Asilo Republic

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Siamo in prima linea quando si tratta di aiutare qualcuno.

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Gli Asilo REPUBLIC, Tribute band di Vasco, sui generis, nasce a Roma nel 2000. In questi lunghi 17 anni si sono imposti sulle scene romane con l' intensità della voce e l' attenta armoniosità dei suoni, come solo una band di professionisti avrebbe saputo fare. Il fondatore e chitarrista del gruppo è Fabrizio Antonelli,  Francesco Corso alla voce, Alessandro Beccati alla batteria, Izio la Rosa al basso, Faber “Dido” Di Domenico alle tastiere e Alessandro Cristiano alla chitarra.


Di seguito l' intervista al loro cantante, Francesco, alla quale io mi sono approcciata da fan decennale e lui, come davanti allo specchio, ha raccontato, con sincerità estrema e voglia di dire, cosa significhi fare musica ed arte in genere nel 2017. Nella gallery troverete due foto che mi hanno particolarmente colpita. La prima, che li rappresenta per quello che sono: una band che è anche un gruppo di amici, uniti da convivialità e passione comune. La seconda, scattata da Francesco stesso, che mostra la prospettiva dal palco, dietro al suo microfono, prima dell' inizio di una delle loro numerose serate. Ecco, in questa foto c'è quello che da fan io mi sono sempre chiesta: cosa si vede quando l' esibizione e la serata ancora devono iniziare?

"ASILO REPUBLIC" è il nome della vostra band. Da cosa nasce? Il riferimento a Vasco Rossi è palese, ma sono quasi certa che ci sia qualcosa che i vostri fans ancora non sanno.

Ciao Francesca, innanzitutto ti ringrazio per questa bella intervista a nome di tutti gli Asilo Republic.

La band nasce nel 2000 quindi l’anno prossimo diventeremo “maggiorenni” con ben 18 anni di attività che per una Tribute Band è davvero un bel traguardo. Il nome richiama l’omonima canzone di Vasco e fu scelta dalla formazione di quel tempo, della quale è rimasto il fondatore e chitarrista Fabrizio Antonelli, perché gli altri 5 elementi sono via via cambiati nel tempo fino ad arrivare alla formazione attuale che comprende oltre me, Francesco Corso alla voce, anche Alessandro Beccati alla batteria, Izio la Rosa al basso, Faber “Dido” Di Domenico alle tastiere e Alessandro Cristiano alla chitarra.

Tu sei subentrato come cantante negli ultimi anni, sostituendo un altro bravissimo interprete. È stato difficile integrarsi con un gruppo di musicisti che già collaborava da molto tempo?

Avevo già fatto parte di diverse Tribute Band di Vasco e conoscevo i pezzi alla perfezione. Fui chiamato dal mio chitarrista attuale, Alessandro Cristiano, che aveva mantenuto in rubrica il mio numero di cellulare dopo esserci conosciuti un paio di anni prima sempre in ambito musicale, per sostituire l’ex cantante di allora per una serata in cui era impegnato e non poteva cantare. Feci solo una prova ed esordii a Monte Livata, nel 2010, ricordo il freddo di quella sera. La serata andò bene, loro furono soddisfatti e anche il pubblico, così continuai con le sostituzioni fino a quando non divenni titolare nel 2014. Non è stato difficile per me integrarmi con un gruppo già rodato come loro né dal punto di vista musicale né soprattutto dal punto di vista umano e di certo è anche per questo che poi il nostro percorso è sempre andato di pari passo.

Ti chiedo di spiegare al nostro pubblico la differenza tra Cover band e Tribute band.

