Valerio Leoni

Dobbiamo ricominciare a ragionare da comunità, partendo però da noi stessi: “Valeo si vales” ma anche “Vales si Valeo”.

1052
stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

Una storia drammatica e un laboratorio di domande andrà in scena al Teatro dell’Orologio, in anteprima, martedì 24 e mercoledì 25 maggio con Futura umanità di Juan Mayorga, regia di Marco Bellomo, Alessandro Filosa e Valerio Leoni.

Futura umanità è ambientato in una grande azienda in cui un dirigente ha deciso di creare un progetto rivoluzionario che porti i protagonisti a uscire dal sistema produttivo e lavorativo tipico della società odierna per occuparsi di loro stessi e dei loro bisogni. L’intreccio di quattro personaggi sulla scena conduce lo spettatore ad affrontare tante domande: «se la società tutto impone, se tutto nei rapporti, lavorativi e umani, è menzogna, qual è la direzione in cui bisogna andare? Conformismo o idealismo? E quale corrente idealista seguire, nel caso?»

Unfolding Roma incontra oggi Valerio Leoni, giovane attore e regista padre di questo progetto. Buongiorno Valerio, grazie per aver accettato l’intervista.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});  

Hai deciso di portare in scena un autore importante ed innovativo del teatro spagnolo, Juan Mayorga, che si è occupato di temi civili spinosi come l’immigrazione, la pedofilia e in generale il lato oscuro dell’umanità. Perché hai optato per questo drammaturgo e in particolare per Futura umanità?

Buongiorno. È un piacere per me poter parlare con voi anche perché, aldilà di ciò che facciamo in scena, è l’unico modo possibile per far conoscere il nostro punto di vista su questo mestiere e sul nostro modo di porci a riguardo: Agiteatro è una compagnia formata da cinque attori, il nostro obiettivo è riscoprire le nostre responsabilità nei confronti del Teatro ed è per questo che, in questa fase iniziale del nostro percorso, stiamo cercando di affrancarci dall’idea di regia e di regista. Nessuno di noi ha un percorso di regia alle spalle, sarebbe innanzitutto irrispettoso nei confronti di chi ha studiato e si è formato per dirigere, ma allo stesso tempo nei nostri confronti. Lavoriamo infatti affinché l’Attore, ricominciando a prendersi delle responsabilità nell’atto creativo, ricominci a legittimare la sua presenza nello stesso: crediamo che sia giunto il momento di interrompere quella parabola che, partita da artisti illuminati, dai padri della regia, ha portato attraverso un circolo vizioso il regista a prendere le redini di tutto il Teatro e l’attore a diventare un mero esecutore, una marionetta che col tempo ha perso anche la possibilità di essere definita “super”. Nei confronti di questo progetto quindi, così come per gli altri nostri progetti corali, non ci sono padri, ma fratelli: il tutto perché il nostro lavoro parte da noi in quanto attori, dall’interno della scena, da ciò che sappiamo e vogliamo fare: Agire. Tornando alla sua domanda, Futura Umanità è una commedia che ha a che fare, come tutto il teatro di Mayorga, con tre fattori: l’uomo, la società e la storia: ogni espressione, ogni quadro, ogni personaggio contiene al suo interno riferimenti a questi tre temi, è questo che rende il suo teatro così interessante: ogni attore, ogni teatrante ed ogni spettatore può trovare il suo personale significato a ciò che legge e a ciò che vede perché, avendo davanti a sé significanti costruiti su più livelli, i significati si intrecciano seguendo l’esperienza di chi ci si interfaccia. Dovendo quindi fare un torto a quest’autore (che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente a Verona in occasione di una sua conferenza all’università) sceglierò uno dei livelli che più ci ha spinto a mettere in scena questo testo: il conflitto in cui si trova oggigiorno la mia generazione. Siamo, noi nati negli anni ‘80 e ’90, una generazione fortemente disillusa: la disoccupazione giovanile ai massimi storici, la speranza in un futuro migliore che si affievolisce sempre di più, la fuga dei cervelli e dei fondi e il cinismo dilagante ci hanno portato a dover scegliere: fare ciò che desideriamo fare della e nella nostra vita o adeguarci e cominciare ad usare espressioni del tipo “purtroppo lavoro”? Idealismo o conformismo? Felicità a breve termine o serenità a lungo termine? Ci stanno addormentando dietro il concetto di “normalità”, ci vogliono far credere che la cosa migliore sia diventare flessibili, adattarsi, infilarsi in una catena di montaggio di cui non si vede la fine, tanto poi a quelli che ancora un lumicino dentro ce l’hanno “vendono delle pillole per gestire la disperazione nella quale navigano”. Ma in ogni caso la maggior parte dorme da anni, sepolta sotto una coltre di perbenismo ed ipocrisia. Credo sia chiaro io da che parte stia, ma anche la mia fazione non è che possa sentirsi così soddisfatta: fare teatro in Italia, per esempio (tralasciando burocrazia, fondi, teatri che chiudono, pubblico che scappa verso mete più appetibili, economiche e spettacolari) vuol dire essere considerati “giovani emergenti” ancora a 40 anni. Io ne ho 27, per altri tredici cosa sarò? Ecco perché Mayorga è interessante, perché nessuno alla fine ha ragione: la vita è complicata, gli unici due colori che davvero non esistono sono, in fin dei conti, il bianco e il nero.

