Flavia Germana De Lipsis

Protagonista al Teatro dell'Orologio con "Helter Skelter", l'attrice si racconta rivelando il suo ruolo di donna impegnata

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“Ascoltare a fondo pochi insegnamenti e farseli risuonare nella testa e nel corpo a distanza di tempo; non avere paura di non saper fare, bensì ammetterla e comunicarla, cercare sempre la cosa positiva che un altro collega ha, osservare, osservare, osservare, non stancarsi mai di chiedersi cosa mi piace? E perché mi piace?” Sono queste le parole di Flavia Germana De Lipsis che rivelano una professionalità di vera attrice che, nonostante una carriera già affermata, non smette mai di placare la sua sete di conoscenza e professionalità. L’abbiamo incontrata alla vigilia dello spettacolo Helter Skelter - Geometrie d'amore in cui è protagonista insieme a Simone Castano. Flavia è un personaggio oltremodo vero che analizza la realtà contemporanea senza mancare di porsi delle domande sul cosa possa migliorarla.


Ci spieghi il tuo ruolo in Helter Skelter - Geometrie d'amore e quanto di te o di non te c’è in questo personaggio…


In Helter Skelter io sono LEI, una donna vittima di violenza domestica. E’un personaggio su carta molto complesso, pieno di cambi di direzioni contraddittori, che sembrano marciare in opposizione a quello che desidererebbe. Sembra essere tutto e il suo contrario, l’amica, la madre, la sorella, la donna innamorata:  punta sulla condivisione delle stesse mancanze per far breccia nell’anima di Seb, l’altro protagonista, e non si trattiene; è un amore maldestro, impotente, incapace di controllarsi, una strana attrazione tra due anime marchiate, mosse da un bisogno cosmico di amore. Penso che qui stia il mio apporto personale al personaggio: quante volte l’amore non dato ci ha portato a scavalcarci, a gettarci nel vuoto, a tentare la sorte, anche ad annientare una parte di noi per sopravvivere; per distruttiva che sia, questa è una spinta alla vita, anche se il viaggio è un tornado vertiginoso e non ripercorribile; quando il mondo insegna, costantemente, soprattutto a certe categorie di persone a non  essere felici, noi, invece, inseguiamola la felicità, permettiamoci di essere felici, anche se all’improvviso, e diciamocelo perché l’attimo dopo può non essere più. Così sapremo chi siamo o chi non siamo, ma ne sapremo di più su noi stessi. Senza amore non si sa stare al mondo e questo spettacolo è il tentativo di starci e di starci insieme, nonostante la maldestra armonia della natura e del mondo fuori ci abbia bucato il cuore.  C’è un posto e un amore per tutti.

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INVENTARIA FESTIVAL dal  9 al 22 maggio al Teatro dell'Orologio si propone come la festa del Teatro Off, fatta da artisti per artisti. Ma oggi, secondo te, quanta solidarietà c’è effettivamente fra chi fa questo lavoro?


Questo è un tema importante, centrale e spinoso, perché nell’arte in generale c’è poco sentire comune e molto bisogno individuale, e questo indebolisce enormemente il settore: perciò così tanto spesso si sente l’esigenza di dover riaffermare la centralità della cultura, la sua stessa esistenza nella società civile, perché tutto è sacrificabile ormai e la bussola delle priorità non si muove più in un orizzonte ragionevole. C’è il rischio che questo modo di pensare diventi normale. Bisogna opporsi vivamente. Mai come adesso, credo sia  tempo di mettere da parte l’io e di unire le forze: costruire; bisogna conoscersi, fare rete, informarsi, non solo affollare palchi o dibattiti, ma magari fare un passo indietro, imparare le regole del gioco per cambiarle da dentro. INVENTARIA è una manifestazione nata da un piccolissimo nucleo che voleva conoscere “il grande mare” e portarlo a più persone possibili, offrendo quelle possibilità che, al tempo, a noi per primi non sono state offerte e che tanto fanno la differenza per le compagnie teatrali in Italia, soprattutto nel circuito OFF. Qualità, accessibilità e correttezza. In questo senso lottiamo ogni anno per stare in piedi, senza contributi di alcun tipo, mossi da pochissime persone che si prendono tutto il lavoro, oneri, rischi e anche giustamente onori, solo sulle loro modeste ed aggiungo onestissime spalle. Così pratichiamo la solidarietà, o almeno crediamo, migliorandoci sempre un po’, mettendo in contatto realtà, condividendo, facendo noi il primo passo, a volte avanti, a volte indietro, a volte, spesso, inventandoselo: “INVENTARIA” infatti !


