Kachupa

Kachupa

Volevamo dimostrare che le cose migliori nascono da gesti semplici e che si può fare della buona musica anche senza strumentazione professionale

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È uscito martedì 29 novembre, in digital download, “Giù la maschera”, nuovo album della band piemontese Kachupa. È un disco spontaneo e senza compromessi, con cui i Kachupa tornano allo spirito  sperimentatore e  ironico dei loro esordi.
I Kachupa sono un gruppo formato da Lidiya Koycheva (vocals); Davide Borra (Accordeon); Alberto Santoru (Bass & Backing Vocals); Mattia Floris (Guitars, Tamboura & Backing Vocals) e Stefano Petrini (Drums).  Il nome è ispirato a un tipico piatto di Capo Verde con verdura, frutta, legumi, cereali e pesce; ricetta che simboleggia la semplicità e l'amore verso la natura.
Il nostro magazine ha il piacere di ospitarli.

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Partiamo dall'inizio. Avete esordito come band di strada, girando l'Europa con un carretto e suonando anche strumenti di fortuna come le pentole da cucina. Da dove vi è venuta l'idea? È stata una scelta comunicativa o solo un modo di adattarsi a lavorare con quel che c'era?
Volevamo comunicare la semplicità della musica folk e la magia degli spettacoli itineranti. Costruire insieme il carretto ci ha uniti molto. I colori del nostro spettacolo erano quelli primari: rosso, giallo e blu, vivaci come quelli del circo. Volevamo dimostrare che le cose migliori nascono da gesti semplici e che si può fare della buona musica anche senza strumentazione professionale. I bambini non distoglievano mai lo sguardo da quelle pentole pitturate di rosso.
Siete una band di cinque elementi e suonate insieme da più di dieci anni. È stato facile andare sempre d'accordo e trovare una linea espressiva comune?
Non è per niente facile, per fortuna. All’inizio eravamo così diversi che univamo tutti gli stili che ci piacevano, così il sound era per forza nuovo, spiazzante. Col tempo ci siamo conosciuti meglio. Ora ciascuno propone cose che sa già che saranno adatte anche agli altri, ma non perdiamo mai il gusto del contrasto e della discussione. Solo così riusciamo a crescere sempre e a non fossilizzarci su un unico stile.
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di essere una band numerosa?
Gli svantaggi sono doversi svegliare a vicenda, rincorrersi negli alberghi, gestire i ritardi, tornare a prendere cose dimenticate in giro. Siamo fortunati ad essere affiatati, ormai siamo una famiglia, siamo diventati più forti dei periodi difficili, quando avevamo tante idee, pochi soldi e nessuna voglia di smettere.
La vostra musica è un mix di ska, punk, reggae, ritmi orientali ed atmosfere anni '70. Che tecnica usate per fondere insieme sonorità così diverse?
Usiamo le orecchie! Purtroppo in un'epoca in cui anche la musica è visiva, non si privilegiano più gli arrangiamenti in sala prove, ma quelli a schermo, con i cursori che camminano e che si incastrano come un grafico. Noi preferiamo chiudere gli occhi e immaginare un concerto, vedere se un ritmo funziona. Ogni cosa può essere bella sulla carta, ma dobbiamo farla passare attraverso le dita per sentirla nostra.
Nel 2014 avete suonato al concerto del primo maggio come testimonial di Slow Food. Quali sono i valori che vi legano a questa associazione?
Sono  quelli del rispetto del territorio, delle unicità e quindi delle differenze. Le differenze per noi non sono un problema, sono motivo di crescita, per questo lottiamo contro tutti gli integralismi e non amiamo chi mette il guadagno prima di tutto. Slow Food è anche questo.
Che cos'è per voi un'alimentazione sana? Come si può trovare un equilibrio tra gusto, salute ed eco-sostenibilità?
Essere sempre attenti al cibo è difficile, non siamo salutisti integerrimi, ma cerchiamo di sensibilizzarci a vicenda e di dare qualche messaggio con le nostre canzoni e le nostre partecipazioni ad eventi. Alcuni di noi hanno un orto in casa, altri sono appassionati di cucina, di gastronomia, di medicina naturale. La cosa più importante è iniziare a informarsi. Non mangiare  senza pensare. Questo vale sia per il cibo spazzatura che per la televisione spazzatura. Farsi domande per noi è un lavoro.
Nel luglio 2015 avete vinto il primo premio al contest Romagna Mia 2.0, una competizione  con lo scopo di rielaborare in chiave moderna il celebre pezzo di Secondo Casadei.  In che modo avete realizzato la vostra versione? Che cosa avete voluto conservare e che cosa modificare del brano originale?
Prima di tutto il nostro pezzo è in 4/4, mentre l’originale è un valzer romagnolo in 3/4. Una scelta  coraggiosa che ha reso subito più moderno l’arrangiamento. La rivoluzione è stata renderlo un brano da ascolto invece che da ballo. Ma adoriamo tutto quel movimento di bel liscio, suonato bene, col sorriso sulle labbra, malizioso ma non volgare. Abbiamo anche inserito delle parole in inglese. Il tutto è stato registrato in due giorni perché eravamo in ritardo, ma volevamo assolutamente partecipare. È stato bello scherzare un po’ con la tradizione verso cui nutriamo un profondo rispetto.
Qual è il vostro rapporto con le cover? Che differenza c'è tra lo scrivere pezzi propri e il dare un'interpretazione personale a canzoni di altri?
Arrangiare diversamente un brano è sempre una sfida, perché lo si deve fare diverso, ma senza farlo sembrare forzato. Il rischio di risultare pacchiani è sempre dietro l'angolo. Nei confronti dei propri pezzi si prova un senso di possesso che bisogna lasciare andare prima o poi, bisogna far scorrere le idee liberamente, senza troppi paletti. Si da vita a un’idea, ma poi le si deve permettere di evolversi, cesellando al millimetro i testi, in modo da sentirli propri e suonarli con lo stesso trasporto anche dalla millesima esibizione.
Veniamo ora al disco “Giù la maschera”, come mai avete scelto questo titolo?
È il titolo di un brano a cui siamo davvero legati, sia come tematiche che come arrangiamento. In questo brano c’è tutto quello che pensiamo e tutto quello che ci piace musicalmente. Urliamo “Giù la maschera” a quelle persone che contano e che preferiscono creare divisione perché si guadagna di più, quelle che non sanno tornare sui propri passi, quelle che insabbiano il ricordo degli avvenimenti passati per poter rifare sempre le stesse cose.

