Pietro Dall'Oglio

Pietro Dall'Oglio

Quello che importa, è comunicare i sentimenti che provo.

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Pietro Dall’Oglio comincia la carriera di percussionista negli anni Settanta, al fianco di artisti internazionali del calibro di Karl Potter. Ha studiato a New York, Senegal, Cuba, sperimentando moltissimi generi musicali, dal jazz al funky, fino alla salsa.

Nel 2013, dopo il rapimento del fratello sacerdote Paolo in Siria, Dall’Oglio scrive il brano Abuna Paolo, inaugurando una nuova fase della sua carriera artistica definita “rap-Soft”: musiche coinvolgenti che richiamano il rap e l’hipop, a volte etniche a volte vicine alla tradizione cantautoriale italiana (De André e Fossati). In un solo anno, ha composto 14 nuovi brani che usciranno, entro la fine dell’anno, in un album dal titolo RAP THERAPY-L’ANIMA CHE PARLA.

Pietro ama definirsi un “poeta cantante”: scrive infatti testi che rimangono poesie, in cui esprime una vasta gamma di sentimenti, dall’amore per le figlie fino al destino dei cantautori, che usano la musica per rialzarsi dai momenti di crisi personale e privata.

Cosa significa, secondo lei, essere cantautore nel 2016?

Al giorno d’oggi, la figura del cantautore è di assoluta attualità: viviamo in un periodo di grande difficoltà a livello internazionale. Eppure, storicamente, proprio nelle epoche di crisi nascono le cose più belle. Nella sofferenza l’artista mette a nudo se stesso, indagandosi in profondità. La musica e la poesia sono figlie della sofferenza e aiutano a rialzarsi, ad affrontare le risalite e a superare i momenti bui.

Lei ha studiato Economia e Commercio alla Sapienza, ma poi ha deciso di cambiare strada, di non intraprendere una carriera che le fornisse una certa stabilità o sicurezza lavorativa, prediligendo invece una professione che le desse enormi soddisfazioni ed emozioni. Ci può spiegare questa scelta?

Ho avuto la fortuna, negli anni Ottanta, di diventare professionista a soli 21 anni grazie a Karl Potter, percussionista che ha suonato, tra gli altri, con Pino Daniele. Ho iniziato con il jazz e la salsa, e contemporaneamente studiavo Economia all’università. Mio padre mi propose un posto fisso in banca, ma la sedentarietà e l’abitudine non facevano per me. Per questo, ho scelto di diventare libero professionista: in questo modo, non avevo orari ed ero assolutamente libero di coniugare il mio lavoro con i concerti e la musica. Questo fino a tre anni fa, quando ho deciso di dire basta e di dedicarmi unicamente alla musica. Non volevo avere rimpianti: credo che bisogna sempre cercare di coronare i propri sogni, qualsiasi essi siano, anche fare l’artista. Il lavoro nobilita l’uomo, ma non è tutto: per me la musica è un lavoro, ma la mia carriera da libero professionista mi ha permesso di essere indipendente, di sviluppare tutti i progetti artistici che volevo, senza mia abbassarmi ad accettare incarichi solo per raccogliere denaro.

Quali sono stati i suoi modelli, quegli autori che l’hanno ispirata maggiormente nel corso della sua carriera?

Io ho iniziato con la world music: amavo il jazz, la musica africana, la salsa. Sono stato anche l’unico italiano a suonare in concerto a L’Avana, con artisti di livello internazionale che suonavano le mie canzoni. A livello nazionale, ho sempre amato i poeti cantanti come De André, Fossati, Dalla, Guccini, Pino Daniele. Oggi questa generazione si è un po’ persa: ormai, i cantanti di oggi cercano solo di vendere, mentre quelli dicevano qualcosa di profondo nei loro testi, ed è quello che cerco di fare anche io con la mia musica.

