Henry Beckett

Henry Beckett

I brani nascono naturalmente, nudi come neonati. Poi, in studio, con la mia band, cerco il modo di “vestirli” al meglio

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È stato pubblicato lo scorso 26 aprile “Heights” l'EP di esordio di Henry Beckett. Si tratta di un progetto discografico innovativo tra sonorità rock, alternative country, alt-folk, ballad intense e caldi accordi.

Henry Beckett, all'anagrafe Raffaele Volpi, è un cantautore milanese classe 1993. È stato premiato come migliore proposta emergente al contest live in diretta su Radio Popolare a dicembre 2016. Il 25 maggio 2017 si è esibito nella serata di apertura della 13° edizione del  MI AMI FESTIVAL, la manifestazione dedicata alla migliore musica alternativa italiana.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarlo.

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Ciao Henry, benvenuto su Unfolding.
Inizio col chiederti il significato del tuo nome inglese, Henry Beckett, come mai l’hai scelto?

Ci sono diversi motivi. In primo luogo un nome d’arte nasce perché rappresenta un alter ego, che vive in un mondo musicale e artistico strettamente collegato alla vita quotidiana, ma che ne trasforma i contenuti in canzoni. Henry Beckett sono io che scrivo e canto canzoni in inglese.  “Henry” è un tributo a mio padre che si chiamava Enrico  e che mi ha trasmesso la passione per la musica; “Beckett” vuole rievocare il drammaturgo Samuel Beckett, che ha toccato alcune mie corde sensibili, in particolare per il modo di trattare il tema dell’attesa. A dir la verità il nome “Beckett” me lo porto dietro da una prima band che avevo fondato anni fa, ma che si è sciolta in fretta. In seguito ho voluto accostargli “Henry” per sottolineare la natura solista della mia nuova avventura musicale. Henry Beckett è un nome adatto a descrivere la mia musica d’oltreoceano con una forte componente internazionale e... non suona malaccio!

Sei italiano ma canti in inglese. Come mai questa scelta? È solo una questione di gusti o c'è dietro una strategia comunicativa?

Nessuna strategia comunicativa a livello promozionale, anche perché se così fosse sarei un pessimo stratega, vivendo in Italia! A livello espressivo l’inglese mi permette di essere molto conciso, esprimendomi anche con immagini che mantengono una certa leggerezza, propria del mio gusto. Le mie ispirazioni e i miei ascolti appartengono tutti al mondo anglofono, soprattutto a quello americano.

La tua musica è un mix di generi diversi: rock, folk, country... che tipo di lavoro devi fare per armonizzare sonorità differenti?

Sinceramente sono ancora in una fase di ricerca all’interno dello studio di registrazione per identificare il miglior comune denominatore che porterà avanti la prossima produzione. Le canzoni nascono solo da chitarra e voce; nel momento in cui scrivo non mi faccio troppe domande del tipo: “Meglio fare un pezzo rock o una ballad?”. I brani nascono naturalmente, nudi come neonati. Poi, in studio, con la mia band, cerco il modo di “vestirli” al meglio. È l’unico tipo di “shopping” che mi diverte.

Quali sono i tuoi modelli in campo musicale? C'è qualche artista che ti ha influenzato più di altri?

Come dicevo i miei modelli musicali fanno parte del mondo americano. In primis Ryan Adams, con cui ho sempre sentito una profonda affinità. Nel mio tempio degli artisti metterei anche la statua di Neil Young, Jonathan Wilson e Kurt Vile, alcune proiezioni dei live degli Half Moon Run e infine nei sotterranei si avvertirebbero le atmosfere di Nick Cave.

Parliamo ora del video di “Radio Tower” che ha anticipato l'uscita di “Heights”. I protagonisti della clip compiono azioni quotidiane come mangiare un panino o accarezzare il cane attraverso la mediazione di un televisore. Cosa vogliono rappresentare queste immagini?

