Nella personale del Maestro Mimmo Paladino al Frantoio di Capalbio “Drammaturghi / Storyboard”, a cura di Davide Sarchioni, gli Autori, come Artaud, Beckett, Brecht, Eschilo, Goldoni, Ionesco, Molière, Pirandello, Shakespeare, Strindberg, Ibsen, Kane, Carmelo Bene, Majakovskij, Kantor e Dario Fo, con un omaggio ad Eduardo, rappresentano il mondo del teatro.
Le opere sono state realizzate tra il 2005 ed il 2018, utilizzando una tecnica mista su cartone, montato su legno. I tratti degli autori diventano campiture, cromatismo, schizzi, figure e maschere, e il riferimento ai protagonisti porta una più ampia riflessione sulla capacità dell’uomo di trasformarsi attraverso la drammaturgia, il fare teatro, ed attraverso la caratterizzazione di ogni personaggio i volti dei drammaturghi lasciano una traccia del loro universo poetico. La parola che diventa figura, torna come presenza, segno e possibilità di cambiamento e di evoluzione attraverso la memoria.
Gli Storyboard sono prove d’autore, con 8 carte esposte tra appunti visivi, schizzi segni e figure che lasciano intravedere il percorso artistico e narrativo dell’autore, il suo momentum creativo nel fissare il fotogramma. Al di là della preparazione tecnica di ogni scena, Paladino fa il suo creando l’occasione di un rapporto tra immagine e racconto con figure in movimento, attraverso il tempo e lo spazio, contestualizzando appunti e schizzi.
Il manifesto della mostra rappresenta l’essenza della cifra narrativa dell’artista. Nel suo fare arte, infatti, Paladino utilizza in primis il disegno che nasce come segno sulla carta prima di diventare pittura, scultura, scenografia o fotogramma. Il manifesto, come anche gli storyboard, ricorda gli inizi dell’artista; egli infatti cominciò con fotografie, collage, tecniche miste per poi arrivare alla pittura, al segno e alla figura.
Quest’ultima è dunque, insieme al disegno, il punto di partenza per arrivare al cinema e al teatro. Nel film “Quijote”, del 2006, liberamente ispirato al Don Chisciotte di Cervantes, presentato alla mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, l’artista crea attraverso le sue opere e la sua esperienza di scenografo, delle vere e proprie icone di stile, delle immagini che si esplicano attraverso il movimento. Se il teatro aveva portato la forma nello spazio, il cinema introduce il montaggio e la successione, una forma di “Pittura con la luce” (cit.) Paladino infatti non abbandonerà mai la pittura, pur facendo cinema.
Nel film “Quijote” il lirismo del cavaliere errante e la solennità della morte, la follia, i mulini a vento, la sfida contro le ingiustizie sono rappresentati da uno stile iconico, dove la musica, la luce e la figura cambiano in una dimensione spazio-temporale astratta, lontano dal presente, onirica. Sarà questa trasformazione a creare l’unicità delle scene del film, dove l’onore e l’amore, rappresentato dalle eroine narranti incontrate dal Don Chisciotte, si fondono insieme in questo viaggio attraverso il sogno di un uomo che cerca la verità e la giustizia.
Ho voluto fare qualche domanda al maestro Mimmo Paladino per meglio interpretare la mostra e la sua arte.
A proposito di teatro e di cinema, nei drammaturghi lei ha colto l’essenza di sedici autori teatrali. Come è riuscito a trasmettere l’essenza degli autori in pittura attraverso la trasposizione in immagini della parola?
Piu che fare un ritratto che forse non ho mai fatto in vita mia è stato soprattutto interpretare la sensibilità del loro teatro, come in Moliere il piroettare dei colori che era del suo tempo. In Eduardo e Pirandello, cercare più la fisionomia, la somiglianza, come anche in Shakespeare. Per gli altri autori mi sono ispirato al lavoro drammaturgico quindi più spigoloso in Brecht che aveva anche un impegno politico, più introspettivo in Beckett.
Com’è stato il passaggio al cinema con don Quijote del 2006?
Da tempo cercavo l’ipotesi di fare un film. Nel mio lavoro fine anni ‘70 era molto utilizzata la fotografia. Capitò una mostra su Don Chisciotte, mostra a Capodimonte a Napoli, e là ci fu la possibilità economica di fare un film… con l’aiuto di Teatri Uniti e la capacità di Angelo Curti. Girammo 20/25 minuti. In seguito mi vide Marc Muller che disse a Curti: ”se lo portate a 75 lo portiamo a Venezia”. Dopo qualche mese, girammo i minuti mancanti, ci fu la disponibilità di Dalla e Servillo ed il film andò a Venezia.
Senta, a proposito della scenografia e del teatro, la Montagna di sale del 1990, divenne opera autonoma, dopo che fu scenografia a Gibellina, Come è stato il passaggio dalla scenografia alla scultura nel suo percorso?
La scultura già esisteva nel mio lavoro. La montagna succede a Napoli, che diventa opera in Piazza Plebiscito a Palazzo Reale. Allora c’era Bassolino sindaco, e c era uno spazio vuoto sulla piazza; la Montagna di sale, fatta in poco tempo, diventò l’emblema di quella piazza. Anche le Vetrate del Teatro di Parma rimangono opere autonome.
Negli Storyboard c’è la creazione di immagini in movimento attraverso il tempo e lo spazio; lei aveva preso degli appunti combinati con schizzi… quanto è stato importante il passaggio dalla figura al fotogramma?
Negli appunti con schizzi e frammenti per gli Storyboard ho fatto il mio mestiere tirando fuori opere d’arte da una raccolta di idee e frammenti provenienti dalle suggestioni di quel momento.
Quanto è importante per lei la memoria storica?
La memoria storico-arcaica nel meridione viene proprio da casa mia ed è importante per me in quanto permea il mio lavoro.
Lei parte con la transavanguardia…Come l’importanza della figura ha influenzato la sua interpretazione della storia dell’arte, del mito e della tradizione cattolica?
Il meridione è pieno di sacro e profano quel mondo li mi interessa molto, in quanto c’è una commistione del passato con il presente che io riporto nelle mie opere.
La mostra Drammaturghi / Storyboard al Frantoio di Capalbio sarà visitabile fino al prossimo 18 ottobre 2026.
Monica Pecchinotti
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