Edward Dardo

Edward Dardo

Ho sempre desiderato far parte del mondo dello spettacolo, ma solo col tempo ho avvertito l'esigenza di affermarmi per poter in futuro aiutare chi ha vissuto esperienze difficili

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Edward Dardo, colombiano di origine e torinese di adozione, è un giovane modello dal fascino esotico e particolare. Potrebbe avere il volto giusto per interpretare Mowgli del “Libro della Giungla”. Il suo sogno però è quello di diventare cantante e vocal coach, gira sempre con la sua inseparabile chitarra. Ha perso la madre tre anni fa e solo grazie alla musica è riuscito a trovare la forza di superare il dolore e andare avanti.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarlo

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Parlaci un po' di te. Chi sei? Quanti anni hai? Quali sono le tue passioni? Come trascorri il tuo tempo libero?

Sono un artista poliedrico di 20 anni e la musica è la mia passione. Suono, ballo, ma soprattutto canto. L’affermazione che pronuncio più spesso è: “Il difficile è saper tenere il tempo, sebbene si dia maggiore importanza all'apprendimento della corretta pronuncia delle scale polifoniche”, perché le corde vocali sono essenzialmente muscoli, come i bicipiti, basta allenarle. Senza scendere nei particolari di accordi, timbri e registri posso definirmi un amante della voce. Nel tempo libero? Non so bene che risposta dare perché per mia fortuna ho le idee chiare e sopratutto faccio quel che amo. Avendo la voglia di creare solide basi per il mio futuro come vocal coach e come fotografo naturalista, passo la maggior parte del mio tempo a studiare sistematica zoologica, evoluzionistica ed etologia, approfondendo naturalmente nei vari settori con preferenze per l’ofiologia e più in generale per l’erpetologia; inoltre nel tempo libero amo studiare canto. Amo la musica a tal punto da volerne fare una professione, ma non riesco proprio a considerare tempo “occupato” quello che trascorro a cantare e studiare tecniche canore. Chi mi vede dall'esterno potrebbe pensare che io occupi pienamente il mio tempo, tanto da non averne di libero a disposizione, ma se fai qualcosa che ami il tempo vola e non te ne accorgi neanche.

Quando hai deciso di entrare nel mondo dello spettacolo? Raccontaci i tuoi esordi...

Ho sempre desiderato far parte del mondo dello spettacolo, ma solo col tempo ho avvertito l'esigenza di affermarmi per poter in futuro aiutare chi ha vissuto esperienze difficili, piuttosto che entrarci per puro piacere di vana gloria. La chiamo vana perché ho ben presente che cosa significhi salire su un palco e una volta finito l’evento tornare con la consapevolezza di aver solo trascorso del tempo a passare emozioni alla gente che di lì a poco metterà quel ricordo, sempre che rimanga, nel cassetto del “è stata una bella serata”. Preferisco al contrario aiutare il prossimo ad aprirsi, cercando di portarlo ad un livello espressivo tanto alto da permettergli di rimanere impresso nelle memorie degli altri, come un ricordo vivo e pressoché indelebile. Ovviamente non siamo tutti portati per il mondo del canto. Per me insegnare a cantare come si deve non è il primo passo; prima bisogna accettare se stessi, gli altri e le situazioni che ci circondano, visto che “La voce non cela nulla!” E, per cantare bene, bisogna essere in equilibrio con se stessi; solo successivamente si può imparare la tecnica. Non si tratta solo di saper usare la corretta respirazione costo-diafframmatico-addominale o di dominare il tempo, c’è anche tutto un discorso di musicoterapia a monte. Per quel che riguarda gli esordi... beh, ci sono ancora (ride). Forse questa domanda me la si potrebbe porre tra una decina di anni, per ora mi limito ad incrociare le dita sperando in opportunità di lavoro sempre più stimolanti.

Come è cambiata la tua vita da quando sei entrato in questo settore professionale? Hai dovuto fare molte rinunce?

Rinunce, nessuna fino a ora; fortunatamente riesco ancora a incastrare gli appuntamenti in modo efficace. Io sono un ottimista e questo mi permette di essere sempre reattivo e pronto a nuove sfide e soprattutto mi aiuta a godermi la vita, nonostante gli impedimenti siano sempre dietro l'angolo...

