Ars Nova Napoli

Ars Nova Napoli

Chi fa arte dovrebbe avere il compito di interessarsi agli altri, non solo a se stesso, contribuendo a qualcosa di buono di positivo.

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Dalle strade napoletane è in arrivo Chi fatica se more e famme il primo album degli Ars Nova Napoli, complesso folk composto da cinque giovani musicisti: Carlo Guarino (chitarra e voce), Marcello Squillante (fisarmonica e voce), Michelangelo Nusco (violino), Vincenzo Racioppi (charango e mandolino), Bruno Belardi (contrabasso) e Antonino Anastasia (percussioni).

Riuniti da una scommessa, i componenti del gruppo hanno fatto della tradizione musicale mediterranea la loro missione. Dopo aver vinto due volte il Buskers Festival di arte di strada a Ferrara sono stati ospiti di vari programmi tv, come On the Road con Joe Bastianic, Sereno variabile e L’infedele.

Dopo alcuni viaggi con il loro camper per l’Italia e all’estero (Spagna, Svizzera, Grecia), hanno deciso di raccogliere le esperienze e i suoni nel loro album che: «è la viva testimonianza in note delle culture del Mediterraneo, dei vicoli stretti di Napoli, dove il sole riesce a portare luce a fatica, ma che riscalda ed allontana dalle inquietudini del mondo contemporaneo».

Ciao ragazzi e benvenuti su Unfolding Roma. Iniziamo con la prima domanda: come è nato Ars Nova Napoli?

Abbiamo iniziato quasi per caso e stiamo insieme da otto anni. Il tutto è partito ai tempi della scuola quando ci siamo conosciuti ed abbiamo iniziato a sperimentare con la chitarra. Dopo varie serate abbiamo deciso di continuare: chi lavorava ha smesso e chi studiava anche ed ora la musica di strada è la nostra vita. Due amici, che negli anni Novanta suonavano con gli Scetavajasse, ci hanno insegnato le canzoni e gli accordi della tradizione napoletana. Li abbiamo seguiti in strada, poi abbiamo fatto il nostro gruppo.

State per presentare il nuovo album, frutto di sette anni di lavoro. Come è stato il viaggio della sua creazione?

Avevamo già realizzato alcune raccolte amatoriali di cui l’ultima era arrangiata bene, ma ora abbiamo fatto il primo vero e proprio album. Le registrazioni sono state fatte in un luogo incredibile: il Sanità Music Studio presso l’ex Basilica di San Severo fuori le Mura del XVI secolo che ha un’acustica davvero particolare. Le registrazioni sono state dure e sono durate un mese e mezzo.

Ed invece il vostro percorso insieme in questi otto anni?

Abbiamo iniziato come amici perciò chi c’era c’era, talvolta si univa qualcuno o eravamo di meno comunque suonavamo sempre per le strade. Poi man mano si è stabilizzato il complesso attuale. Quando abbiamo preso un camper abbiamo iniziato a girare l’Italia nei periodi meno vivi a Napoli. Per esempio durante il carnevale ci trovate a Venezia. Girare l’Italia ci ha permesso di sperimentare altri suoni. Durante un tour in Sicilia abbiamo scoperto che ci sono bande di paese ovunque, anche nei paesi più piccoli, allora abbiamo realizzato insieme ad una di queste alcune canzoni come ce le hanno insegnate lì.

Quali sono le novità e le caratteristiche dell’album?

I brani sono quasi tutti tradizionali tranne quelli d’autori siciliani come Rosa Balistrieri. Di Eugenio Pragliola (1907-1989), invece, è Trapanarella che abbiamo scelto perché ha una storia metropolitana vicina a noi. L’autore era, infatti, un artista di strada girovago come noi ed ha suonato a lungo a Napoli su pullman e tram. La maggior parte appartengono, quindi, a un repertorio tradizionale suonatissimo a Napoli. Noi, però, abbiamo usato anche strumenti non autoctoni come il charango che è sudamericano ed il contrabbasso.

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Pochi giorni fa avete fatto un concerto per presentare il vostro disco. Quale è stata la reazione del pubblico?

È stata bellissima, un successo! Molti hanno voluto il cd. Abbiamo scelto un luogo significativo per ambientare il concerto ovvero l’ex-oratorio di Santa Fede Liberata che si trova proprio nel centro storico ed è stato riqualificato dagli abitanti. Si tratta di un cortile prima abbandonato, poi bruciato e da poco tempo restaurato dove oggi si svolgono molte iniziative per il quartiere. Abitiamo tutti nella zona e ci faceva piacere farlo in un luogo piuttosto informale rispetto a librerie o luoghi più istituzionali: abbiamo scelto di suonare dove le persone vivono.

Ogni giorno vi si può trovare tra le strade della città a suonare. Vi piace farlo? Come vi sentite a relazionarvi in modo così diretto con le persone?