La Tribute Band si esibisce esclusivamente in cover di brani dell’artista di riferimento, anche imitando aspetti visivi e sonori del gruppo originale mentre la Cover band, solitamente, esegue brani scelti dal repertorio di molti artisti senza normalmente omaggiare un autore particolare. Nel nostro caso siamo quindi una Tribute Band anche se “sui generis” perché grazie alla bravura dei ragazzi degli Asilo Republic riusciamo a metterci sempre un po’ del nostro anche se eseguiamo pezzi di un solo artista. Questa è la nostra forza a detta di chi ci viene a sentire e siamo particolarmente orgogliosi di questo, è difficile durare nel tempo e realizzare 60-70 serate all’anno in una piazza cosi difficile e “ingolfata” come Roma e il Centro Italia che presenta locali di alta qualità e molte Cover e Tribute Band dello stesso artista. Per questo parlerei più di “Interpreter Band” che di Tribute, anche se quest’espressione non esiste e me la sono inventata sul momento ma rende più l’idea.

Cosa vuol dire per te essere un artista, ma dover vivere di un' altra professione? Quale mestiere svolgi quando non sei Francesco, il cantante?

Chiaramente lavorare e suonare non è facile, si spendono molte energie durante la settimana, sia fisiche che mentali e bisogna dare il massimo sia sul posto di lavoro che sul palco. A volte è come non staccare mai la spina. Personalmente lavoro da lunedì a venerdì, in un’azienda di smart mobility e quando la sera ho un concerto stacco alle 18 e mi fiondo nel traffico per arrivare in tempo a fare il check. Finiamo spesso tardi per cui prima dell’una o le due di notte non torno. Ognuno di noi poi ha diverse band dove suona, quindi capisci bene quanto sia totalizzante quest’impegno. I sacrifici però si fanno perchè i risultati poi si vedono e quelle due ore sul palco valgono ampiamente tutto il lavoro che c’è dietro. Fino a quando non tiri le cuoia almeno.

Quale canzone canti sotto la doccia quando sei certo che nessuno ti ascolti?

Ah bè da adolescente cantavo sempre Vasco, dappertutto quindi anche in doccia, oggi canto soprattutto pezzi miei o filastrocche che m’invento tra uno shampoo e un’asciugata.

Negli ultimi anni sul web sono montate infinite polemiche sul fatto che spesso le cover band abbiano una maggiore dimestichezza e perfezione nell' eseguire i pezzi del cantante o gruppo originale a cui si rifanno. Tu cosa può dirci in merito?

Da una parte penso che sia un circolo che fa gioco sia all’artista coverizzato che alla band che coverizza perché si dà la possibilità di ascoltare dei brani live di un cantante che puoi ascoltare poche volte all’anno quando capita, mantenendo alta l’attenzione su di lui e dall’altro si ha la possibilità di esibirsi spesso e in contesti di qualità per esprimersi. Certo è che bisogna essere consapevoli che si sta proponendo uno spettacolo realizzato grazie ai brani di un artista senza appropriarsene in modo diretto o indiretto.

Ci puoi dire le tue tre canzoni preferite di Vasco, motivando le sue scelte? Già so che la tua preferita è Liberi Liberi, come hai detto in occasione di un vostro concerto di qualche settimana fa.

“Liberi liberi” è la mia preferita perché nel pezzo si traccia un bilancio esistenziale e chi di noi prima o poi non si ritrova a farne uno? E’ un tema universale e contiene tra l’altro una bellissima frase: “Liberi siamo noi ma da che cosa?” Ecco, in fin dei conti ci definiamo liberi o vogliamo esserlo e poi si vuole l’iphone, l’automobile più grossa, bottiglie più grandi, droghe più potenti ma non si tratta solo di oggetti, anche dinamiche di rapporto più sballate, scelte più uniformate, pensieri più vuoti in un cervello subaffittato. E’ un circuito allucinante dove siamo inseriti fin da piccoli e ci presentano soluzioni preconfezionate, a misura standard. E’ un problema culturale e ci siamo dentro fino al collo. Un altro pezzo che adoro è “Dillo alla luna”. Qui Vasco urla al destino tutta la sua rabbia ancestrale e se la prende con la sfortuna per la fine di un amore. Anche qui un tema universale e strabusato come questo diventa, grazie a lui, una perla di originalità. La terza è “Cosa C’è” che Vasco scrisse dopo l’esperienza in galera. E’ un dialogo con il suo benzinaio ma che cantato diventa con se stesso per capire, in modo ironico, come ha fatto a farsi beccare con le mani nella marmellata. E’ un bel pezzo che mette di buonumore. In linea di massima mi piacciono molto i suoi pezzi anni ’80, quelli che l’hanno consacrato.