Tu vuoi diventare un cantante e un vocal coach, ma di fatto lavori anche come modello e fai TV. Pensi che questa cosa possa comunque aiutarti? Non hai paura di essere etichettato solo come “bello” a discapito delle tua capacità artistiche?

Per me queste collaborazioni sono fondamentali, per poter in futuro indirizzare i miei allievi verso strade sicure, che non preveda il fatto di poter essere raggirati, come talvolta accade nel mondo della musica; partecipare anche a programmi di moda mi dà la possibilità di farmi conoscere e dimostrare chi sono e quanto valgo. Non ho paura di essere considerato solo un bel ragazzo, perché sto ottenendo importanti risultati nel canto e sto acquisendo una nuova sicurezza nell'interfacciarmi con gli altri.

Fama, denaro o soddisfazione personale, cosa conta di più?

La fama di per sé porta denaro. Raggiungere il successo per aver cambiato il mondo con le proprie convinzioni e i propri sogni è sempre motivo di orgoglio. Penso che la fama  sia importante, ma lo sia  ancora  di più il modo in cui la si ottiene. Molti mi hanno avvertito che “la mia privacy con l'evolvere della mia carriera diminuirà sempre di più” e l’ultima cosa che voglio è essere ricordato per errori o banalità. Ciò che però più conta per me è la soddisfazione personale. Ricevere un sorriso e un grazie da coloro che ho saputo seguire e aiutare; vederli su un palcoscenico senza paure, senza tensioni e, soprattutto, soddisfatti per essere riusciti a eseguire performance degne di nota, superando i propri limiti: questo sarebbe per me la vittoria più grande.Io credo profondamente in un mondo migliore, fatto di comprensione e rispetto, per questo sono disposto a scendere in prima linea per combattere con e per quelli che ancora non riescono a vincere le proprie battaglie.Creare una corazza per proteggersi è un processo lungo, ma è necessario per permettere solo alle persone degne di scorgere la nostra unicità e conoscerci profondamente. Saperci difendere è fondamentale per rimanere semplicemente noi stessi: imperfetti, ma splendenti!

Qual è stata la tua esperienza professionale più emozionante?

Mi poni la domanda sempre troppo presto (ride). A dire il vero tra qualche giorno dovrò partecipare ai provini per le selezioni di un grande programma televisivo e sono teso come una corda di violino. Sono emozionatissimo perché cantare significa mostrarsi anima e corpo di fronte al pubblico e non è quasi mai facile. Aggiungiamo il fatto che che sono un ragazzo timidamente estroverso, quindi per me cercare di fare bella figura diventa un’impresa titanica, perché l’errore è sempre dietro l’angolo.Questo è il motivo per cui non parlo dei progetti importanti prima di riuscire a realizzarli; il detto recita “non dire gatto se non l’hai nel sacco” ed io descriverei il mio modus vivendi in questa maniera. In poche parole preferisco essere prudente!

Quale invece è stata la più spiacevole?

Sono un ragazzo riservato e a non amo infangare il nome di nessuno.Delle esperienze meno piacevoli ho parlato solo con i veri amici, quelli di cui so di potermi fidare ciecamente e che non rivelerebbero i miei fatti privati neanche sotto tortura. Si dice che ‘”siamo la gente che frequentiamo” e io preferisco circondarmi di gente professionale sia nel lavoro che nell’amicizia. Professionalità significa avere la sensibilità di capire  di cosa si può parlare, con chi, quando e in che modo

Quali sono le insidie di questo settore lavorativo? Ti è mai capitato di subire un tentativo di raggiro? Se sì, come ti sei comportato?

Le insidie si celano sotto diverse forme. Per evitarle è opportuno mantenere, almeno all'inizio, una sana diffidenza; solo con il trascorre del tempo è possibile capire chi ci si trova di fronte e se ci si può fidare o meno. Purtroppo mi è capitato di sbatterci il muso, ma ho imparato dalle esperienze negative. Mai abbassare la guardia, tenere sempre la testa alta, nessuno può colpirci se non gliene diamo la possibilità. Quando mi è accaduto stavo già vivendo un brutto momento e, è risaputo, le disgrazie non vengono mai da sole; posso affermare di aver fatto una bella cinquina a tombola! (ride). Per fortuna non ho vinto, altrimenti avrei proprio toccato il fondo. Una volta ero molto più vulnerabile, soprattutto perché sono stato abbandonato al mio destino e senza punti di riferimento; ora sono più attento e vorrei fare qualcosa per evitare che altri come me rischino, per pura e giovanile ingenuità, di finire in cattive compagnie.