Nel disco affrontate il tema dell'integrazione. Che cos'è per voi l'integrazione? Che cosa bisognerebbe fare per promuoverla?

Integrazione è accettare le differenze e avere la forza di far conoscere le proprie peculiarità, usando come mezzo la condivisione invece dei fucili. Integrare due culture è una cosa naturale, nessun italiano è solo italiano, ma è frutto di un miscuglio culturale e geografico. Accettare una cultura che non accetta culture diverse dalla propria non è integrazione, ma è buonismo fine a se stesso, è un suicidio culturale.


Perché nel 2016 si fa ancora fatica ad accettare le diversità? Di che cosa abbiamo paura?

Abbiamo paura di perdere le nostre radici e di sentirci senza identità. Cosa che non potrà mai succedere se si fanno leggi specifiche, se si sensibilizza la gente ad amare il proprio territorio, la propria cultura. Se sensibilizziamo i migranti sulla bellezza della nostra cultura, cercando i punti in comune e non le differenze, allora si crea integrazione. Integrazione è il contrario di integralismo.

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La realtà dei migranti e dei rifugiati è diventata una vera e propria emergenza sociale? Come dovrebbe agire secondo voi l'Unione Europea per risolvere il problema?
Bisognerebbe avere una commissione non politica con pieni poteri legislativi, composta da membri europei e non, per riuscire a regolamentare il flusso di migranti. I partiti dovrebbero star lontani da queste decisioni dato che ogni cosa che dicono mira solo ad incrementare il proprio elettorato. Bisognerebbe pensare al benessere dei migranti, in modo che siano cittadini europei responsabili. Allo stesso tempo, se si vuole uguaglianza e integrazione, il governo dovrebbe pensare al benessere e alla sicurezza dei propri cittadini, abituati a migrare e non a ricevere migranti. Noi italiani siamo sempre stati antirazzisti perché eravamo noi gli immigrati.
Dov'è il confine tra  il rispetto dei diritti umani ed l'assistenzialismo? Come si fa a trovare un equilibrio?
C’è una parte falsamente buonista della politica italiana che parla di tutela dei diritti dei migranti solo per il proprio tornaconto economico e di immagine. C'è poi un'altra parte ignorante che pensa solo ai doveri dei migranti e a costruire muri. Se le due posizioni dialogassero sarebbe l’inizio di un futuro di convivenza regolata, giusta e moderna.
Prossimi progetti? In cosa vi vedremo impegnati?
Anche d’inverno non ci fermiamo con i concerti, stiamo preparando il prossimo tour europeo e quello nazionale. Poi vogliamo scrivere nuova musica. Dobbiamo mettere su carta tutte le meraviglie viste e vissute quest’anno, magari sperimentando nuovi stili e guardando un po’ di più ai paesi stranieri che ci hanno accolti come non ci era mai successo, pur non capendo le nostre parole. Ha vinto la musica, la nostra musica soprattutto. Questo ci ha dato molto, ringraziamo tutti i fan vecchi e nuovi
Adriana Fenzi

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