Francesca Caprioli

Penso che chi ha la fortuna di possedere un palcoscenico anche solo per due secondi debba porsi il problema di mandare un messaggio utile.

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Continua al Teatro Due Roma il viaggio nella drammaturgia contemporanea grazie alla manifestazione Cantieri Contemporanei, con il patrocinio dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico.

In scena dal 10 al 14 gennaio, lo spettacolo Das Schloss una riscrittura dell’omonimo romanzo di Franz Kafka, per la regia della giovanissima Francesca Caprioli. Francesca è un piacere averti ospite su Unfolding Roma!

Un uomo che cerca disperatamente di capire le catene che lo legano ad un sistema che non comprende. Un sistema che lo guarda e non lo riguarda, che è fatto di immagini e non immagina, che produce segreti fatti di carta e uomini di ferro. Kafka è uno degli scrittori più controversi, eppure è a lui che ti sei ispirata. Raccontaci.

Kafka è uno scrittore controverso, e noi siamo in un tempo controverso. Kafka ci parla di un problema enorme di identità, di un uomo che sa benissimo chi è ma non sa chi dovrebbe essere, di un uomo che è disposto a rinunciare a se stesso pur di assumere una “forma”, pur di essere accettato in un contenitore sociale. Das schloss non è stata una scelta facile, è stata una domanda necessaria. E se poi il testo rappresenta anche una sfida artistica è quasi obbligatorio mettersi alla prova.

Questo spettacolo lo hai realizzato in collaborazione con gli ex allievi dell’Accademia. Presentaci brevemente i tuoi compagni di viaggio ed i personaggi che portano in scena.

Lavoro con i miei ex compagni di classe da tre anni oramai. Loro sono Gabriele Abis, che interpreta il ruolo di uno dei due aiutanti, Arthur. Gabriele Anagni invece interpreta Barnabas, il messaggero, il ragazzo e come molti altri interpreta anche altri ruoli come Amalia, la donna di ferro sorella di Barnabas, e il maestro, ennesima pedina del sistema del castello. Simone Borrelli, interpreta il sindaco, l’oste, e il segretario Bruegel, il segretario che non dorme, che ha pena per K, che vuole aiutarlo e rivelargli tutto e aiutarlo a pulire quegli “occhi pieni di delusioni”. Flavio Francucci è K, lo straniero, l’agrimensore, il bidello, il cane, e tutte le forme in cui proveranno ad inserire quest’uomo, che poi semplicemente, si perde.

Laurence Mazzoni interpreta Jeremias, il secondo aiutante, quello che ruberà a K, Frieda, la sua fidanzata, e il suo amore. Frieda è interpretata da Eleonora Pace che interpreta anche Mizzi la moglie del sindaco. E Paola Senatore è l’ostessa, forse l’unico personaggio davvero “potente del testo”, e Olga la donna distrutta dal castello, la ragazzina che è diventata subito vecchia, che con tutta la sua famiglia è stata “archiviata, per sempre, nell’anta di quell’enorme armadio che è il castello”.

Le tematiche affrontate come l’impotenza di fronte al sistema, l’emarginazione, l’angosciante perdita d’identità, sono temi purtroppo attuali. Cosa ne pensi?

Penso che chi ha la fortuna di possedere un palcoscenico anche solo per due secondi debba porsi il problema di mandare un messaggio utile. Utile significa ragionare su quello che dici e poi, quando hai davvero soddisfatto la tua esigenza, allora viene l’estetica, viene la bellezza, viene l’immagine. Credo che ormai sia da molto tempo che si tende a fare questo ragionamento al contrario. Non si deve fare una cosa bella che poi magari può anche voler dire qualcosa.

Bisogna fare qualcosa di significante, e poi di bello. Noi volevamo parlare di cosa significa essere stranieri fino a diventare stranieri a se stessi, di cosa significa volere il potere fino a svuotarsi. Noi vogliamo dire che “bisogna distruggere e rifare tutto. I nostri guadagni ci hanno fatto perdere, le nostre connessioni ci hanno esiliati, le nostre grandi costruzioni non hanno fatto altro che renderci sempre più piccoli”. Vogliamo che la gente rifletta sul fatto che quest’uomo moderno diventa sempre più piccolo circondandosi di cose sempre più grandi. Fino a dimenticarsi che quella grandezza è stato lui stesso a crearla. “Sono illusioni”.

Ho letto che ti sei avvicinata al Teatro grazie alle marionette. Ci spieghi meglio?

E’ molto semplice, le marionette sono state il mio primo giocattolo. Mi piaceva creare delle storie. Mi piaceva giocarci. I miei genitori hanno sempre giocato molto con me, e mi ricordo che passavamo anche 5 ore filate a giocare alle marionette, a travestirci, a combattere con le spade. Ed è da questo poi che nasce tutto. Forse non farò mai uno spettacolo così bello come la lotta furiosa che facevo con mia madre con le spade di plastica, e non avrò mai una avventura più grande di quella che ho avuto con mio padre nel cespuglio di una villa di Roma giocando ai folletti.

“Da un certo punto in poi non c’è più ritorno. E’ quello il punto da raggiungere.”. E’ uno degli aforismi tratti da Das Schloss, qual è il punto che tu vorresti raggiungere?

Non lo so, io vorrei riuscire a fare il lavoro che amo e riuscire a stare con le persone che amo. Vorrei dimostrarmi e dimostrare ai pessimisti cronici, che una donna può avere un mestiere e una famiglia. E vorrei viaggiare, viaggiare per tutto il mondo con la mia compagnia, con i miei compagni di teatro. Quelli che ora giocano con me con le spade di plastica al posto dei miei genitori.

Al di là di questa bellissima realtà che è Cantieri Contemporanei, ritieni ci sia spazio in Italia per una regista emergente?

Sì.

Sara Grillo 

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