C'è qualcuno che invece ti ha aiutato o incoraggiato a seguire la tua vocazione? In che modo lo ha fatto?

Qualcuno un giorno ha creduto in me, dandomi la forza di ricostruire ciò che rimaneva dei miei cocci, per lo più polvere. Mi ha detto “risorgerai dalle tue ceneri” e da quel momento sono migliorato a vista d’occhio. Ho sempre avuto un peso intorno ai 60 kg, quando mi sono sentito dire quella frase stazionavo sui 55. Adesso, che non solo mi sono ripreso, ma ho capito come in realtà stanno e stavano le cose, mi sono sbloccato e ho superato i miei problemi di peso. Se prima dovevo pensare a mettere su qualche chilo, ora penso anche a mettere su massa muscolare. È un enorme salto qualitativo a livello di pensiero. Il rischio, con quello che mangio al giorno d’oggi, al massimo è di ingrassare (ride), però mi tengo in forma. Il grazie per questi enormi miglioramenti ottenuti va a colui che cura la mia immagine, il grande Talent Scout Giuseppe Marletta, famoso anche per il suo impegno nella promozione delle iniziative volte all’Arte e alla Cultura giovanile. Il mio impegno mi ha permesso di cogliere i suoi insegnamenti, che hanno aiutato non solo me, ma anche tutto il suo gruppo di modelli e artisti, e oggi posso affermare di esser riuscito a superare quel momento di difficoltà e di potermi permettere di fissare obiettivi sempre più grandi.

Lavoro e vita sociale possono essere difficili da mettere d'accordo, soprattutto quando si fa un lavoro come il tuo e si viaggia molto. Tu riesci a conciliare tutto? Se sì, come fai?

Conciliare tutto è piuttosto difficile, per questo la maggior parte dei miei amici fanno parte, se non del mondo della musica, almeno di quello dell’arte. La vita privata, se escludiamo le questioni di cuore, la passo a chiacchierare con i miei amici davanti a un drink, spesso in un locale karaoke. Obiettivamente solo gli artisti riescono a capirsi tra loro; artisti si nasce, non ci si improvvisa. E i ritmi di questo mondo sono per lo più imprevedibili. Chi non ne fa parte spesso interpreta la tua assenza o il tuo passare poco tempo con loro come sintomo di disinteresse, quando in realtà penso che, indipendentemente dalla carriera, se tieni al successo nel tuo campo tendi a dargli priorità. Chi è  sufficientemente maturo da comprendere questa realtà riesce a mantenere amicizie anche distanti nel tempo e nello spazio

Cos'è per te l'amicizia? E la lealtà? Quanto è importante dimostrare gratitudine a chi ti ha sostenuto nei momenti difficili?

L’amicizia è un tipo di relazione che, come i rapporti familiari, di coppia o di lavoro, si basa sulla fiducia. Fiducia, lealtà e rispetto sono li valori chiave sui quali poter costruire qualcosa di duraturo nel tempo. In una relazione è importante dimostrare con i fatti quanto si tiene all’altra persona e soprattutto è importante dimostrare gratitudine quando questa ci sta vicina nei nostri momenti più difficili. Capisci che merita la tua fiducia colui che c'è quando hai più bisogno; ad essere amici quando va tutto bene sono bravi tutti...Tra amici è importante avere un confronto aperto e sincero. Affinché si riesca a rafforzare il rapporto bisogna collimarsi, accettando in parte il pensiero dell’altro, purché non vada contro i nostri valori. In altre parole, bisogna sapere quando è meglio fare un passo indietro e quando invece è importante discutere per capire perché si è in disaccordo. Amicizia è: sapersi mettere nei panni dell’altra persona, capire le motivazioni e cercare di trovare, dico sempre io, “ponti che uniscano e punti in comune”, ovvero applicando un chiasmo “punti in comune e ponti che uniscano” (ride).Molti mi dicono che il mio punto di vista è meglio applicabile alle relazioni di coppia, ma personalmente ritengo che l’amicizia sia il rapporto a cui ciascuno di noi dà più peso. Infatti spesso si dice “l’amore passa, gli amici restano”.

