Luca Impellizzeri

La Storia insegna che il cammino per la libertà e l’autodeterminazione passa necessariamente dallo spaventoso terrore della lotta; che sia la sferza mai lesinata dall’oppressore piuttosto che il sangue versato dall’oppresso per raggiungere la sua terra promessa, cui mai e poi mai rinuncerà.

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In La terra chiama, romanzo originale e immaginifico disponibile in tutte le librerie, Luca Impellizzeri affronta in maniera nuova i temi della libertà e dell’autodeterminazione. Dall’altra parte del mondo c'è da poco stata la Rivoluzione d’Ottobre e negli Stati Uniti i neri devono ancora lottare affinché i loro diritti siano davvero riconosciuti e garantiti. Attraverso gli occhi di piccoli uomini animati da grandi sogni, La terra chiama mette in scena la Storia attraverso musica blues e immagini, parole e voglia di rivoluzione.

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Le vicende dei protagonisti di La terra chiama sono ambientate a Paxsonville, nel sud degli Stati Uniti, nel secondo decennio del Novecento. Quali sono le motivazioni che ti hanno condotto alla scelta di coordinate spazio-tempo così lontane dal noi attuale? Come sei riuscito a immedesimarti nel linguaggio e nei pensieri in un personaggio così differente da te?

John Steinbeck, a proposito del suo East Of Eden, affermò che esiste un’unica, grande storia cui attingere per una grande narrazione (per colui che narra) o dilemma esistenziale da affrontare (per colui che è semplicemente uomo): la lotta tra bene e male e tutto ciò che ne consegue; anche se può sembrare manichea e anacronistica, questa lotta è stata, è ancora oggi e sarà domani attuale. La terra chiama reinterpreta il tema manzoniano di oppresso ed oppressore per ribaltarlo violentemente. Sonny Porter, protagonista bluesman e voce narrante del romanzo, è il nero-americano oppresso nel Sud segregato degli anni ‘10/’20, e altresì il bracciante sfruttato e sottopagato che esiste ancora oggi nei cosiddetti caporalati del Mezzogiorno, che rischia di morire di stenti e fatiche (succedeva laggiù allora come adesso a pochi chilometri da noi) e che decide, grazie al suo ingegno, alla sua coscienza storica, di prendere il temibile toro per le corna. Il linguaggio di Sonny è quello del gangsta-rapper che sa di dover guardare in faccia la morte, e che dovrà farlo a pistola spianata e servendosi dell’astuzia che l’uomo bianco crede che manchi a qualsiasi negro impertinente. Per questo il linguaggio di La terra chiama è in un certo senso gangstablues.

Il principio di autodeterminazione dei popoli è la pietra miliare da cui si sviluppa il romanzo, diritto che troppo spesso rimane lettera morta sui libri di scuola e che sembra abbia intrapreso il cammino dell’oblio collettivo. In un mondo che sostiene con sempre maggiore foga un’esigenza di sicurezza e una chiusura delle barriere, si può ancora parlare di riconoscimento della libertà dell’altro?

Il cammino per la libertà deve, per forza di cose, patire la mancanza di libertà, che è anche fame implacabile. Sonny Porter sa bene che la libertà non busserà mai soavemente alla sua porta; sa e ci dice che “la libertà bisogna prenderla per il collo”. La Storia insegna che il cammino per la libertà e l’autodeterminazione passa necessariamente dallo spaventoso terrore della lotta; che sia la sferza mai lesinata dall’oppressore piuttosto che il sangue versato dall’oppresso per raggiungere la sua terra promessa, cui mai e poi mai rinuncerà. L’uomo oppresso sarà sempre un animale affamato che non vede e conosce altro che fame implacabile di libertà, e non ci sarà mai sferza o barriera che tenga e che lo induca a deporre le armi.

Il blues è della terra, e la terra seppellirà tutti, lei sì che è democratica porca puttana, mica voi.” In questa frase sono racchiusi diversi concetti importanti, ti piacerebbe commentarla per noi?

La terra chiama è mosso da due sotterranee correnti parallele: la pulsione vitale (la voglia di riscatto, libertà e rivoluzione) e quella mortale, opposta alla prima (il pericolo di qualsiasi rivoluzione di fronte all’oppressione del potere). Lo spiritual nero-americano, da cui deriva il blues, fu anche un linguaggio in codice usato dagli schiavi per raggiungere le terre che promettevano loro la libertà; da un canto poteva scaturire un’indicazione per orientarsi nelle notti buie e impervie della fuga, così come un modo per deridere segretamente il padrone che avrebbe dato loro la caccia. Tutto ciò penso esplichi a sufficienza il ruolo privilegiato che l’espressione musicale ha all’interno della cultura nero-americana; la musica come chiave di volta fondamentale per cercare di “comprendere” vizi e virtù del nero-americano all’interno della Storia Americana, che si tratti dei blues alcolici di Son House, delle “superstizioni” di Stevie Wonder o dei wild niggaz di “To pimp a butterfly” che mettono a soqquadro la Casa Bianca. La musica, il blues, come strumento comunicativo per eccellenza, che arriva ad influenzare perfino la letteratura; mi viene in mente Ralph Ellison, che dai ritmi e dalle forme proprie del blues e del jazz spesso attingeva per affinare il suo musicale e raffinatissimo stile letterario.

La tua personale “terra che ti chiama” è invece Catania, nera città siciliana. Quali esperienza formative e di vita ti hanno guidato fino alla stesura del tuo primo romanzo, Pensa al vento?

