Carlo Lo Forti

Mimmo come prima parola non ha detto mamma, ma un’altra parola che inizia con la M e finisce con la A

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Intervista a Carlo Loforti, autore del libro Appalermo, Appalermo! edito da Baldini e Castoldi. Carlo Loforti: palermitano classe ’87. Lavora come creativo per la tech company Mosaicoon. Ha scritto "Suicidi d’onore" (Ed. Leima, 2013) e ha lavorato per cinema (co-autore del lungometraggio “Fuori dal coro”) e web (co-autore della web serie “Senza Contratto”). È stato tra i finalisti della XXVIII edizione del Premio Italo Calvino. "APPALERMO, APPALERMO!" è il suo primo romanzo.

Ho avuto il piacere di recensire il suddetto libro e adesso approfondiremo la conoscenza dell’autore e della sua opera con questa intervista per i lettori di UnfoldingRoma. Cercheremo di fare anche una piccola analisi del testo senza mai togliere al potenziale lettore il piacere della scoperta, pagina dopo pagina, di un libro che merita tutta l’attenzione del caso.

Salve Carlo, partiamo dal principio, il titolo del libro Appalermo, Appalermo.

Ci sembrava che questo titolo sintetizzasse bene tre elementi preminenti del testo: commedia, localizzazione, linguaggio parlato. È una citazione di Assalonne, Assalonne! di Faulkner, ma anche un tributo allo slang con cui si esprime il protagonista e alla città che ospita la storia: Palermo.

Questa tua capacità di raccontare le persone, i loro ragionamenti, pensieri, paure, ossessioni, quando hai capito che poteva avere il potenziale per un romanzo?

Non l’ho capito, in realtà. È stato il protagonista, Mimmo Calò, dopo anni di “gravidanza”, a imporsi con delle doglie improvvise e  a condurmi al parto inatteso, e insolito, di un quarantenne di borgata di 75 chili.

Perché Mimmo Calò, il protagonista, è un giornalista sportivo?

Sono un nostalgico del calcio anni ’90. Sono cresciuto a pane, sottilette e calcio, e sono sempre stato affascinato da questi personaggi locali che commentavano le partite del Palermo, attribuendo ad esse un’importanza più che sportiva, personale. Giornalisti impegnati, sì, ma “impegnati calcisticamente”. E allora ho ipotizzato: cosa farebbe uno di questi personaggi la cui vita è legata a doppio filo con il calcio, senza il calcio?

E’ molto interessante il particolarissimo rapporto che il protagonista ha con le donne, in opposizione al rapporto con gli uomini della storia dal padre all’amico e così via.

Mimmo Calò vive una tensione costante nel rapporto con le donne della sua vita, a differenza di quanto accade con le figure maschili. È proprio da questa tensione però, dal suo voler dimostrare di essere alla loro altezza (in realtà, Mimmo è un finto maschilista) che nascono sia le situazioni comiche, che la sua stessa spinta a fare, a reinvetarsi continuamente, al voler ottenere qualcosa di buono. Senza queste donne, controverse e problematiche, probabilmente vivrebbe nell’apatia. Come la maggior parte di noi uomini.

Parliamo della scelta linguistica.

Quando è nato, subito dopo il faticosissimo parto di quarantenne citato prima, Mimmo come prima parola non ha detto mamma, ma un’altra parola che inizia con la M e finisce con la A, tipicamente sicula. Scherzi a parte, ho subito sentito che il protagonista di Appalermo, Appalermo! non poteva esprimersi in maniera troppo distante da chi Palermo, quella vera, la vive e la parla ogni giorno. Più che una scelta, è stato un atto di sincerità verso me stesso, e verso i personaggi palermitani che in questi anni ho più amato e che hanno concorso nella creazione del personaggio.

Pag. 311 “ho imparato a sapermi accontentare” La morale del libro sembra essere “chi si accontenta gode”. Accanto alla raggiunta maturità del protagonista c’è una sorta di arresa davanti a tutto quello che prima lo infastidiva o a cui credeva…è un classico atteggiamento palermitano che hai voluto sottolineare…

Mi piace pensare che ciascuno troverà una “morale” diversa, una volta finito il testo. O meglio, spero che più che una morale, il testo lasci una scia dentro il lettore e un sentimento di vera e propria familiarità con il protagonista. Come se fosse un vecchio cugino con cui è stato bello trascorrere una vacanza insieme in quel lontano 1989. Dentro di me, ad esempio, più che un “sapersi accontentare”, Mimmo Calò ha lasciato una suggestione: cerca di capire il prima possibile cosa sei bravo a fare e concentrati su quello.

Chissà cosa lascerà negli altri.

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Di contro… il criminale si dà al croudfunding!

In tempi di crisi, anche la criminalità è costretta ad “organizzarsi”. E mi sembrava che l’idea di una banda di idioti che organizza un crowdfunding illegale, avesse in sé un forte potenziale comico.

A proposito di mafia, e da Palermitano, come valuti la recente intervista di Bruno Vespa al figlio di Riina?

Trovo la strumentalizzazione dell’apologia mafiosa per ragioni di auditel molto lontana dalla mia idea di giornalismo. Allo stesso modo, la demonizzazione di un testo, qualunque esso sia, mi è altrettanto lontana. Credo che la questione si riduca alla responsabilità dei singoli, dell’editore che sceglie di pubblicare, soprattutto. Scelta che, ovviamente, non condivido per le stesse ragioni esposte sopra.

La cosa più autobiografica che troviamo nel libro?

Ho smesso di chiedermi quanto di autobiografico ci sia nel testo, forse per me non è davvero importante. Ci sono molte suggestioni, quello sì, la cui provenienza nella maggior parte dei casi è indecifrabile persino per me.

Vedi e speri in un adattamento cinematografico del tuo libro?

Lo spero e lo vedo. Anzi, l’ho già scritto.

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Alla disciplina….

Sì, la cito nei ringraziamenti a fine romanzo. Per svariate ragioni di carattere personale, senza la disciplina questo romanzo non esisterebbe. Non potevo non rendergliene atto.

Grazie in particolar modo a Carlo Loforti e a Michella Rossetti.

Francesca Uroni 

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