Gian Maria Marcaccini

Gian Maria Marcaccini

Includere la pittura nella mia arte è un percorso di onestà, integrazione e libertà che parte dal desiderio di essere sincero con me stesso e con gli altri, come unico modo per essere veramente.

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“Studi 420 è un rifugio rigenerante e stimolante”. Così dichiara Gian Maria Marcaccini, l'artista di San Severino Marche  che, trasferitosi a Roma,  lavora in questo spazio sulla Circumvallazione Gianicolense 420 dove è possibile confrontarsi e condividere ricerca artistica e crescita personale anche con altri artisti. Un luogo dove si costruisce una rete di contatti, si iniziano nuove collaborazioni e si accolgono gli amici conservando, al tempo stesso, l’intimità del proprio studio dove concentrarsi quando serve. E qui Marcaccini si dedica, come sempre, a ogni campo delle arti visive, incluse istallazioni, video arte, scultura, fotografia. E’ lui stesso a raccontarci la sua attività che riscuote costantemente l’attenzione di accreditate riviste di arte.


Ieri c'erano le arti installative e la multimedialità, oggi il ritorno alla pittura. Cosa è cambiato nel tuo percorso artistico?
 
Dipingere è concedermi di fare qualcosa semplicemente perché lo voglio e mi piace, libero dal giudizio di adeguatezza o utilità: mi piace dipingere e mi piace l’idea di farlo ogni giorno meglio.
Per questo da un paio di anni mi dedico con gioia e curiosità a praticare la pittura, da quando ebbi la fortuna di incontrare Claudio Valenti, virtuoso pittore e scultore romano, che continuo a frequentare per approfondire la tecnica. Alla fin fine, il percorso è cambiato poco. L’installazione, il ‘giocare’ con linguaggi, generi,  ritmi e geometrie come pure il tema dell’indistinguibilità fra opera fisica e virtuale e quello della sua esistenza nel sistema dell’arte rimangono il miei strumenti e argomenti d’elezione. A questi aggiungo un mezzo in più, la pittura appunto, insieme a un grado ulteriore di integrazione con chi io sono e di indipendenza da ciò che ci si può aspettare da me.

Perché il ritratto è diventato il tuo principale campo di studio?
E’ un ciclo di opere che sto sviluppando. Mi interessano il volto e lo sguardo, il corpo e le sue posizioni: c’è l’umanità cui appartengo, ci sono io riflesso in chi ritraggo e c’è la storia della rappresentazione della figura nell’arte. In fondo mi definisco e auto ritraggo attraverso l’altro, mi ci specchio per palesare un sentimento, un’emozione o un qualcosa che vuol venire alla luce della consapevolezza e che quindi fa conoscere il mondo o, meglio, mi fa ‘conoscermi’... come nella vita, in cui ti scopri attraverso le relazioni con gli altri. Allo stesso tempo do voce e forma all’autoritrarsi e conoscersi della nostra cultura di fronte a sé stessa.


Cosa ti seduce in un soggetto perché tu scelga di dipingerlo?
Si tratta appunto di una fascinazione, un’intuizione preverbale che non so spiegare: colleziono immagini, scatto foto e poi seleziono quelle che mi interessano in un processo iterativo di comparazione, finché non rimane soltanto quella che mi pare più adatta. In questo filtraggio ci sono vari fattori che, oltre la fascinazione tout court, possono influenzare la scelta e che riguardano ad esempio il come potrei utilizzarla in un’installazione o come potrebbe avvicinarmi ad un nuovo modo di fare arte, ma anche il taglio, la composizione e le relazioni fra forme e linee nel campo visivo o pure il riferimento a linguaggi, stili e generi dell’arte.

Pur facendo arte contemporanea nelle tue opere traspare un certo classicismo. Fa solo parte della tua formazione o è una espressione voluta?
Non sono interessato al classicismo in sé... allo stesso tempo è chiaro che quando metti in campo composizione e proporzioni e citi generi e stili puoi indurre anche a quella lettura ma si tratta più della cultura visiva che ho, il sedimento di ciò che ho visto in libri d’arte, musei e pinacoteche, dell’amore per la grande pittura, ma anche di quello che ho imparato studiando visual design e comunicazione visiva.


