Contraddizioni E Proteste A Stelle E Strisce

La protesta di Kaepernick

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Da sempre gli Stati Uniti rappresentano il fulcro principale dove si snodano i più svariati pensieri. Una sorta di mappa concettuale con miliardi di rami che partono e si ramificano in altrettante forme di schemi per spiegare un modello più o meno controverso. Diverse opinioni per un paese che influisce da sempre sugli schemi quotidiani della civiltà: dalla tecnologia della Silicon Valley, al rock, alla Route 66, dal pensiero del nuovo assetto del Mondo ai vari scandali che hanno investito la Casa Bianca tra macchie indelebili sui vestiti, cancellate a colpi di spugna, colpi bassi e colpi in testa. Stati divisi con una propria autonomia, pena di morte qua e là, panini abbuffati per bambini paffuti con a capo le multinazionali che decidono cosa è giusto e cosa no per le persone. Ma anche una scellerata mitomania sceriffa di un Mississippi in piena, alla ricerca di un proprio sfogo e di una libertà tanto declamata da tutti tra mille storie. Libertà, parola armoniosa che in America ha trovato da sempre terreno fertile sotto forma di una Statua.

Restringendo il campo (sperando di non incontrare mine e di evitare di giocare a Risiko), arriviamo ai giorni nostri con una protesta civile che parte da Colin Kaepernick ed investe la maggior parte dei giocatori di NFL, perlopiù di colore, di tutto il continente. Il football americano è una sorta di industria primaria che porta introiti, visibilità e guadagni nelle casse statunitensi da sempre. Una disciplina molto diffusa che attira masse, una sorta di calcio per gli italiani. A differenza nostra, però, negli U.S.A. il calcio è da “signorina” (come dargli torto?)

La protesta di Colin Kaepernick, in sostanza, è quella di non alzarsi, inginocchiarsi e alzare un pugno chiuso durante l’Inno statunitense come sorta di protesta verso le disuguaglianze sociali e razziali, che sta creando il programma del neo eletto Presidente Trump, oltre ai metodi poco ortodossi della polizia nel trattare i più disparati casi riguardanti famiglie e persone afroamericane. Una protesta silenziosa al quale hanno aderito anche tanti “bianchi “poggiando una mano sulla spalla del compagno come segno di disapprovazione durante il momento dell’Inno. Ribellione che ha creato qualche malumore anche al Presidente degli Stati Uniti che con toni sgarbati ha etichettato tutti i giocatori in protesta.

Le considerazioni sono molteplici, come molteplici gli interrogativi da porsi.

L’elettorato americano ha fatto una scelta ben precisa preferendo Trump alla sfidante democratica Clinton. Il percorso fatto da Barack Obama negli otto anni precedenti è stato così stravolto. Se da una parte il primo Presidente di colore ha dato voce agli ultimi garantendo un minimo di assistenza sanitaria e non solo garantendo anche un minimo di trasparenza sui fondi finanziari, dall’altro ci sarebbe stato da chiedersi cosa ha fatto pendere la bilancia verso un tipo eclettico, detestato da nove persone su dieci: Il suo appeal? I suoi danari? Il pericolo di una guerra imminente?

Trump a prescindere aveva già vinto. Una stupenda azione di marketing fatta grazie anche alle diverse antipatie diffuse tra tutte le celebrità di Hollywood che hanno giocato a favore dell’attuale Presidente, il quarantacinquesimo nella storia della nazione.

La protesta attuale, seppur legittima e condivisibile, potrebbe sortire nuovamente l’effetto boomerang. Una probabile considerazione nei confronti di una nazione che vive perennemente in contraddizione.

Mirko Cervelli

ph dal web 

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