Tu sei colombiano, ma sei stato adottato da una famiglia torinese. Qual è stata la tua esperienza di figlio adottivo? Pensi che chi adotta sia capace di amare ancora di più di chi cresce il proprio figlio biologico?

Si, sono colombiano, anche se mi danno quasi sempre dell’orientale (Cina, Giappone, Corea ... ). Al che io rispondo sempre “son talmente orientale che sono occidentale: hai sbagliato continente, sono americano” e a quel punto divento ecuadoregno, peruviano, venezuelano o brasiliano; insomma pochi intuiscono le mie  vere origini (ride). Per quel che riguarda il discorso sulle adozioni mi viene da storcere  leggermente il naso. Amare un figlio adottivo più che uno biologico? Non penso sia un paragone fattibile, non esistono regole generali, ogni famiglia è un mondo a sé, ciò che conta è  il modo in cui un figlio viene cresciuto e seguito. Qui in Italia la questione è più che mai attuale: sono 62 gli enti autorizzati alle pratiche adottive dalla CAI (Commissione Adozioni Internazionali), la maggior parte dei quali privati, quando in altri paesi sono in numero molto minore e prevalentemente pubblici. Non voglio addentrarmi in polemiche politiche discutendo su chi fa le scelte, del come e del perché e argomentando quel che penso io a riguardo, perché la risposta a queste domande potrebbe non essere un capolavoro di diplomazia. Certo è che ho dei dubbi sulla validità dell’operato di alcuni enti quando leggo che, dal 2005 ad oggi, ogni anno il 3% degli adottati viene riconsegnato allo Stato (a conti fatti la stima è di 1500/1600 ragazzi e bambini) con affermazioni simili a “Ci dispiace. Purtroppo è andata male, riprendetelo.” Io fortunatamente faccio parte del restante 97%; anzi, in realtà, ho avuto qualche problema anch'io e ora sto avendo a che fare con un discorso di disconoscimento, ma perlomeno ho avuto la fortuna di avere una madre adottiva che ha saputo allevarmi con vero amore e insegnarmi a distinguere il bene dal male.In definitiva i problemi derivanti dall’adozione sono molti. Si può fare qualcosa a riguardo? Sicuramente si può cercare di ridurre il numero di enti incaricati, selezionando quelli più capaci e con reputazione migliore. Inoltre sarebbe opportuno che i ragazzi adottati fossero seguiti durante il percorso di crescita all’interno della famiglia adottante, più di quanto è stabilito dalla legge attuale.

Cosa pensi dell'immigrazione? Come dovrebbe agire il nostro paese e l'Europa per gestire  al meglio la situazione attuale? In che modo si potrebbero creare le migliori condizioni di vita, sia per chi migra, sia per chi si trova ad accogliere?