Ci sono opere della tua produzione che tu consideri emblematiche?
Dovendo rispondere ne citerei due che possono chiarire alcuni aspetti del mio lavoro.
‘Untitled (Two Roulottes)’ credo sia il primo lavoro in cui ho affrontato l’indististinguibilità fra reale e virtuale nella percezione dell’opera attraverso i mezzi di comunicazione e l’importanza che i lavori appaiano e siano visti sui media affinchè esistano e ne sia riconosciuto il valore nel sistema dell’arte. ‘Two Roulottes’ è un’installazione mai realizzata nella realtà ma che esiste come immagine fittizia (un foto montaggio) che ne documenta l’apparente esistenza attraverso riviste, cataloghi e siti web.  Ancora studente all’accademia di belle arti, iniziai questo approccio per cui, quando mi si chiedeva di pubblicare un lavoro, scattavo foto e le rielaboravo per creare l’immagine verosimile di un’installazione, mimando e citando i linguaggi artistici contemporanei e suggerendo quindi la sua esistenza fisica, alla fine del processo le trasferivo su pellicola e le inviavo a chi le aveva chieste. Quando invece esponevo nello spazio fisico mostravo un progetto di installazione o più spesso ne realizzavo una site-specific dall’aspetto simile a quelle virtuali, rafforzando la credibilità di quest’ultime. In ogni caso evitavo poi di documentare le opere realizzate per la mostra.  Sono ancora legato a quella serie per l’attualità del tema: è facile illudersi che qualcosa sia vero solo perchè è stato detto, insegnato e se ne sia sancita l’esistenza su un libro, un blog o in TV; I media, specialmente online, sono strumenti di manipolazione potentissimi ed è bene esserne consapevoli, come pure slegarsi dalle credenze con cui cresciamo e capire che noi e il mondo siamo ciò che pensiamo di essere e che possiamo evolvere trasformando ciò che crediamo.  ‘1/4 + 1/2 – 1/4 (Self Portrait As Hendrik Kerstens As His Daughter)’ è invece la prima opera in cui riunisco la pittura e il ritratto all’installazione e ai temi della composizione, delle proporzioni e delle relazioni geometriche, della citazione linguistica e infine al concetto del ritratto come auto ritratto e dell’arte come metodo conoscitivo.


Curiosa la scelta di ritrarre il "Making of" di un dipinto, come a scandire il tempo della sua esecuzione. Come è nata l'idea?
Nasce da un’esigenza: la pittura richiede tempo, nel suo processo di approssimazione, affinamento ed evoluzione; Intanto voglio far vedere che sto facendo e sentire il supporto di chi mi apprezza e segue sui social network, perché mi gratifica e motiva a procedere.Poi sì, come dici, sottolinea il lavoro che c’è dietro l’opera e il suo valore... e a volte alcune parti del dipinto non finito sono belle nella freschezza ed espressività che hanno e mi piace che ne rimanga traccia.

Cosa pensi della tecnologia e quanto è importante per esprimere la tua arte?
E’ un aiuto e una facilitazione, a partire dal poter fotografare un soggetto, al trovare informazioni e ispirazione online ed è parte di ciò che siamo oggi. Non ha una qualità positiva o negativa ma banalmente dipende dalla consapevolezza e dal senso critico con cui la si utilizza.
Allo stesso tempo non è necessaria. Il mio lavoro è diventato molto manuale rispetto agli esordi e, in generale, sto meglio all’ombra di un albero che in una stanza condizionata. Negli anni mi sono liberato di TV, auto e scooter e in vacanza preferisco andare dove non c’è energia elettrica nè acqua corrente ma posso bagnarmi solo al fiume o al mare e dormire in tenda, ma non in campeggio, piuttosto al limite di un bosco o di una spiaggia dove sia tollerato… Mi piace molto sentire la verità del corpo nella natura, fa davvero bene.

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