In realtà Pensa al vento fu partorito lontano dalla mia Sicilia, precisamente a Milano. La mia prima prova letteraria nacque per caso: da un semplice pensiero ne scaturirono altri; poi diedi forma e modellai una struttura narrativa ed infine cucii addosso alla storia un vestito stilistico. Se La terra chiama si alimenta di Delta blues e rap, Pensa al vento è figlio della nebbia milanese, del jazz di Miles Davis e Clifford Brown, così com’è altrettanto influenzato dal cinema noir americano dei ‘40/’50 - mi trovavo in città appunto per studiare sceneggiatura cinematografica.

In queste giornate afose, i telegiornali ci propongono ancora immagini di incendi che stanno devastando la Sicilia. I commenti attorno a questi avvenimenti che hanno impatti devastanti sull’ambiente e sulle persone che lo abitano e che si ripropongono ciclicamente anno dopo anno sono molto caldi. Qual è la tua opinione in merito?

Credo che la situazione sia piuttosto simbolica. Il fuoco dell’indifferenza che divampa e dilania tutto ciò che incontra, la grettezza nel trascurare la terra di cui siamo figli che scricchiola e patisce i nostri sciagurati errori. Non è che la stessa triste storia che immancabilmente si ripete: Il gesto, folle nella sua gratuità, del presunto piromane; la paura attonita e sdegnata degli innocenti scampati alle fiamme; la macchina dei soccorsi che s’inceppa; la drammatica vicenda che, infine, finisce abbandonata nel dimenticatoio. Affinché tutto si ripeta.

Tornando al romanzo, sembra che il blues, e quindi la musica, abbia quasi un potere catartico per il protagonista, il quale riesce ad allontanarsi dalla grettezza della quotidianità, del lavoro, dei campi, dell'ottusità dei bianchi solo nelle sue serate musicali.

A quei tempi l’uomo bianco concedeva al nero-americano un solo svago: la musica, i canti da lavoro, il blues. Il nero-americano sopportava a malincuore la mancanza di eguali diritti, ma il territorio del rito era e doveva essere zona franca e inesplorabile per qualsiasi uomo bianco, condizione questa assolutamente non negoziabile; patto implicito che entrambe le parti riconoscevano e rispettavano. Questo faceva sì che le riunioni di preghiera, così come gli incontri notturni nei malfamati localacci negri - pieni di blues e donne facili - fossero gli unici momenti di comunione e svago, ma anche di catarsi. L’isolamento totale dalla macchina oppressiva messa in piedi dall’uomo bianco americano, che veniva per qualche ora obliata, oscurata da balli sfrenati e canti estatici. Tornare per qualche ora ai tumultuosi fasti della nativa Africa.

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Luca non è solo carta e penna ma anche note e pentagrammi. Nel 2012 da Black Jezus prende forma e vita, grazie al tuo incontro con Ivano Amata, controparte del neonato gruppo folk-soul dalle sonorità blues. Qual è la missione della vostra musica?

Innanzitutto creare un territorio sonoro “inaudito”. Partire dalla black music e dalle sue diverse declinazioni, cosa che in Italia è stata fatta troppo poco; mettere al centro la vocalità ed essere credibili anche al di fuori dei confini nazionali. Essere da Black Jezus e non una inutile e banale imitazione di quello, quell’altro e quell’altro ancora.

Quanto la tua esperienza da cantautore e musicista ti ha influenzato nella scrittura de La terra chiama?

Io nasco musicista, semplicemente parte tutto da lì. Non ho mai scritto mezza riga senza musica nelle orecchie, e non credo riuscirei ad articolare alcuna situazione senza un ritmo che scandisca bene l’azione narrativa e ne delinei precisamente l’atmosfera. Da ogni situazione “vedo” istintivamente un commento sonoro che l’accompagna. Tutto qui.

Passando su un terreno più ludico, in questi giorni la febbre del calcio trasportata dal vento degli Europei impazza. Ma talvolta sembrano impazzire anche i tifosi, basta ricordare gli spiacevoli accadimenti durante lo partita tra Croazia e Repubblica Ceca. Come interpreti tali manifestazioni d’odio in un momento che dovrebbe essere di condivisione di una passione sportiva?

Il mio disamore per il calcio, che dura ormai da quasi dieci anni, penso abbia a che fare con certi accadimenti. Il rispetto dell’altro dovrebbe essere base e carburante di qualsiasi momento sportivo che si rispetti. Invece, purtroppo, succede tutt’altro. Ci si inferocisce e si odia l’avversario.

Ancora una domanda legata all’attualità. Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino sono solo due nomi tra i molti candidati del Movimento5Stelle che hanno vinto le ultime elezioni amministrative: qualcosa sta cambiando? E verso quale direzione ci stiamo dirigendo?

La netta linea che divideva l’elettorato d’una volta credo non esista più. Il terremoto provocato dalle forze politiche odierne sta scompaginando i vecchi e logori equilibri politici. Penso che la semplificazione del “sono tutti ladri” sia pericolosa, come qualsiasi argomento che solletichi i bassi istinti del cittadino italiano, che ha spesso peccato di memoria cortissima per poi vestire i panni del ribelle dell’ultima ora. Spero che la nuova rotta sia quella dell’etica democratica, della sensibilità per un delicato momento storico, e del rispetto per l’elettore come per l’eletto.

Valentina Zucchelli 

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