Anche questa non è una questione di facile soluzione. Spesso si dice che gli immigrati “Vengono su e sono dei criminali” oppure “Vengono da noi e ci rubano il lavoro”. E non si tiene conto di alcune realtà: la prima è che non tutti sono ladri o gente poco raccomandabile, la seconda è che spesso siamo noi che non vogliamo fare lavori leggermente più umili come il domestico/a, il contadino/a e  il cameriere e la terza è che non sono loro che rubano il lavoro a noi, ma sono i datori di lavoro italiani che, nella maggior parte dei casi, vanno a speculare sulle condizioni di vita degli extracomunitari, pensando di poter approfittare della loro situazione. In parole povere si pensa che  chi viene da un altro paese farebbe di tutto per guadagnare e che quindi si può sottopagarlo o pagarlo in nero.  Il problema (lasciando le questioni di razzismo a parte) è che non c’è unione in questa Unione Europea e non si salva nessuno. Noi Italiani ci siamo già dimenticati che fummo i primi a emigrare in America o, più semplicemente, a spostarci dal sud al nord Italia. Di fatto li accettiamo perché a lasciarli morire in mare non faremmo una bella figura (e qui emerge la natura umana del “si fa perché obbligati dalla situazione”) e perché negli altri paesi le frontiere sono per lo più chiuse. Per noi è una questione di posizione geografica, per gli altri... non saprei. Io non saprei dire se sia peggio respingere direttamente chi cerca solo un modo per migliorare la propria vita, oppure accettarli, discriminandoli poi con comportamenti come quelli sopracitati. Un modo per migliorare ci sarebbe; prima cerchiamo di cambiare la nostra mentalità. Basterebbe sostituire espressioni come: “lo pago in nero” con “ lo pago sottobanco” (ed è una “tradizione” che potremmo anche abbandonare volendo), “quello mi ha fatto diventare nero” con “quello mi ha fatto arrabbiare” e “attenzione all’uomo nero” con “attenzione alle persone invadenti”. In più, senza entrare in discorsi politici, si potrebbe anche cercare di distribuire più equamente a livello europeo la massa dei migranti. In America, quando eravamo noi europei a cercare lavoro, siamo stati ben smistati e distribuiti e ci è stata data la possibilità di trovare un lavoro onesto. Allora perché anche noi europei non dovremmo fare altrettanto?

Il femminicidio è una piaga sociale che sembra non trovare soluzione. Perché ci sono ancora così tante persone accecate dalla gelosia? È un problema di educazione civica o di autocontrollo? Come si può fare prevenzione in famiglia? E a scuola?

Oggi mi ponente una tripletta di temi che metterebbero in difficoltà anche persone di alto e riconosciuto ingegno etico-sociale. Parto con il dire che uccidere qualcuno è sempre sbagliato, indipendentemente dalla  nazionalità, dal sesso, dalle idee, dalla fede religiosa e dall'orientamento sessuale. Non possiamo appropriarci del diritto di porre fine alla vita di qualcun altro. Questa scelta spetta solo a Dio. Poi bisogna considerare che le vittime sono sempre le persone più deboli e non ritengo corretto nascondersi dietro il dito del ‘darwinismo sociale’. Mai che ce la si prenda con i veri responsabili solo perché sono più capaci di difendersi. Comunque prevenire è meglio che curare. Ma come si fa a prevenire? Si dice che per tenere l’ordine bisogna usare il bastone e la carota. In realtà chi lo ha più grosso, vince!! (vogliate scusare il mio voler alleggerire il carico con battute comiche, ma quando i temi sono così impegnativi bisogna trovare anche il modo di riderci su) A questo punto, tornando seri, ci sono solo due possibilità: o si trova la forza o si soccombe. Il problema risiede obiettivamente nel fatto chi ha più muscoli vince. A parte poche eccezioni le donne sono per natura maggiormente predisposte alla flessibilità e gli uomini alla forza, fisicamente parlando. La forza può essere vinta solo con la solidarietà, la trasparenza e l’intelligenza, che è l’arma più potente che sia mai stata creata ed è ciò che distingue gli esseri umani dagli animali. Sintetizzando bisogna che ogni individuo impari ad essere più forte e che, all'interno della società, ci sia comunicazione e che si lavori per fermare chi compie atti di prepotenza. Ad esser sinceri però questo è il curare, ma il prevenire? Per prevenire c’è bisogno di insegnare già nelle scuole il valore del termine uguaglianza.Meglio ancora sarebbe se si insegnasse l’inutilità dei termini guerra, violenza e sopruso.

La televisione a tuo avviso è uno strumento in grado di sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti dei problemi reali? Quali tematiche andrebbero affrontate  per il bene comune?

La televisione è un importante mezzo di comunicazione e di conseguenza dovrebbe avere l’obbligo morale non solo di far divertire la gente, ma anche di sensibilizzare l’opinione pubblica su temi riconducibili ad un unico problema: la discriminazione, ovvero etichettare qualcuno, porlo su un piano differente e infine denigrarlo per ciò che è o per come la pensa. Un metodo per creare un futuro migliore potrebbe essere quello di trattare questi argomenti all'interno di telefilm o cartoni animati, in modo da insegnare anche ai bambini che esiste  un’accezione positiva della diversità. Il diverso è una persona con cui confrontarci per imparare qualcosa, non qualcuno da combattere o uccidere. Una volta eliminato il problema, non solo dell’aggressività, ma anche dell’emarginazione sociale, si potrà veramente cominciare a cambiare qualcosa.