Che ruolo ha la musica, per Lei? Ascoltando i suoi testi, si avverte una concezione della musica come veicolo di emozioni da comunicare agli altri; eppure, si scorge anche una funzione educativa e morale molto marcata…

In alcuni, in effetti, emergono i miei studi e le mie letture di psicologia (Jung, Freud, Carotenuto). Cerco di dire cose importanti: ad esempio, canto dell’abbandono, della felicità, dei problemi della psiche. A volte, gli artisti scrivono canzoni solo per vendere, senza preoccuparsi dei contenuti: io invece faccio ciò che la mia anima mi detta, raccontando cose che per me sono davvero importanti. Spesso, i cantautori traggono la materia delle loro canzoni dalla propria autobiografia: anche se usano la terza persona, mettono in gioco la loro esperienza personale.

Lei scrive anche poesie: ritiene che il confine tra la figura del cantautore e quella del poeta sia comunque piuttosto labile? Penso a De André: non ritiene che, la musica d’autore di alto livello possa essere considerata una variante lirica moderna?

Può darsi. Scrivo delle poesie, e durante i concerti le leggo; al pubblico piacciono molto. Certo, non ho mai pubblicato una raccolta. Quello che importa, è comunicare i sentimenti che provo. Certo, quando cerco di mettere in musica un testo poetico, devo necessariamente apportare delle modifiche, perché musica e poesia hanno ritmi completamente diversi. Per questo, negli ultimi tempi, prediligo il rap: trovo una maggiore libertà espressiva, che mi permette di parlare di ciò che voglio in assoluta autonomia. Ad esempio, mi piace usare molto la rima baciata: in questo modo, riesco a scrivere in modo semplice concetti complicati, non come altri, che invece fanno il contrario per ottenere successo.

Da dove nascono i testi delle sue canzoni? In molti si avverte una forte introspezione personale ed emotiva. I sentimenti che prova, come l’amore, la malinconia, la nostalgia per il passato, vengono comunicati all’ascoltatore attraverso l’accompagnamento acustico…

Sì, è vero: io ho una vita felice, con alti e bassi, e cerco di raccontare, nei miei testi, proprio questi momenti della mia esistenza. Ad esempio, nel brano La famiglia, cerco di dire alcune cose ai miei figli che non ho mai avuto il coraggio di raccontare a voce. La famiglia è tutto: quando mia figlia ha ascoltato la canzone, mi ha chiamato dal Cile per ringraziarmi delle belle parole.

A quali dei suoi brani Lei si sente più legato?

Difficile dirlo. Mi piacciono tutti, perché rappresentano varie fasi della mia carriera artistica e vari momenti della mia vita. Penso ad esempio a Anima e parole, una sorta di testamento in cui racconto l’assurdo destino dei cantautori, che cercano di non stare troppo bene per poter superare i momenti di crisi. Anche le ultime canzoni mi piacciono molto: si tratta di brani più rap, come Le braccia interne, che verrà inserito nel nuovo album: in essa, ho aperto il mio cuore, perché l’ho dedicata alle mie figlie.

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In Abuna Paolo, Lei affronta con coraggio la scomparsa di suo fratello, il gesuita Paolo Dall’Oglio. Il testo colpisce per la sua grande umanità e l’amore, nonostante sarebbe più facile e comprensibile cedere alla rabbia e all’odio. Lei, invece, celebra la missione di suo fratello, quell’abbandonarsi agli altri come in mare aperto (Abuna Paolo). È questo il messaggio che voleva trasmettere?

