Alice Spisa

Penso che alla base di ogni vocazione ci sia il senso di una mancanza

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Unfolding Roma incontra Alice Spisa, definita da l’Espresso una delle migliori dieci attrici italiane. Come prova del suo talento vanta già un prestigioso riconoscimento come il premio Ubu 2013 come miglior interprete under 30, conquistato grazie all’interpretazione di Lucrezia nell’opera Lo stupro di Lucrezia.

Alice, il ruolo da te interpretato, non è stato sicuramente semplice proprio per l’intensità del tema. Come ti sei avvicinata a Lucrezia?

Devo dire che, a tutt’oggi, è stato il ruolo più complesso che ho interpretato. Mi sono documentata molto, ho letto e visto tanto; sapevo che sarebbe stato un impegno fisico notevole, perciò ho lavorato con un personal trainer, che mi ha trasformato in una piccola macchina da guerra; ho accettato di farmi tagliare i capelli cortissimi. Sui versi di Shakespeare, avevamo fatto uno studio approfondito già ai tempi della scuola dello Stabile di Torino con Valter Malosti, il regista e direttore della scuola. Poi sai, ad un certo punto le informazioni ti entrano dentro e te le devi dimenticare per farle vivere attraverso la pelle. E c’è una parte più profonda, intima che non si racconta.

Il nudo è sicuramente una forma d’arte, ma, come donna, ti ha creato qualche imbarazzo?

Lucrezia attraversa tre stadi ben diversi, vive una sorta di trasformazione a causa della tragedia che le capita, e ad ogni stato corrisponde un cambio di costume: subito dopo lo stupro è nuda, una bestia ferita e scuoiata che urla e maledice. In prova, siamo arrivati a questi momenti gradualmente e con una grande delicatezza da parte di tutti. Questo non vuol dire che sia stato facile, ma lo trovo un nudo giustificato dalla narrazione.

L’opera è tratta da un Poemetto di William Shakespeare scritto nel 1594. E’ passato qualche secolo eppure i temi sono più che mai attuali. Cosa pensi dei continui fatti di cronaca che vedono protagoniste, loro malgrado, tante donne?

Credo che alla base della violenza ci siano la paura, la confusione di ruolo, il pregiudizio, la diseducazione all’amore. Bisognerebbe ri-imparare a conoscerci, e in questo la cultura gioca un ruolo fondamentale, ma sappiamo che tenere il popolo schiavo dell’ignoranza è un trucchetto vecchio di millenni. La mentalità che è passata è quella dell’impunità: se fai i festini con le baby prostitute non ti succede niente, se stupri ti pigli al massimo un paio d’anni. In Lucrezia si assiste ad un fenomeno che ancora oggi avviene in molti processi per stupro: la vittima viene in qualche modo trasformata in colpevole, come se “se la fosse cercata” (e Tarquinio, lo stupratore, opera con lo stesso ragionamento: “la tua bellezza mi ha rubato gli occhi”, dice).

Ritieni che nel mondo dello spettacolo ci sia parità tra i sessi? O, come donna, ti sei sentita qualche volta discriminata?

Siamo ancora ben lontani dalla parità dei sessi. Molti registi hanno paura delle donne forti, determinate, e preferiscono marchiarle come “rompiballe”. Spesso non riescono ancora a staccarsi dalla dicotomia mamma-fidanzatina/zoccola-virago, e così si assiste a spettacoli e film in cui il ruolo della donna esiste meramente come riflesso della fantasia maschile. Oppure, tu donna ti devi trasformare in una specie di ibrido testosteronico per farti strada. Inoltre, siamo ancora molto legati all’idea di physique du role, e spesso chi esce dai canoni rimane fregato: ringrazierò sempre Malosti che ha creduto in me e mi ha permesso di fare delle parti, come Titania e Lucrezia, che tradivano questi schemi.

Da attrice a regista il passo potrebbe essere breve. E’ nei tuoi progetti?

Mi piacerebbe molto, e credo che prima o poi succederà; quando ero piccola e leggevo un testo mi mettevo a disegnare i costumi, le scene, e oggi mi interesso a tutti gli aspetti della creazione scenica. Non c’è niente di concreto ancora, però: avrei bisogno di una bella iniezione di autostima, prima!

Facciamo un passo indietro. Ci parli della tua formazione artistica?

Penso che alla base di ogni vocazione ci sia il senso di una mancanza, e devo dire che io l’ho sentita molto presto. Sono cresciuta in una famiglia di teatranti, ero uno di quei bambini che vedi addormentati su una panca in sartoria mentre c’è lo spettacolo. A 10 anni ero una piccola nerd che si studiava tutti i film e le biografie degli attori. A 18 ho debuttato. Poi ho perso 15 chili, mi sono diplomata e sono andata a stare in Inghilterra dove ho studiato con Giles Foreman e altri insegnanti del Drama Centre. Son tornata in Italia, sono entrata alla Scuola dello Stabile di Torino e lì ho incontrato Valter Malosti.

Da piccola ti immaginavi su un palco o avevi altri sogni?

Quando cresci dietro le quinte vieni su con un senso della realtà quantomeno bizzarro; ero una bimba fantasiosa e precoce, chiacchieravo sempre con vari personaggi che mi facevano compagnia, mi travestivo e giravo filmini. Più o meno a otto anni ho capito e da lì, nonostante le proteste dei miei (“ma proprio l’attrice?”) è stata una missione senza ritorno.

Sei sempre stata un po’ nomade sin da piccola: Roma, Londra, Orvieto. In quale città oggi ti rispecchi?

Purtroppo, non posso dire di sentirmi appartenente a nessun posto in particolare. Adesso abito a Milano da qualche mese e devo dire che la amo molto, ho incontrato delle persone simpaticissime e ospitali. Chissà se prima o poi troverò una casa.

I tuoi prossimi impegni?

Sono in prova ad Orvieto con un testo nuovo di Mario Gelardi, “L’Abito della Sposa”, con Pino Strabioli e la regia di Maurizio Panici, in cui sarò una sartina di Pozzuoli nell’Italia degli anni ’60. Debuttiamo al Festival di Todi e poi cominceremo la tournèe.

Sara Grillo 

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