Parliamo ora del successo delle donne in politica, dai nuovi sindaci di Roma e Torino a Hillary Clinton candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Come mai ci siamo arrivati solo ora? Cosa è cambiato a tuo avviso nella società in questi ultimi anni?

Negli ultimi anni sono cambiate molte cose non solo per le donne, ma anche per le persone di colore. Il 2015 è stato l'anno del cinquantesimo anniversario della marcia dei diritti civili degli afroamericani da Selma a Montgomery guidata da Martin Luther King sull’Edmund Pettus Bridge. Mi stupisce, ma non troppo, il fatto che che sia già stato eletto un presidente di colore e che solo ora sia stata data la possibilità ad una donna, Hilary Clinton, di candidarsi alla presidenza. Mi sarei aspettato il contrario. Comunque sono felice che le disparità vengano gradualmente appianate, quale prima e quale dopo ha poca importanza. Cosa è cambiato nella società in questi ultimi tempi? C'è senz'altro una maggiore senso di giustizia e si ha anche più paura di essere additati per gesti discriminatori, che un tempo potevano passare inosservati o venir dimenticati;  sicuramente vi è una maggiore capacità di mettersi nei panni degli altri, quindi un maggior altruismo. Questo è li progresso: la sensibilizzazione comune nei confronti delle ingiustizie.

Se avessi una bacchetta magica e potessi risolvere tre problemi del nostro paese, quali sarebbero?

Se avessi una bacchetta sarei mago, ma visto che son cantante userò il microfono (ride) Tre problemi da risolvere? Prima di tutto vorrei combattere la discriminazione di qualsiasi genere. Poi vorrei insegnare alle popolazioni del terzo mondo a diventare autosufficienti tramite l'apprendimento di pratiche di allevamento e agricoltura. Ed infine vorrei che in tutto il mondo ci fosse più meritocrazia, che cessasse la pratica delle raccomandazioni, in modo che in ogni settore emergessero i più capaci e meritevoli.

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E se invece potessi esprimere un tuo desiderio personale...

Un desiderio mio? Che questa intervista, essendo io prettamente paoliniano e ammirando il teatro più del cinema, venga vista come un dialogo a cuore aperto. Che chi la legge possa immaginare le  voci, i movimenti, i colori... Il teatro, se vero Teatro, sulla carta muore. Quindi un mio desiderio è che queste righe vengano lette come se di fronte a te, lettore, ci fossero due sedie e sopra queste io e Adriana che discutiamo del parer di un ragazzo che vuole farsi piccolo per portar di fronte a sè valori ben più grandi di lui.

Immagina di essere un vocal coach affermato, io mi iscrivo alla tua scuola e non so nulla di musica... Qual è la prima cosa che mi insegni?

Come già ho detto in precedenza: rispetto e accettazione per se stessi e per i propri problemi. La seconda è poi il rispetto e l'accettazione per gli altri, e poi comincerei con i lanci diaframmatici, i vocalizzi e le tecniche di rilassamento.

Puoi usare le pagine di Unfolding per mandare un messaggio a qualcuno... Cosa vuoi dire e a chi?

Credo di aver fatto a tutti “due baloon da calcio grossi tanto” parlando del mio mestiere, della mia vita e dei miei pensieri (ride) Non ho altro da dire. È stata un’intervista davvero impegnativa e molto, molto bella. Per cui ti ringrazio del tempo dedicatomi e spero di aver trasmesso efficacemente il mio messaggio di Pace e Tolleranza. Voglio ringraziare anche a Giuseppe Marletta e Emanuele Gambino che mi hanno dato questa opportunità di farmi conoscere.

Special thanks:

“WhyNotme?” by “Officine23” Store, Via Gesù e Maria n. 23 -00100- Roma www.officine23.com

“Il Club”, Via Oberdan n. 27, Azzano San Paolo, Bergamo www.il-club.com

Adriana Fenzi


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