Giuseppe Godino

Giuseppe Godino

I giovani, lo sport e il mondo di oggi

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Ad UnfoldingRoma incontriamo il dott. Giuseppe Godino Psicologo – Psicoterapeuta, Responsabile Organizzazione e docente I.R.E.P ( Istituto Ricerche Europee in Psicoterapia Psicoanalitica). Svolge, da oltre 20 anni, attività di consulenza nell’ambito della psicologia dello sport sia a livello professionistico che giovanile nel calcio, pallanuoto, pallavolo,basket, tennis e golf. Ha focalizzato la sua attenzione sulla ricerca sul funzionamento psichico presso l’I.R.E.P e nell’ambito di progetti di prevenzione del disagio giovanile attraverso l’attività sportiva.

Grazie dott. Godino per la sua disponibilità, comincerei subito chiarendo quando si parla di disagio giovanile?

Quando il processo di crescita di un giovane fa registrare segnali di malessere che vanno oltre il “fisiologico” e naturale percorso di sviluppo. E’ insita, nella crescita, la nozione di crisi quale modalità con la quale evolvere verso il conseguimento di una identità più stabile. Se tutto ciò supera livelli di allerta, allora si parla di disagio giovanile…

E’ interessante il concetto di ricerca attraverso lo sport, di cui Lei si occupa. Di cosa si parla precisamente?

Si intende in una logica di interpretare il ruolo di educatori, allenatori,istruttori secondo una prospettiva allargata nella quale, oltre all’aspetto tecnico, possano essere individuati (attraverso adeguate metodologie) indicatori utili a comprendere l’andamento dello sviluppo psichico dei giovani praticanti lo sport.

Lo sport come strumento di sfogo di energie o di aggregazione potrebbe evitare situazioni di disagio che poi sfociano in atti di bullismo o in generale di violenza, se per esempio praticato sin dall’infanzia?

Assolutamente si! E’ un assunto di base sul quale si deve operare a tutti i livelli. Lo sport educa, attraverso il gioco, ad un corretto rapporto con il proprio corpo, le proprie reazioni, la propria aggressività. Così facendo i ragazzi hanno meno bisogno di “forzare” gli atteggiamenti per affermare sé stessi

A proposito di sport e disagio, osservando in particolare il calcio e gli episodi di violenza negli stadi, perché il calcio attira tanta animosità al contrario di altri sport?

La risposta è articolata. Provando a sintetizzare, nel tentativo di non banalizzare, possiamo dire che il calcio è lo sport che favorisce più di altri il processo di “identificazione” e “immedesimazione” nei giocatori. Io ( giovane) mi sento loro ( calciatori) quindi vivo a livello profondo tutto ciò che il calcio stimola..

Se non erro, Lei collabora con una scuola calcio affiliata al Milan che prepara portieri, iniziativa che sta prendendo piede un po’ in tutta Italia. Qual è il riscontro e come risponde alla polemica sollevata dalla società del Palermo calcio secondo cui, cito, “è solo una trovata commerciale”? (fonte: La Repubblica – Giovedì 9 Ottobre 2014)

Mi occupo di preparazione di giovani portieri e preparatori nell’ambito dei Milan Junior Camp. Il riscontro, direi, è positivo poiché l’iniziativa è concepita all’insegna del coinvolgimento simultaneo sia dei giovani atleti che dei loro istruttori .L’obiettivo non è quello di forzare l’allenamento sul versante della prestazione quanto, piuttosto, di valorizzare la relazione portiere-preparatore in modo da sviluppare le caratteristiche di ognuno dei giovani. E’ un’attività di “nicchia” che non va su grandi numeri. Rispetto alla polemica sollevata dal Palermo calcio, il pericolo che tali iniziative possano nascondere un “rischio commerciale” è elevato nella misura in cui vengono proposti degli stage con tanti ragazzi e pochi allenatori. Una sorta di Centro estivo camuffato da “stage calcistico”

Si assiste spesso a dibattiti sulle responsabilità della famiglia e delle istituzioni, ma realmente quanto la famiglia può gestire e quanto le istituzioni come la scuola, possono intervenire?

Il dibattito è, e sarà, sempre aperto in materia…Il problema vero è che Scuola e famiglia non dialogano su un piano di prospettiva ma solo per gestire le urgenze ( didattiche e non..).In queste condizioni i piani di confronto sono alterati, c’è sempre una parte danneggiata che si lamenta di qualcosa: così facendo viene meno il presupposto di prevenzione e di pianificazione di interventi mirati allo sviluppo del “ben-essere” dei giovani.

L’ormai crescente dipendenza dai social network da cosa nasce? C’è un’esigenza da colmare? Cosa è cambiato rispetto a 15 anni fa? E soprattutto che ruolo hanno in termini di incidenza del fenomeno del disagio giovanile?

La dipendenza dai social network è un fenomeno crescente, perché crescente è il bisogno di trovare una “identità” che, attraverso la comunicazione multimediale non viene proibita a nessuno. Il problema è che si stanno costruendo personalità virtuali che evitano il confronto con la realtà e sono alimentate da un narcisismo autoreferenziale. Quando, poi, un giovane si trova a confrontarsi con l’altro”reale” entra in crisi o, peggio, manipola i rapporti…

Il difficile momento socio-economico che stiamo vivendo contribuisce?

In quota parte si, ma non completamente…E’ più deleterio il momento di impoverimento culturale e la crisi valoriale che sta affliggendo questo periodo storico….

Lei si è occupato di Psicologia dell’Orientamento e della Formazione Professionale presso la facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma dall’87 al 97, certo quelli erano altri tempi, ma tornando ad una vecchia polemica, secondo Lei i giovani, oggi, nei confronti del lavoro sono “choosy”?

Credo che i giovani, oggi, si trovano ad affrontare due grandi difficoltà: il sapersi “orientare” consapevolmente verso il mondo del lavoro e dello sviluppo professionale e, al contempo, fare i conti con una “idealizzazione” di sé e del proprio ruolo. In altri termini, l’immagine che ogni ragazzo sta sviluppando, fortemente proiettata in una dimensione autoreferenziale ( quindi onnipotente), rende più difficile la possibilità di adattarsi ad un mercato del lavoro difficile da interpretare e privo di sbocchi.

C’è un momento vicino o lontano nel tempo in cui si può dire “meglio allora”?

Non credo…Penso sia più importante impegnarsi per leggere quello che il presente ci sta dicendo. Essere troppo ancorati, nostalgicamente, al passato potrebbe farci perdere la capacità di affrontare quello che ci sta accadendo..

Che consiglio si può dare ai genitori di oggi, se si può dare?

Di ascoltarli empaticamente e di non fare confronti con il proprio passato giovanile…

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