Gli ASILO REPUBLIC hanno partecipato ad un evento benefico "Insieme per Visso". Ci spieghi cosa voglia dire per voi fare beneficienza e in che modo intendete proseguire in questo cammino tra arte, musica ed aiuto a chi è in difficoltà?

Abbiamo partecipato ad una bellissima iniziativa per dare una mano anche noi alla popolazione di Visso, colpita duramente dal terremoto e abbiamo raccolto dei fondi importanti per la costruzione di un anfiteatro. La serata è stata organizzata da Icaro e la sua band, una Tribute di Renato Zero e la cosa più bella è stata vedere tutto il pubblico cantare insieme indistintamente, senza preoccuparsi più di tanto se ascoltavano pezzi di un artista o di un altro. Un’esperienza che rifaremo sicuramente perché siamo in prima linea quando si tratta di aiutare qualcuno.

Quale canzone non canteresti mai nella vita ?

Domanda difficile non credo esista un pezzo che non canterei mai nella vita a meno che non sia una canzone a sfondo razzista o intollerante. Cantare per me è anche mettersi alla prova e fin’ora ho eseguito, anche per scherzo, brani ironici, parodie, pezzi smielati e melensi. L’importante è lo stile con cui lo fai, l’atteggiamento che cambia chiaramente a seconda del brano.

Cosa vuol dire Vasco Rossi per te? Perché hai scelto di cantare proprio i suoi successi e non quelli di un altro artista?

Ho conosciuto Vasco proprio con l’uscita dell’album “Liberi Liberi” e rimasi fulminato. Era il 1989. Negli anni ho continuato ad ascoltarlo sempre di più, addirittura mia madre possiede un video in cui cantavo “Vita Spericolata” cercando di imitarlo ma in modo buffo come può fare un bambino di 9 anni, in maniera caricaturale. Nel tempo, dall’adolescenza fino pochi anni fa, l’ho ascoltato e visto moltissimo e penso sia un talento vero, in tutto, dalla scrittura dei testi alla musicale, dalle scelte dei collaboratori ai live, dall’inventiva che si traduce nei gesti, nei movimenti, agli “eeehhh..ooohhh..” che molti risolvono banalmente con un urlo sguaiato ma non hanno capito che essendo un artista vero come tutti gli artisti è riuscito a sintonizzarsi con la linea di fondo che hanno tutti. Ecco perché quegli “eehh…ooohh..” non lasciano indifferenti, né positivamente né negativamente parlando, perché si rifà, inconsciamente, alle prime espressioni dell’umanità, l’uomo preistorico che non aveva altro che questi suoni per comunicare. Ecco perché sul palco quando mulina le braccia e sembra stia per cadere non fa altro che riprodurre la caducità dell’essere umano che, ben prima di uno dei miei poeti preferiti come Leopardi, si è affacciato come problema dell’umanità con tutta l’angoscia esistenziale che ne consegue. Ecco perché sul palco quando agita le braccia e muove la testa, soprattutto negli anni 80, in modo confuso non fa altro che riprodurre la nuotata del neonato nel liquido amniotico e la nascita. Almeno questo è quello che penso io ed essendo mezzogiorno giuro che sono sobrio. Detto questo poi nel tempo ho avuto la possibilità e la fortuna, grazie agli Asilo Republic, di condividere il palco con i suoi musicisti, gente che ha fatto la storia della musica italiana e ho ricevuto i complimenti per quello che davo sul palco. Se ripenso a quel bambino che consumava “Fronte del Palco” nel videoregistratore guardando Braido, Rocchetti, Golinelli, Solieri, tutti i suoi musicisti a San Siro e all’Olimpico, bè sono contento. Poi ascoltando altri artisti ho preso coraggio e ora ho anche una Tribute Band di Rino Gaetano. Mi piace variare e mi piacciono le sfide.

