Al The Coordinator

Al The Coordinator

Non ci sono strumenti magici e artifici digitali che ti trasformano in un genio, il Suono parte fatto e finito dalle tue mani.

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Al The Coordinator, all'anagrafe Aldo D'Orrico, nasce a Cosenza nel 1979. Da sempre innamorato del metal, inizia a suonare la chitarra a soli 13 anni. Le sue prime esibizioni da professionista sono come musicista dei “Miss Fraulein” con cui incide due album auto-prodotti. Successivamente prende lezioni dal maestro Lutte Berg e perfeziona i rudimenti di  blues e rock and roll nei “Texaco Jive” di J.J. Guido. Nel 2008 fonda i “Muleskinner Boys” insieme a Mario D'Orrico (mandolino). Il suo primo album da solista “Join the Coordinator” è uscito lo scorso 6 maggio.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarlo.

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Partiamo dall'inizio. Hai cominciato a suonare a 13 anni, ma quando hai capito che sarebbe diventata la tua professione?

Non c’è stato un momento preciso o una causa scatenante. Man mano che iniziavo a suonare contemporaneamente con più progetti musicali, mi rendevo conto che stavo acquisendo delle conoscenze che mi avrebbero permesso di allargare il mio ambito lavorativo da strumentista. Da quel periodo è iniziata una fase di studio e perfezionamento che continua anche adesso.

Sei italiano ma canti in inglese. È una scelta strategica o è solo questione di gusti?

Sono un amante della cultura anglosassone e americana. La maggior parte degli artisti attraverso cui mi sono formato vengono da lì, mi è venuto naturale pensare le mie cose direttamente in inglese. Naturalmente rispetto ed apprezzo tantissimo chi canta in italiano, abbiamo una tradizione “parolieristica” seconda a nessuno! Io stesso ho scritto nella mia lingua madre, ma semplicemente trovo l’inglese il vestito più adatto per queste canzoni.

La tua voce è stata definita talmente acuta e graffiante da rovinare le pareti dei locali in cui ti esibivi. È successo davvero? Ci racconteresti com'è andata?

Per fortuna si tratta di uno scherzo di un amico, sarebbe un bel guaio se fosse davvero così! Ero ospite nella radio universitaria dell’Università della Calabria, Ponteradio. Ora, le pareti della stanza che ospitava gli studi erano stati da poco ridipinti in una maniera, diciamo, bizzarra e, questo mio amico, entrando dopo che avevo finito di cantare e, viste le condizioni delle pareti, diede la colpa alla mia voce. L’amico è anche un bravo giornalista e mi ha aiutato nella stesura della biografia, non perdendo l’occasione di inserirci quell’episodio.

Rock, metal, blues, r'n'r, folk e bluegrass, la tua musica è un mix di generi differenti. Come fai a fondere insieme sonorità così diverse?

Diciamo che il rock ed il metal sono alla base del mio suonare e della mia storia. Il folk e il blues hanno accompagnato il mio cammino sempre, ma ho preso coraggio nel suonarli davvero solo dopo un po' di anni. Il bluegrass è l’amore degli ultimi anni e mi ha aiutato a crescere molto. Non so se riesco a mischiare bene tutto questo. Sono sicuro però che le mie canzoni sono figlie un po’ di tutto questo. E pure di altro.

Tra i tuoi modelli di ispirazione: Beatles, Pink Floyd, Beach Boys e Flaming

Lips, chi ti ha influenzato di più?

Difficile dirlo per me. Di sicuro i Pink Floyd sono i primi che mi hanno appassionato, i Beatles sono stati una folgorazione e i Beach Boys di Brian Wilson una scoperta commovente. Però gruppi come i Flaming Lips ti fanno capire che non sempre la perfezione formale serve a fare bei dischi. Si può anche stonare e andare a zig zag con la chitarra e creare lo stesso dei capolavori.

Parlaci della tournée con l'artista newyorkese Amy Colemann. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

Per quella esperienza devo ringraziare il compianto J.J. Guido, bassista e musicista di grande esperienza della mia città, Cosenza, con un passato nella scena punk romana. Permise a me e altri amici musicisti di avere a che fare con un’artista come Amy Coleman, una forza della natura e del blues, una specie di Janis Joplin cresciuta. Eravamo la sua band durante le tournée italiane. Quei concerti sono stati una palestra di vita e di arte, in cui abbiamo imparato a “stare sul palco”, scoperto i trucchi del mestiere e aggiunto al nostro bagaglio di conoscenze una miriade di canzoni e spunti musicali.

Quando hai deciso di iniziare a scrivere e cantare da solista? Cosa ti ha spinto?

Quando con l’impegno con i Miss Fraulein è venuto meno, mi sono ritrovato a suonare per lo più cover, canzoni tradizionali con i progetti bluegrass. Certo con Kyle facciamo roba inedita, ma la mente dietro le canzoni è sempre Michele Alessi. Mi mancava cantare e suonare canzoni mie, è stata quasi un’esigenza fisica: a un certo punto ho sentito che dovevo farlo.

Il tuo primo singolo da solista “The Hunter's Prayer”, che anticipa l'uscita dell'album, “Join The Coordinator”, ha un titolo molto simile ad un brano di Amy Ray intitolato “Hunter's Prayer”. Non hai mai pensato che questa scelta potesse penalizzarti o generare confusione nel pubblico?

No, a dire la verità non mi sono mai posto il problema, la canzone parla di quello e così si doveva intitolare.

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Porterai “Join The Coordinator” in tournée? Sono previsti dei live?

Ho già intrapreso un primo tour di due settimane che mi ha portato dalla Calabria fino in Veneto e ritorno, toccando varie tappe come Bologna, Roma, Vicenza, Catanzaro. Per fine giugno è previsto un secondo giro, questa volta in Sicilia e Puglia. Non vedo l’ora di fare scorrazzare un altro po’ queste canzoni.

Prossimi progetti? In cosa ti vedremo impegnato?

Sarò in giro a suonare ogni volta che potrò, il disco è appena uscito e fino al prossimo inverno ho intenzione di farlo viaggiare molto! Ho girato da poco un video, sarà a breve sul web.

Che consiglio daresti ai giovani che si avvicinano alla professione di musicista?

Di suonare, tanto. E di fidarsi del proprio orecchio: non ci sono strumenti magici e artifici digitali che ti trasformano in un genio, il Suono parte fatto e finito dalle tue mani.

Adriana Fenzi

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