Andrea Pancani

Andrea Pancani

Il giornalismo deve farsi un esame di coscienza. Politica? Gli italiani hanno bisogno di scenari

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Unfolding Roma incontra il giornalista Andrea Pancani, attualmente alla conduzione di Coffee Break talk show in onda tutte le mattine su LA7. Sulla stessa rete ha già condotto Omnibus, dal 2002 al 2007  e L'Aria d'estate nel 2015. Con un passato in Rai, Telemontecarlo oltre che come inviato di guerra, vanta alle sue spalle 35 anni di carriera.

Partiamo da Coffee Break. Qual è il segreto del successo?

Innanzitutto è un programma che ho ereditato dalla precedente conduzione di Tiziana Panella, io ne ero coordinatore. Coffee Break, a differenza di altre trasmissioni in generale, è un talk show di approfondimento: tutti gli ospiti hanno modo di poter approfondire le varie tematiche del momento. L'impronta che ho dato è che ci fossero più servizi e storie che raccontino i problemi e le vicende del Paese: pensioni, lavoro, tasse, tariffe, bollette. Tutto sempre declinato nella chiave del talk show.  Faccio un lavoro pubblico, oltre ad essere un cittadino italiano: mi piacerebbe che con la mia trasmissione si contribuisse a far crescere la consapevolezza delle persone nei confronti delle questioni e dei problemi. Incontrare qualcuno che mi dice di aver capito quella determinata questione grazie al mio programma, è la soddisfazione più grande che io possa ricevere. 
Quali sono i temi che interessano maggiormente gli spettatori?
Con eventi importanti e inaspettati, come lo scorso anno con la Brexit, le elezioni e Trump, abbiamo avuto ottimi risultati anche se dappertutto non si sentiva parlare d'altro. Un altro aspetto fondamentale è parlare in maniera semplice senza usare il politichese. Un linguaggio popolare per la gente che sta a casa la mattina, come possono essere gli anziani o anche gli studenti. Devi avere la capacità di trattare questioni di attualità e politica internazionale in maniera meno complessa, direi usando il classico detto "parla come mangi".
Ha fatto molta radio prima della tv. Ma quali sono le caratteristiche che non devono mai mancare ad un presentatore televisivo?

Sono due gli aspetti fondamentali. Il primo: chiunque ti segua, dalla persona meno o più esperta, capisce subito sei sincero o stai facendo teatro, apparendo commosso o indignato veramente per una notizia. Bisogna sempre essere se stessi e mai artificiali. Il secondo, che ho imparato negli anni: tu puoi informarti, studiare quanto vuoi, ma ci sarà sempre qualcuno che ne saprà più di te (mi riferisco agli spettatori). Mai essere spocchiosi.

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Il dibattito ideale che vorrebbe moderare?

Da noi sono venuti tutti. Non ci sono personaggi che mi piacerebbe moderare, o un grande scoop o una grande figura come potrebbe essere ad esempio il Papa. Vorrei che ci fosse invece la possibilità di avere dei confronti con una politica che  andasse più in profondità, con meno slogan: rimanere in superficie non ti aiuta a capire. Mi piacerebbe che ci fossero ospiti che anziché attaccarsi e rinfacciare il passato, ci dessero degli scenari e delle visioni. Che ci sia gente che riesca ad interpretare i cambiamenti del mondo. E avere anche persone più pragmatiche, con una gran dose di buon senso.
E'stato inviato all'estero. Dalla caduta del Muro di Berlino, alla prima guerra del Golfo alle prime elezioni libere in Albania. Cosa le hanno lasciato queste esperienze? Ha mai avuto timori?

Quando feci l'inviato di guerra, non pensai agli eventuali pericoli che ci potevano essere intorno a me. Hai l'adrenalina e la voglia di raccontare tutto quello che stai vedendo. Vissi il tutto con molta tranquillità senza nessun patema d'animo, perché sul lavoro sono fatto così. In Israele ricordo che tutti i giornalisti giravano con la maschera antigas e che quando partiva l'allarme della sirena per un attacco di missili, dovevamo essere pronti a ripararci nei rifugi. Questo mi fece capire cosa significhi vivere una guerra: prima potevo solamente immaginarlo ascoltando i discorsi dei miei nonni o di mio padre.

L'esperienza che l'ha toccata di più?

Sicuramente i 20 giorni che trascorsi in Albania nel 1991 per le prime elezioni libere dopo il regime comunista. Arrivato all'aeroporto di Tirana ebbi la consapevolezza di essere tornato indietro di 50 anni: in tutto il Paese ci saranno state cinquanta automobili, sembrava l'Italia del dopoguerra. La popolazione locale, notando la nostra attrezzatura di microfoni e telecamere, ci vedeva come se fossimo divi del cinema, tutti volevano sapere chi fossi. Ero in compagnia di Marco Pannella, lui osservatore per l'Europa per la regolarità del voto. Insieme all'autista, dopo una lunga trattativa, forzammo un posto di blocco nella città di Scutari. Lì ci trovammo nel mezzo di una guerriglia urbana, e iniziammo a riprendere tutto: eravamo gli unici giornalisti. Entrammo poi in una casa dove era stato ucciso da appena un'ora il leader del Partito Democratico: io nella confusione generale intervistai la madre, e con un cinismo spaventoso chiesi al cameraman di zoommare sul viso della donna per immortalare bene l'espressione del viso. In tutto questo lì capii cosa significasse per l'uomo la libertà, e questo mi colpì paradossalmente più della guerra.