È il luogo delle nostra musica. C’è anche una scelta economica, in realtà, perché si guadagna di più in strada che in un locale. Si sono diffusi in ogni città gli artisti di strada e mentre un tempo era qualcosa di meno convenzionale, ora è un lavoro vero e proprio, a diretto contatto con le persone. All’inizio era quasi impensabile farlo poi ci siamo lanciati!

E’ andata in scena La Tempesta di Shakespeare come anteprima del Napoli Teatro Festival Italia realizzata dal carcere minorile Nisida. Anche voi avete suonato in un carcere, vero?

Durante il Ferrara Buskers gli organizzatori volevano portare un gruppo di detenuti a suonare, ma non ottennero il permesso del ministero, allora ci chiesero di andare a suonare lì. Tra l’altro avremmo dovuto proseguire per Ravenna ma si ruppe il camper e non ci siamo più arrivati. Anche se era un momento ricreativo, è stato intenso. C’erano molti napoletani che non appena sentirono la loro musica impazzirono. Anche se ci avevano detto di non entrare in contatto con i detenuti uno di loro è salito sul parco con noi ed è stato un momento di festa e condivisione molto bello.

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Non è l’unica iniziativa a cui avete partecipato. Avete intenzione di unire la musica a progetti sociali? Quanto l’arte, intesa come musica e teatro, aiuta chi si deve rifare una vita?

Quando avevamo iniziato, credevamo che la musica sarebbe rimasta una passione. Suonavamo spesso per eventi sociali ed associazioni; ora siamo un po’ impegnati, ma se possiamo lo facciamo volentieri. Ad esempio abbiamo suonato anche un’altra volta a Santa Fede Liberata per raccogliere fondi per la ricostruzione dei bagni. Insomma non è un’azione programmata, costante, ma un impegno sociale che dovrebbe fare chiunque. Fare musica porta a impegnarsi in qualcosa. Certamente la musica è un modo per conoscere altre strade, altre possibilità. Lo è stato per noi che non siamo stati sfortunati, immaginiamo che per chi ha avuto una vita più difficile possa essere un modo per avere illuminazioni. Napoli è piena di queste cose. Ad esempio l’apertura di ambienti di incontro permette ai ragazzini, che altrimenti sarebbero in giro per le strade, di impegnarsi in qualcosa come scoprire musica e teatro. Sono iniziative belle che sembra stiano funzionando.

Alla fine del mese in piazza Municipio a Napoli aprirà il Museo della pace (MAMT) dedicato alla pace nel Mediterraneo e con una sezione dedicata a Pino Daniele. Quale rapporto c’è tra la musica e pace secondo voi?

Chi fa arte dovrebbe avere il compito di interessarsi agli altri, non solo a se stesso, contribuendo a qualcosa di buono di positivo. Non tutti hanno avuto le stesse nostre opportunità e magari ha fatto degli sbagli perciò è giusto fare un passo verso di loro partecipando a qualcosa di concreto. Tutti dovremmo essere un po’ impegnati.

Lavorerete ancora con Apogeo Records?

Speriamo di sì. Il disco non è ancora uscito nei negozi e già abbiamo fortissime richieste (cento in una settimana) proprio perché siamo abbastanza conosciuti in città. Suonando ogni giorno nel centro storico dove abitiamo aiuta a farsi conoscere. Una volta conclusa la presentazione speriamo di poterne registrare un altro, magari nello stesso posto. Come ti dicevo è un luogo stupendo nel rione Sanità dove tutti i ragazzi del quartiere che stanno imparando a suonare uno strumento fanno le prove.

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Che avete in programma? Quali progetti?

Tra poco partiremo per il festival di Certaldo in Toscana, poi dobbiamo andare in Grecia e Svizzera, dove amano molto la musica del Sud Italia. Ci sono paesi, in generale, con una forte attenzione per la musica, come Francia e Spagna, dove chi va ad un evento si ferma veramente ad ascoltare fino alla fine. Nei paesi mediterranei come la Grecia, invece, c’è un rapporto particolare: le persone sentono una comunanza tra la musica nostra e la loro, così come anche noi apprezziamo quella greca. È l’origine comune che ci fa sentire vicini nell’espressione musicale. Suoniamo anche pezzi antichi di autori anonimi e mentre nel Nord Europa si tratta di una musica differente da quella a cui sono abituati, in Grecia sentono qualcosa di familiare. Invece quando suoniamo a Napoli c’è un forte legame con i momenti dell’anno in cui si eseguono certi brani legati al folklore e alla tradizione. Ad esempio tra Carnevale e Pasqua c’è un repertorio specifico. C’è ancora un legame saldo con questa musica diffuso e sentito che ha un che di tribale e comunitario. Mentre altrove la musica popolare è entrata nel circuito commerciale, a Napoli mantiene un significato identitario forte.

Per chiudere con un po’ di leggerezza: mi dai un commento sulla partita dell’Italia di lunedì scorso?

Doveva giocare Insigne! E comunque forza Napoli!

Michele Cella


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