Hai un curriculum con una preparazione artistica che abbraccia diversi campi e di tutto rispetto. Ma cosa senti che ti ha formato veramente?


Credo il non capire per tanto tempo cosa mi mancava e non riuscire a trovare soluzione!  Sembra strano, ma è come avere un problema da risolvere in continuazione: puoi avere la soluzione allora il problema si estingue, muore: e poi? Oppure puoi provare vari tipi di soluzione e poi scegliere; l’importante è tentare di capire, sforzarsi con tutte le proprie pur limitatissime forze; finché si è impegnati in questa attività non si smette di creare e di conoscere: questo fa la differenza; è il tragitto che è sempre più educativo della meta; “irrisolti” non è un problema, ma una condizione ottimale per il miglioramento.

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Allo stesso tempo hai avuto diversi ruoli al cinema ma soprattutto al teatro. C’è qualcuno che ti ha emozionato particolarmente e quale vorresti ancora interpretare…?


Due tappe importanti sono state il personaggio di Doris tratto dal testo vincitore del nostro bando di drammaturgia DCQ-Giuliano Gennaio 2013, “Doris Every Day”, premiato come di consueto con la messa in scena, perché tocca il tema della bellezza femminile, l’identità più abusata, deturpata, controversa, rivoluzionata con cui oggi abbiamo a che fare e su cui tutti hanno un’opinione quasi sempre urgente, sintomo che c’è qualcosa di non risolto e di importante sotto il problema; è stata frutto di una residenza preziosa e concentrata ospitata dal Teatro Studio Uno di Roma ed anche un viaggio personale in un quasi monologo che ogni volta mi fa crescere un po’. L’altra è La Passione di J. S. Bach dal Vangelo Secondo Matteo su libretto di Picander, un lavoro quasi senza parole, tutto fisico, in cui, grazie ad Alessio Bergamo regista che ci ha diretti e preparati, ho riscoperto il senso se così posso chiamarlo di una mia indole profonda, lo scopo di certa mia fragilità e l’importanza della spiritualità nel lavoro di un artista. Raramente ho avuta un’eco interiore di un lavoro come in questa circostanza.


Cosa significa portare in scena condizioni di disagio, di sofferenza, di marginalita’, di diversita’?


Nella mia personalissima opinione significa innanzitutto alleviare la solitudine delle persone, metterle di fronte a tanti esseri che stanno in piedi storti come loro e che non per questo spengono il cervello o smettono di sognare. Così si aiutano a curare ferite, violenze, si denunciano cecità ed imbarazzi, omissioni prima ancora di azioni. E’ una militanza, doverosa, vista la quantità di marginalità presente nel quotidiano. Il teatro come l’arte in genere serve a sollevare le coscienze da una condizione sterile di autarchia, a volte indotta, a volte etero-indotta. Noi che siamo sul palco siamo i primi ad essere diversi, marginali, spesso disagiati, spesso sofferenti: chi non lo è? Chi non crede di esserlo? O chi ci si sente a pieno? Il nostro tempo non risparmia nessuno e il teatro, uno dei primi riti storicamente collettivi, ci abbraccia tutti: a volte assolve, a volte no. Ma il viaggio vale questo rischio.

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Domanda di obbligo… I tuoi progetti per il futuro?

Potrei rispondere che mi piacerebbe frequentare di più il grande schermo, le grandi famiglie cinematografiche, o fare una tourneè con un personaggio che mi affondi per somiglianza o per opposizione totali. Invece, voglio rispondere che mi piacerebbe scrivere, probabilmente qualcosa di teatrale, ma non per forza. Magari scrivere ed interpretare. E prima o poi lo faccio. Lo devo ad una ragazza di diciott’anni che voleva scrivere e sapeva farlo con una spassionata, ironica, poesia, ma la misero su un’altra strada e da allora non se n’è più scordata. Si chiama Flavia. Scrivere era casa mia. Vorrei tornarci.

                                                                                                                           Rosario Schibeci

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