Il fenomeno delle groupies è molto presente anche tra il pubblico che vi segue. C' è per te un modo giusto di essere fan? E tu, a yua volta, che tipo di fan sei?

Fan, lo dice il termine stesso, è un’abbreviazione di “fanatic”, mutuata dalla lingua inglese. Anche noi abbiamo i nostri come tutti i gruppi, le nostre groupies come dici tu e questo è il sale, da un certo punto di vista per chi fa musica. Pensa che se non ci fosse chi ci viene a sentire non potremmo esistere nemmeno noi ma questo è un discorso che si adatta a tutta la musica mondiale, a qualsiasi livello. Certo il limite è quando più che stare attenti alla qualità del prodotto si presta attenzione a cose un po’ più superficiali ma il rock è anche questo e un cruccio è quando capita di fare di tutta l’erba (tribute dello stesso artista) un fascio (tutti uguali) ed è un vero peccato perché è facile prendere applausi quando le mani che battono sono quelle di mamma, papà, parenti, amici ecc. il difficile è farlo in un posto in cui nessuno ti conosce e devi costruirti lo spettacolo con intelligenza e talento. E’ questo che fa la differenza , sempre. Io non sono un grandissimo fan nel vero senso del termine devo dire, non compro tutto quello che riguarda un artista a meno che non sia un cd originale, ma i ninnoli come bracciali, poster, ecc. non mi interessano. Certo è che quando mi è capitato di avere Vasco ad un palmo da me sono rimasto come un ebete, dicendogli poche cose e anche confuse. Il fatto è che riconosco la sua grandezza e per chi, come me, canta anche le sue canzoni è un po’ particolare averlo di fronte. Magari è stata solo la prima volta, magari oggi riuscirei addirittura a respirare, chissà.

So che tu scrivi per passione e che sei anche giornalista. Hai mai scritto un testo di una canzone?

Sono giornalista pubblicista dal 2003, ho scritto e scrivo poesie, romanzi, racconti, liste della spesa, bigliettini d’auguri e varie ed eventuali. Sono stato anche articolista, direttore di riviste e curatore di rubriche. Ho scritto anche testi di canzoni mie e non è escluso che prima o poi ci faccia qualcosa di più che lasciarli impolverare in garage.

Infine mi descrivi cosa voglia dire essere parte di una band? L' amicizia che lega tutti voi componenti è cementata dal far musica insieme oppure come tra tutti quelli che si frequentano anche per lavoro possono nascere screzi ed incomprensioni?

Essere parte di una Band è un’esperienza che lascia il segno perché siamo sei teste e a volte anche di rapa, che devono collegarsi per un obiettivo comune: la buona riuscita del concerto. E’ anche un modo per passare una bella serata insieme, si scherza molto, ci si confronta come fanno sei amici che si conoscono da molto tempo, poi sul palco l’energia che si sprigiona riesce sempre a farci diventare un unico blocco, a farci percorrere la stessa strada insieme per tutta la durata dello spettacolo. E’ un’amalgama che si crea con il tempo e ci permette ogni volta di arrivare al pubblico e ricevere le sue attenzioni. A volte gli screzi ci sono, è normale, punti di vista differenti, caratteri diversi, non siamo la famigliola del mulino bianco, non abbiamo né Banderas né Rosita però non siamo neanche mai arrivati alle mani e questo è un bel traguardo...soprattutto per me perché loro hanno strumenti anche pesanti da mettere in campo io col microfono…dove cazzo vado?

Francesca Calò

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