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Ogni giorno sui social assistiamo alla pubblicazione di post "acchiappaclic e Facebook si dichiara pronto a contrastare le cosidette fake news. Cosa c'entra questo con il vero senso del giornalismo?
Credo che venga amplificato in maniera formidabile qualsiasi cosa, sia le verità sia le fandonie. Purtroppo c'è chi cavalca le menzogne per scopi propri: per difendersi da tutto ciò bisogna avere senso critico e informarsi su più fonti. Qualcuno può anche scrivere che esistono le scie chimiche, ma se sono una persona intelligente so che non esistono. Allo stesso tempo le persone si devono svegliare: nel credere alle previsioni di un mago, non è solo il mago che ti imbroglia, ma sei anche tu che vuoi farti imbrogliare. Oggi le fake news grazie alla rete sono molto più contagiose, ma credo che derivi anche dal momento del nostro giornalismo. Se il giornalismo fosse più credibile e meno partigiano, forse ne guadagneremmo tutti. Il nostro lavoro dovrebbe farsi un bel bagno di umiltà e un esame coscienza: ci si dovrebbe chiedere, "le cose le approfondiamo e le verifichiamo veramente?.
Nelle ultime settimane continuano a succedersi i fatti riguardanti la sindaca Raggi: gli ultimi episodi riguardano l'ex fedelissimo Salvatore Romeo. Che idea si è fatto a riguardo?
Delle cose che hanno riguardato la Raggi sotto il punto di vista giudiziario non ho quasi mai parlato in trasmissione. In primis il Movimento 5 Stelle ha un modo di partecipare ai talk che non condivido: si sottrae al dibattito a più voci (preferisce avere discussioni solo col conduttore o solo con un ospite) e questo restringe il campo degli interventi. Non voglio parlare senza avere un loro esponente, senza il contraddittorio non si andrebbe in profondità della questione, e non sarebbe corretto.
E' una leggenda metropolitana o verità, riguardo il deputato PD Andrea Romano, quando viene ospitato non vuole in alcun modo avere a che fare con un esponente grillino in trasmissione ?
La verità è che ci sono alcuni esponenti politici (non solo del PD) non molto amati da quelli del M5S nel contraddittorio. Da quello che so, sono loro del M5S a sostenere di non volere avere a che fare in sede di dibattito con alcuni esponenti degli altri partiti. È un tratto che non amo: il confronto ci deve essere, chiunque ci sia dall’altra parte. Ad onor del vero hanno una caratteristica che altri partiti non possiedono: se inviti un esponente pentastellato in trasmissione, a parte i loro senatori di punta che possono parlare di tutto, ti mandano sempre un parlamentare esperto di quel determinato argomento. E' un aspetto che fa onore al Movimento 5 Stelle.
Pochissimi giorni fa è stato pubblicato un video di un fuorionda tra Graziano Delrio e Michele Meta. Ha un aneddoto o un episodio particolare capitato durante un fuorionda nelle sue trasmissioni?

Più che raccontare un fuorionda posso rivelare dei dietro le quinte che mi hanno sempre colpito e che accadono spesso. Succede che dei politici si azzannino in diretta, poi una volta partita la pubblicità, capita che cambino completamente i toni: si passa a chiedere di come stia un parente, o di cosa farà l'altro in vacanza. E’ il teatrino della tv che esiste tra i politici.

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Il famoso termine termine napoletano "cazzimma" è stato usato dal presidente partenopeo Laurentiis per commentare la partita tra Real Madrid e Napoli e prima di lui altre generazioni di napoletani da Pino Daniele ad Alessandro Siani. E' un aspetto che sente di aver ereditato anche per la sua professione di giornalista?


Un giornalista, oltre a conoscere la tecnica e il mestiere, deve essere psicologo e sociologo, azzarderei un tuttologo, per  avere una grande conoscenza dell'umanità. E' un discorso che va ampliato anche per altri tipi di lavoro: serve una formazione umanistica per trovare sempre il filo conduttore. Da napoletano e da meridionale in generale, ho ereditato una buona dose di fatalismo che non è rassegnazione, ma semplicemente credere che alcune cose succedano perché devono succedere. Inoltre ho ereditato quel sapere sdrammatizzare, quell’arma dell'ironia che può essere uno sguardo, un atteggiamento o una parola in più. Ma da Napoli mi porto dietro anche un pizzico di creatività, un tratto che contraddistingue noi partenopei.

Fabio Pochesci

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