Enrico Becerra

Fra i protagonisti della mostra “Animalia” presso gli studi 420 della Circonvallazione Gianicolense , l’artista presenta sculture e quadri dove concretizza il suo immaginario anche infantile riproducendo animali, oggetti e personaggi circensi tutti accumunati da una apparente semplicità

stampa articolo Galleria multimediale Scarica pdf

Roma dal punto di vista artistico non finisce mai di stupire e non solo per il grande patrimonio del passato ma anche in considerazione di tutto quello che le nuove leve riescono a creare. Così ti capita di scoprire dei luoghi imprevisti dove pittori, scultori, fotografi esprimono la loro grande sensibilità pur restando separati dagli ambienti delle grandi gallerie. Proprio come succede a Circonvallazione Gianicolense 420 dove artisti come Enrico Becerra, Sonia Cipollari, Gianmaria Marcaccini, Dunia Mauro, Luis Serrano, Flavia Dodi dividono un piano di un edificio scolastico riservando ognuno per se quelle che un tempo venivano adibite ad aule per gli studenti. Visitando il luogo in occasione della mostra “Animalia” dove tutti, a proprio modo, hanno presentato lavori sul tema, ci si è trovati in un ambiente incredibile che, allietato anche dalla musica dei Supawai John, è riescito già da solo a rappresentare un’opera d’arte. Una visione molto particolare del mondo animale è quella che è venuta fuori intervistando Enrico Becerra il pittore e scultore sospeso fra aspetti onirici e reali.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});  


In questo studio siamo circondati da orsi, rinoceronti e altre specie non facili da definire ma tutte capaci di infondere emozioni. Ma realmente cosa rappresentano per te gli animali che dipingi o che realizzi con la cartapesta e la ceramica?

Mi piace rappresentare gli animali piuttosto che l'uomo per la loro universalità. Ma invece che riprodurre uno in particolare, preferisco concretizzare l'idea che ho dell'animale magari facendo venire fuori tutte quelle cose che mi hanno influenzato da piccolo. Il tutto va visto con gli impietosi occhi di un bambino, la dimensione è quella del gioco, un gioco che si perpetua seriamente come solo i bambini sanno fare, coscientemente incosciente - forse di rimanere fuori dalle ultime tendenze artistiche ma incapace di rinunciarci.


Infatti, oltre ad animali facilmente riconoscibili, nel tuo studio ci sono anche delle specie che sembrano totalmente inventate. Per te hanno un particolare significato?

Fanno parte sempre della serie dei ricordi che molte volte mescolano situazioni reali con quelle immaginarie. Per esempio quello che potrebbe essere un orso rappresentato con la falce e il martello riporta comunque ad un aspetto della mia generazione. Oppure i due soggetti delle opere “Thank you” e “Thank you 2” con la cassettina in cerca di elemosina possono essere stati influenzati da situazioni reali che di frequente vediamo ogni volta che siamo fermi ad un semaforo.

Come nasce Enrico Becerra artista e oggi cosa si sente di esprimere?

Ho frequentato l’Istituto d’arte per poi laurearmi all’Accademia qui a Roma. Per un periodo sono stato fermo fin quando ho sentito la necessità di dare forma ai miei pensieri con la pittura e la scultura. Animali, oggetti, personaggi circensi… tutto quello che rappresento è  accumunato da una apparente semplicità. La mia esigenza è quella dell’espressione dove il colore dilaga e talvolta stride, mentre le forme sono semplificate da tutto quello che non si  ritiene necessario ad una visione immediata. Diciamo, in definitiva, che con le mie opere cerco di toglire potere a chi rappresenta la potenza con l'arma dell'ironia.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});


Lavorare in questo spazio dove sono presenti anche altri artisti porta ad una reciproca influenza oppure ognuno riesce a mantenere il sul lato strettamente individuale?

Rispettiamo tutti la propria dimensione e il lavoro che facciamo è anche apparentemente diverso. Tuttavia è normale che la sensibilità artistica che ci accomuna porti anche involontariamente a creare suggestioni e ad avere delle contaminazioni a livello inconscio. Per quanto mi riguarda cerco sempre di imparare anche dagli altri.


Come definisci la tua arte e cosa ti da più soddisfazione la scultura o la pittura?

La definirei "Pop all'amatriciana" nel senso che un genere universale fatto soprattutto dai colori viene influenzato da caratteri romaneschi e italiani. Questo, naturalmente, può rappresentare un limite ma, allo stesso tempo, anche un'apertura. L’importante è pasticciare per trovare poi sempre qualcosa che funziona, infatti l’arte è continua ricerca e io non mi sento mai arrivato. Riguardo, poi, alle mie preferenze, nell’ultimo periodo preferisco la scultura perché forse  rappresenta più una sfida. Infatti, già tenere in piedi un'opera può essere un'impresa. Ultimamente, poi, sto usando molto la cartapesta che oltre a permettermi di esprimere veramente quello che voglio, mi consente di  lavorare su grandi dimensioni. La pittura, invece, mi consente di esprimere il mio lato più onirico

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});  


Come pubblicizzi il tuo lavoro di artista?

Mi affido ad un tam tam naturale di chi apprezza le mie opere e ne parla in giro. Io non so come funziona il mercato dell'arte e anche il mio studio è un'anti galleria. Per me quello che è più importante è coltivare la mia passione soprattutto con una certa continuità. Poi, chiunque voglia vedere i miei lavori  può sempre venire qui alla Circonvallazione Gianicolense 420 dove troverà prima di tutto un ambiente fatto di amicizia.

Rosario Schibeci

© Riproduzione riservata

Multimedia