Le immagini di Radio Tower vogliono trasmettere un senso di forte alienazione, soprattutto quella definita dall’incapacità di goderci la vita nel presente. Tutto sembra ormai essere filtrato dagli schermi dei nostri smartphone e molto quello che guardiamo lì dentro ci appare come una possibile realtà alternativa, dato che spesso non siamo soddisfatti di quella che viviamo ogni giorno. Nel video abbiamo rappresentato la situazione in modo esagerato, facendo perdere ai protagonisti il contatto con la realtà anche nelle azioni  semplici e quotidiane, per trasmettere l'idea che stiamo rischiando di arrivare a un simile livello di assurdità. In alternanza abbiamo mostrato immagini che descrivono situazioni che ognuno di loro potrebbe vivere realmente, se solo si staccasse dall’idea che ciò che conta sia solo dentro uno schermo.

Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e i nuovi media? Quali ritieni siano i
vantaggi e gli svantaggi della virtualità?

Non so se si è capito ma non sono un grande amante dei nuovi media. Mi affascina la tecnologia di cui faccio un grande uso e l’idea si possa essere sempre interconnessi. Ma c’è comunque il rischio di esagerare e, direi, che ci siamo vicini. Per certi versi la gente se ne sta rendendo conto, infatti hanno sempre maggior successo alcune pratiche di meditazione; si sente il bisogno di fermarsi un attimo e di entrare in contatto profondo con la propria interiorità, con ciò che accade nel mondo e con alcune piccole cose, da cui la virtualità ci ha allontanati.
Io non medito.. ma forse male male non mi farebbe.

Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Università del Michigan chi usa molto frequentemente i social network è più incline ad ansia e depressione in quanto è portato a confrontare la sua vita con quella “talvolta falsata” che vede sui profili altrui, sviluppando invidia e risentimento. A tuo avviso si tratta di un problema reale? Stiamo davvero esagerando con l'uso della rete?

Sì, stiamo esagerando e non ho dubbi sulla conclusione di questo studio. Non penso che invidia e risentimento siano nate con i social network, ma il problema è che su fb, instagram, ecc. vengono condivisi foto e video che mostrano solo il meglio della vita di ciascuno, il resto rimane nascosto, perché è così che si mantiene un seguito. Quindi l’invidia e il risentimento sui social nascono spesso da una visione falsata della realtà ed è triste pensare che tale visione abbia il potere di far sentire qualcuno inadeguato. Chi ne soffre vede sé stesso come un piccione che, trovandosi in mezzo a mille grifoni, si sente brutto e sfigato. Ma i grifoni in realtà non esistono, sono solo altri piccioni che si sentono a loro volta inadeguati e cercano conferme, diventando talvolta aggressivi. Sarebbe bello che ci si guardasse (e ci si mostrasse anche sui social) un po’ di più per quel che si è veramente, ciascuno con i propri limiti e le proprie insicurezze. Chi non sta né nel gruppo piccioni-piccioni né nel gruppo piccioni-grifoni, rientra, in questa mia visione metaforica, nel gruppo delle tortore, sempre un po’ umanamente sfigate, ma più equilibrate.

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Raccontaci qualcosa della tua esibizione al MI AMI FESTIVAL…

Devo dire che è una delle esibizioni in cui mi sono divertito di più, anche se di solito  preferisco suonare sui palchi al chiuso. Non so se sia stata l’atmosfera creata dal pubblico, il clima, la qualità del suono, o la scaletta fatta di 7 tra i miei pezzi preferiti, ma ero particolarmente ispirato. Sono felice di aver partecipato a questo evento e spero di essere riuscito a trasmettere, almeno in parte, quanto per me siano importanti le canzoni che ho suonato.

Che differenza c'è tra esibirsi all'interno di una grande manifestazione e suonare nei club?

Ci sono molte differenze. Nei miei live, soprattutto quando mi esibisco da solo con chitarra e voce, do un ruolo centrale ai silenzi e alle dinamiche. In un grande festival è  più difficile ricreare lo stesso mood perchè il pubblico è lì per fare festa e saltare, mentre ad un mio concerto mi immagino un tipo di ascolto diverso, magari seduti a terra a bere qualcosa. Il mio sogno è suonare nei teatri.

Progetti futuri? C'è qualcosa già in cantiere?

Sicuramente! Ho scritto molte canzoni in questi anni e ne sto già scegliendo alcune per una futura produzione, intanto continuo a comporre. I brani dell’EP ‘Heights’ hanno in media già 3 anni ed io sto fremendo dalla voglia di far sentir tutto ciò che ho creato dopo. Di sicuro vi terrò aggiornati!

Adriana Fenzi

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