Sceneggiatore di film e serie tv, per la prima volta dietro la macchina da presa, Tabada realizza una commedia fantasy e farsesca sull’odio transfobico e su cosa significhi davvero essere donna. Presentato al Karawan Fest 2026 il film porta con sé tutta l’ispirazione di un regista cinefilo (chiari i riferimenti ad American Beauty nella scena finale e alla rosa della Bella e la Bestia) e la patina glitterata della visualità queer.
La protagonista della storia è Ena (Sue Ramirez), una modella di spot promozionali di prodotti femminili. In un bagno di un autogrill, dopo aver inveito contro una donna trans, viene colpita da un incantesimo lanciato da quest’ultima; la perdita provvisoria dei suoi organi genitali destinata a divenire definitiva nel caso non trovasse nessuno che la ami così com’è (senza vagina), prima che tutti i petali di una rosa magica cadano a terra.
Il background queer del regista (nonché sceneggiatore dell’opera) e la vena grottesca e comica data alla narrazione creano un melting pot spregiudicato e irriverente, mirato a combattere il cliché, utilizzandolo. Tutte le obiezioni fornite da Ena per giustificare il fatto che una donna trans non sia effettivamente una donna si concentrano sull’assenza dell’organo femminile eppure, pur dopo averlo perso, in seguito alla stregoneria della fata trans, Ena continua a sentirsi una donna.
Questo viaggio di formazione (inteso come esplicita volontà di educare la protagonista) sembra però fare sempre qualche passo indietro. Ena si dispera perché gli uomini scappano dopo aver saputo dell’assenza della sua “Poochy”, riflette sul fatto di essere stata definita donna fino a quel momento solo sulla mera base fisica ma, malgrado tutto, è imperterrita nel portare avanti la sua tesi. Quasi fino alla fine, si ostina a rifiutare di comprendere in profondità il punto di vista trans. Che il regista ci abbia voluto mandare il messaggio secondo il quale anche gli individui più tosti (e meno empatici), al capolinea della propria esistenza, possano imparare a comprendere gli altri davvero?
Probabilmente l’insistenza su questo punto rende il personaggio principale un po’ debole, necessitando di continue spiegazioni e dimostrazioni didascaliche, però l’originalità delle trovate e alcuni plot twist fanno recuperare terreno, consegnando allo spettatore una storia emotivamente incalzante.
Presentato in chiusura nel 2025 al New York Asian Film Festival, Flower Girl non è solo una “lezione sulla transfobia", come l’ha definito il Rolling Stone Filippine, ma è anche un grido di sfida ad una visione patriarcale del corpo femminile.
Come prima opera, il film si distingue per forza visiva e una regia originale creando un solido trampolino di lancio per il regista.
Aurora Pallotti
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