Mayorga è, purtroppo, poco tradotto e poco conosciuto in Italia. Puoi raccontarci in che cosa ha cambiato il teatro? Come influenza il teatro contemporaneo?

Mayorga è innanzitutto un uomo che arriva al teatro attraverso un percorso non teatrale: filosofo, matematico, si è approcciato alla drammaturgia portando con sé in dote un bagaglio culturale e un’elasticità mentale proprie di una grande mente nutrita da una grande cultura, il tutto condito da disponibilità e curiosità che metterebbero a proprio agio qualsiasi interlocutore. Partito da uno stile che doveva molto al suo maestro Siniterra (padre dei “sistemi minimalisti”, della concezione della “scena senza limiti” e della differenziazione tra “spettatore reale” e “spettatore ideale”, teorizzando anche il percorso che un testo ed una messa in scena dovrebbero fare per farli coincidere) ha, nell’arco di decenni di attività, maturato uno stile tutto suo che l’ha portato a riavvicinarsi alla drammaturgia narrativa mantenendo però sprazzi di post-narrativismo: non c’è un intreccio vero e proprio nei suoi testi, sebbene sembrerebbe così a primo impatto. La trattazione traversale dei dialoghi, i vari livelli al quale ti mette di fronte ad ogni nuovo approccio, la necessità forte di un tramite tra parola scritta e parola agita ci hanno fatto comprendere la grandezza di questo autore, e le possibilità che poteva dare all’Attore di farsi portatore di altro, di nuovo significato, di farsi quindi amplificatore del testo scritto. La tematica sociale diventa fondamentale nel momento in cui capisci che, oggi, in questo paese più che mai, c’è bisogno di Teatro, ma il Teatro per avere la T maiuscola deve essere necessario: i testi di Mayorga sono necessari perché indagano l’essere umano, la società, la storia, senza servire risposte ma ponendo domande.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});  

Parliamo dello spettacolo. Futura umanità è la storia di un rifiuto per il possesso del tempo che la società odierna impone. Quale soluzione propongono i personaggi?

Attraverso la menzogna che pervade il mondo, creano una rete di persone che si proteggono a vicenda, che si coprono a vicenda, potendo così dedicarsi finalmente a se stesse: in una parola rispolverano l’antico concetto, oggi purtroppo caduto in disuso, di “comunità”. Vivendo in un mondo, il nostro, in cui la comunicazione consiste in monologhi sovrapposti, i personaggi di quest’opera cercano di ricostituire un dialogo. Per farlo decidono di alienarsi dall’alienazione, ponendo di nuovo la Persona al centro di una Comunità.

Credi che la società odierna viva una situazione così drammatica? Di quale rivoluzione ha bisogno il nostro tempo?

Credo di sì. E credo che la direzione sia sempre più verso il basso: è per questo che il compito del Teatro, la più sociale delle arti, è oggi più che mai, dal mio punto di vista, quello di portare Gioia alle persone. Gioia e Dialogo. È questa la vera rivoluzione: se cercassimo giorno dopo giorno di portare nel nostro piccolo un poco di calore alla persone che abbiamo intorno, quelle barriere che si stanno creando comincerebbero a sciogliersi dall’esterno; se invece che dire “ascolta” dicessimo “dimmi” quelle barriere comincerebbero a sciogliersi anche dall’interno. Dobbiamo ricominciare a ragionare da comunità, partendo però da noi stessi: “Valeo si vales” (espressione latina usata nell’aperture delle lettere, che significa “sto bene se tu stai bene”) ma anche “Vales si Valeo”.

Descrivendo lo spettacolo hai dichiarato che al teatro non bisogna chiedere risposte forti e risolutive, ma che esso porterà nuove domande. Perché?

