MENTRE RUBAVO LA VITA: Monica Guerritore E Giovanni Nuti Alla Casa Del Jazz

MENTRE RUBAVO LA VITA: Monica Guerritore E Giovanni Nuti Alla Casa Del Jazz

Quando la poesia diventa carne.

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Ci sono sere in cui il teatro smette di rappresentare la vita e decide, semplicemente, di attraversarla.

Alla Casa del Jazz, con Mentre rubavo la vita…, Monica Guerritore e Giovanni Nuti non hanno messo in scena Alda Merini: l'hanno evocata. Non come un ricordo, ma come una presenza viva, inquieta, luminosa. Lo spettacolo, costruito sui versi della poetessa milanese, intreccia parola e musica in un dialogo che restituisce tutta la vertigine della sua anima.

Monica Guerritore possiede il raro dono di abitare ogni sillaba. La sua voce non interpreta: accarezza, ferisce, consola. Attraversa il dolore con la naturalezza di chi conosce il peso delle cadute e il coraggio delle rinascite. Nei suoi silenzi c'è già poesia; nelle pause si ascolta il respiro stesso della Merini.

Accanto a lei, Giovanni Nuti non accompagna semplicemente i testi: li riconsegna alla loro origine musicale. Le sue composizioni sembrano nascere nello stesso luogo in cui la poesia diventa respiro, ricordando il lungo sodalizio artistico che lo ha legato ad Alda Merini per sedici anni.

La band disegna paesaggi sonori delicati, mai invadenti. Il violino apre ferite di luce, il pianoforte raccoglie le confessioni, le percussioni scandiscono il battito di un cuore che continua ostinatamente ad amare. Tutto concorre a costruire un'atmosfera sospesa, dove il pubblico non assiste ma partecipa, quasi chiamato a custodire quelle parole.

La Casa del Jazz diventa allora un luogo dell'anima. Le luci estive, gli alberi, il cielo romano sembrano amplificare la voce della poesia, trasformando ogni verso in un gesto condiviso. Si ride, ci si commuove, ci si riconosce. Perché Alda Merini continua a parlarci con quella sincerità disarmante che appartiene solo ai grandi poeti.

Questo spettacolo non cerca effetti speciali. Cerca la verità. E la trova nella fragilità, nell'ironia, nella passione, nella fame d'amore che attraversa tutta l'opera della Merini.

Si esce dalla Casa del Jazz con la sensazione di aver ascoltato qualcosa che non appartiene soltanto al teatro o alla musica. Si esce un po' più vulnerabili e, proprio per questo, un po' più vivi.

Perché alcune serate finiscono con un applauso.

Altre continuano a risuonare dentro, molto tempo dopo che l'ultima nota si è dissolta nel silenzio.

Monia Manzo

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