In Abuna Paolo mi rivolgo a lui da fratello a fratello, conoscendone pregi e debolezze. Si tratta di un omaggio a mio fratello, ed è anche la prima canzone rap che augura questa nuova fase della mia carriera artistica. È un omaggio, un gesto d’amore: nel testo gli dico che gli voglio molto bene, anche se non so dove sia e come stia. In fondo, purtroppo, non so se è vivo, però il messaggio della canzone che volevo trasmettergli è contenuto nella strofa finale: se si riesce a dare un senso alla propria vita, la paura della morte svanisce. Ai miei figli ho sempre fatto l’esempio del teatro: il sipario che cala spaventa sempre, perché dietro a quello ci possono essere i fischi del pubblico; ma se noi recitiamo la nostra parte a fondo, con passione e dedizione, il timore scompare. La paura della morte è una fobia primaria dell’essere umano, a cui per secoli abbiamo tentato di opporvi varie soluzioni. Quando si dà un senso alla vita, tutto assume un gusto diverso. Non è un inno al Carpe diem oraziano: si tratta di valori che devono essere assunti come guida delle nostre azioni. Spesso, purtroppo, finiamo per dare spazio a falsi totem, come il lavoro: si vive unicamente per la carriera, senza rendersi conto che, alla fine, non riusciamo a goderci nulla di quello che abbiamo guadagnato. Il dramma è che siamo istruiti dalla società a non pensare a noi stessi. Per questo, cerco di educare il mio pubblico: non importa che a vedermi vengano 40 persone, o 500; ciò che conta è che siano persone attente e che sentano il bisogno di riflettere, come con le canzoni di De André.

Suo fratello, in molte opere e nel corso delle sue predicazioni, promuoveva il dialogo con la Siria e il mondo arabo: dopo la sua scomparsa, condivide questa grande idea di tolleranza verso l’Islam e il diverso, più in generale?

Mio fratello ha creato una comunità nel deserto in cui pregavano insieme ebrei, cristiani e musulmani. Secondo me, si può vivere tutti insieme: moltissimi mussulmani credono nella pace e nella convivenza armoniosa tra popoli, anche se personalmente chiederei loro di essere più energici nell’isolare e nel combattere gli estremisti violenti. Poi ci sono le responsabilità oggettive dell’Occidente, che si arricchisce con il mercato delle armi e il controllo del petrolio. Alcuni paesi avevano interesse ad appoggiare Assad, sebbene la loro fosse una visione miope ed egoista, perché interessata solamente ai propri interessi economici. Credo che bisogna diffidare dalle religioni dure, autoritarie e violente: la religione deve essere un compendio per se stessi, per raggiungere la propria felicità senza intaccare quella degli altri.

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Il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili ha scatenato molte polemiche all’interno del paese. Cosa ne pensa?

Sinceramente, credo che se due persone dello stesso sesso vogliono avere dei diritti, perché impedirglielo? Tuttavia, credo che il vero dramma sia un altro: 62 persone detengono la metà della ricchezza mondiale, grazie a paradisi fiscali e conti nascosti; il mondo non è più in grado di sostenere questo. Occorre sensibilizzare le persone su questo tema.

È d’accordo sulla mancata estensione del diritto di adozione alle coppie omosessuali?

È una questione complessa. Personalmente, sono contrario all’adozione e all’utero in affitto. Un figlio ha bisogno di un padre e di una madre. Altrimenti, perché non dare in affido i bambini anche a genitori single? Certo, ci sono bambini che muoiono di fame o sono in orfanotrofio, e potrebbero essere adottate da coppie omosessuali, ma credo che occorra dare la precedenza alle coppie ordinarie.

Chiudiamo l’intervista con un’ultima domanda: quali sono i suoi progetti futuri?

A giugno andrò da mia figlia in Costarica, poi a giugno tornerò per i concerti. Sto portando avanti il progetto di una serata all’auditorium di Roma, ma è difficile: i locali di Roma sono un disastro. In Italia, la musica è finita: non ci sono spazi dove far suonare e dove lanciare giovani talenti. In America sono anni avanti a noi. Comunque, non mi preoccupo degli sforzi e degli investimenti che sto facendo: secondo me, bisogna imparare a compiere sacrifici senza l’obiettivo di un ritorno economico. Bisogna credere in quello che amiamo e cercare di realizzarlo per se stessi. Quando creo un nuovo brano, è come se avessi vinto un premio: non mi servono riconoscimenti e fama, mi basta condividere la mia musica con gli altri: essa rappresenta quello che sono, quello che provo.

Riccardo Proverbio

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