Perché lo spettatore si trova in questo modo a doversi porre nel dialogo teatrale come parte attiva, dovendo risvegliare la sua curiosità e il suo senso critico, uscendo dallo spazio teatrale con un moto verso l’esterno, moto che i tempi che corrono stanno sempre più incancrenendo. I portoni blindati esistono perché il nostro vicino non butta più un occhio a casa nostra quando non ci siamo; in realtà spesso è proprio quel vicino che ci spaventa, quella persona alla quale diciamo “buongiorno” quasi tutte le mattine ma che ci fa paura, che non conosciamo davvero né comprendiamo, chiusi come siamo nella nostra sfera privata fatta di finestre retroilluminate da 5 pollici. La società ci fa paura, la comunione reale ci fa paura, il dialogo ci fa paura.

Le domande bastano agli essere umani?

Le domande portano movimento, crisi e quindi opportunità, le domande ci fanno uscire dalla condizione, inutile, di equilibrio. Da sole non bastano, certo, ma senza domande non c’è nessuno che cerca risposte: non sono queste ultime ad essere fondamentali, fondamentale è il percorso che unisce i due concetti: è lì che sta l’Uomo. Una vita che nasce è la regina delle domande, una vita che finisce è la regina delle risposte. Proviamo a togliere ad un bambino le domande, cosa succederebbe? Le domande da sole non bastano, ma sono un ottimo punto di partenza.

Il teatro civile ci pone interrogativi in quanto cittadini ed esseri umani. Quanto è importante oggi? È l’idea di teatro che vorresti continuare a fare?

Dal mio punto di vista, dal punto di vista della mia compagnia, l’unica differenziazione che ci può essere nel Teatro è tra Teatro necessario e teatro non necessario. Vorrei che tutti i nostri spettacoli facessero parte della prima categoria, altrimenti staremmo facendo mero intrattenimento e la battaglia con televisione, cinema e  sport sarebbe persa in partenza. Ripeto: il Teatro necessario oggi non è importante ma, appunto, Necessario. Poi lo si può chiamare come si vuole, l’importante è che riesca a muovere gli spettatori, muoverli attraverso la Gioia, o come la chiamano quelli bravi la “catarsi”.

Come ti sei avvicinato al teatro? Perché questa espressione artistica?

È una cosa che continuo a chiedermi ogni giorno, l’unica risposta che riesco a dare non è verbale, e arriva sempre dopo qualche minuto a contatto con le tavole delle varie sale prove che ho frequentato negli ultimi anni: se me ne allontano riesco anche a sopravvivere, ma appena mi ci riavvicino non mi riesco ad immaginare in nessun altro posto. Probabilmente è dipendenza da legno.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Per allestire la scena avete lavorato anche con Valerio Peroni, fondatore dello Studio Suler. Come è stato collaborare con lui?

Importante. Valerio è un ragazzo in gamba che ha viaggiato molto in Europa raccogliendo materiale e metodi di lavoro che adesso sta passando ai ragazzi che fanno parte dello “Studio”. La nostra collaborazione è consistita in una settimana di lavoro in cui ci ha passato un seme di tutto ciò che ha raccolto in questi anni, seme che abbiamo piantato nel terriccio freschissimo di questo allestimento e che speriamo germogli il 24 e 25 maggio, in attesa che cresca dopo e grazie a questa anteprima.

Cosa pensi della situazione delle barriere e dei profughi che si è creata in Europa?

Ho l’opinione di uno che ha nonni e genitori emigranti. Metà della mia famiglia è a Caracas, in Venezuela. Mi riallaccio, per rispondere a questa domanda, al concetto di comunità. Siamo, ormai, una comunità globale: prima accettiamo che quel vicino di cui non dobbiamo aver paura abita anche a qualche migliaio di chilometri da casa nostra, prima riusciremo a stare meglio con noi stessi e col vicino che condivide con noi lo stesso pianerottolo.

Con chi ti piacerebbe lavorare in futuro? Che progetti hai nel cassetto?

Non saprei. Ad oggi abbiamo costituito con Agiteatro un gruppo talmente bello ed eterogeneo da non farmi sentire la necessità di sognare di lavorare con altri: ovviamente mi farebbe piacere fare anche esperienze all’esterno della compagnia, per crescere ancora grazie all’intercessione di Maestri o professionisti con maggiore esperienza, ma ad oggi l’obiettivo principe è arrivare a costruire una Poetica che sia nostra, un nostro punto di vista ed un nostro repertorio per crearci, di conseguenza, uno spazio nel panorama teatrale italiano. Per autunno 2016 abbiamo già in mente un paio di nuovi progetti ma ho, abbiamo imparato, che bisogna prendere in considerazione un passo alla volta: il prossimo è “Futura Umanità“ di Juan Mayorga, ed è un passo molto importante per noi, speriamo lo sia anche per chi parteciperà come spettatore al dialogo teatrale.

Michele Cella


© Riproduzione riservata

Multimedia