo raggiungere. Per il momento non mi esprimo oltre.


A quali altri progetti sta lavorando in questo momento?


Sono alle prese con il mio secondo romanzo, una commedia dolceamara con degli attempati protagonisti on the road, il cui titolo provvisorio è “L’ultimo primo viaggio”, sarà molto diverso da Rayo. Contestualmente mi trovo anche su due nuove sceneggiature insieme a Leopoldo Caggiano, amico e collega con il quale ho realizzato altri lavori. Mi sto dedicando al coaching attoriale per streamer e content creator che vogliono migliorare le loro doti comunicative di fronte alla telecamera, qualcosa che non mi sarei mai sognato di fare, ma che mi sta dando parecchie soddisfazioni. Devo dire che, nonostante le grandi difficoltà che porta, il mondo dell’arte e dello spettacolo è proprio bello e non smetterò mai di sentirlo mio. 

Salomè da Silva 

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