Elettronoir - SUZU

Elettronoir - SUZU

"... nell’Iran degli anni 50/60/70 ci si poteva laureare in medicina ed esprimere la propria femminilità... oggi ho due scelte: o indosso un burqa o imbraccio un kalashnikov e difendo la libertà che vorrei per me ed i miei figli"

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"Il disco è un concept. La narrazione è incentrata sull’umanità ai tempi della disumanizzazione. Esperienze estreme nel Far West che oggi coincide col Medioriente martoriato dall’occidente, attraverso storie di personaggi silenziosi ed anonimi dal forte impatto emotivo. Tutto questo sintetizzato sotto la sigla (e l’immagine di copertina) SUZU: lo spot che meglio di altro racconta la degenerazione che stiamo vivendo in questo tempo. E’ il tema e la trama, indipendente da noi, che assalgono la nostra attenzione. E quindi cattura tutti, ci magnetizza, e dobbiamo solo trovare la miglior forma per proporla."

Questa è la definizione che gli Elettronoir danno della loro ultima fatica, nell'intervista che hanno gentilmente accettato di concedere alla nostra testata, nella quale spaziano dall'arte fino alla politica e all'attualità.

Abbiamo provato, attraverso dieci domande, a capire l'essenza del loro lavoro, ma soprattutto delle persone e delle idee che stanno alle spalle di otto pezzi nati per fare riflettere, prima che per emozionare. Un album dal filo conduttore che diventa sempre più chiaro ad ogni ascolto e che in qualche modo è stato anticipato dai due video che hanno scelto per precedere l'uscita dell'album: "Resonance" e "Postalmarket".


Buongiorno a tutti, ragazzi e grazie per averci concesso l’intervista.

Grazie a Voi per ospitarci, felici di essere qui.

Il mercato italiano della musica è sprofondato in una crisi senza precedenti, nonostante qualche timido segnale di ripresa ed il pubblico che sembra voler rivolgere l’attenzione solo oltreoceano o in Inghilterra. Secondo voi, la soluzione potrebbe essere riposta nel ritorno massiccio al cantautorato nella nostra lingua madre o semplicemente il mercato globale preferisce l’inglese e non c’è soluzione?

La soluzione crediamo sia avere idee e riuscire a produrle. Noi siamo fortemente convinti che la lingua, in generale, non solo quella italiana, non sia un impedimento, se esprime emozioni. Prendi per esempio il caso di De Andrè in Crêuza de ma. “Una delle dieci pietre miliari della musica internazionale degli anni 80”, lo definì David Byrne, cantato in un genovese del ‘40, o a GianMaria Testa, citato da Izzo nei suoi romanzi, che suonava in Francia ed in Germania in teatri da migliaia di persone, o ancora Enzo Avitabile, apprezzato in tutto il mondo tanto che Jonathan Demme (il regista de “Il silenzio degli innocenti” e “Philadelphia” fra tutti) volle rendergli omaggio girando un film documentario sulla sua vita.

Il problema è che chi dovrebbe riconoscere “gli apici” e gestire la diffusione della musica, in maniera seria ed appropriata, latita e non ha la fantasia necessaria per re-inventare i metodi di vendita in un mercato che non è più quello degli anni che furono. Conosci Pier Alberto Valli? O Sara Ardizzoni? Talenti puri, umili, bravi, di cui si parla troppo poco. Eppure loro fanno cose davvero belle, e pure fra mille difficoltà provano a suonare in giro. Insomma, c’è una serie di “nodi”, problemi culturali, che determinano la crisi che stiamo vivendo.

A tale proposito, come vedete la situazione della scena musicale romana?

E’ viva, vivace, ma dispersiva e poco organizzata. Pochi spazi “degni” e troppi invece autoreferenziali, gestiti male. Gli spazi culturali sono sempre di meno e quelli che ci sono troppo scollegati. Non c’è più il circuito dei centri sociali, il circuito dei club, il circuito dei circoli live, laddove per “circuito” non intendo solo un insieme di location ma un corpo unitario che fa massa. Notiamo poche fessure concesse a chi vuole proporre la propria esperienza artistica. Pochi spazi di aggregazione dove far esplodere fantasie ed esperienze. Se vengono negati i luoghi di scambio ed incontro, l’arte, non solo la musica, rischia di venire dimenticata.

Noi ci siamo formati, siamo nati, al Cinema Astra Occupato di Viale Jonio, a Montesacro. Ci siamo aggregati lì e lì facevamo prove, video e live. Ascoltavamo concerti di altri e conoscevamo gente che sperimentava in diverse situazioni. Era il 2005 e noi proponevamo canzoni senza chitarre e batteria acustica, su basi elettroniche per proporre la nostra idea di cantautorato e new wave.

Una Electribe 2 della Korg per ritmiche minimal, un pianoforte elettrico ed un basso fuzz…Le sale immense dove un tempo venivano proiettati i cartoon della mia infanzia, erano diventate il crocevia di incontri, condivisioni. Era possibile sperimentare su echi infiniti di sale vuote che ti spingevano naturalmente ad osare nuove vie.

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A luglio è uscito il primo video di promozione dell’album: il video “Resonance”, seguito da “Postal Market”. C’è un motivo particolare dietro alla scelta di queste due canzoni?

Sì. Sono i due poli del disco. "Resonance" mostra il dualismo delle esistenze in base al luogo: mentre io qui mi “sparo” il selfie da postare sui social, un cecchino “lì” prende la mira e spara un proiettile contro un bersaglio umano: dualismi osceni a confronto istantaneo. "Postalmarket" invece fa la stessa analisi ma dal punto di vista temporale. Mentre mia nonna nell’Iran degli anni 50/60/ed i primi 70 si poteva laureare in medicina, acquistare abiti e scarpe per corrispondenza ed esprimere libera la propria femminilità, io oggi, sua nipote, ho due scelte: o indosso un burqa (con tutto quello che significa) o imbraccio un kalashnikov e difendo da me la libertà che vorrei per me ed i miei figli. Due facce della stessa medaglia: il nord ed il sud dei ritratti proposti nel disco.

Mi ha incuriosito molto il titolo della settima traccia: “La Dedica”. E’ solamente un richiamo al testo della canzone o quando è stato scelto stavate pensando a qualcuno?

Digita su google “Asia Ramazan Antar”. Visualizzi una soldatessa YPG. Nello scatto rubato, quello con il ciuffo di capelli mosso dal vento che le sfiora il viso, sembra una diva sul set di un film. Ma è dentro una divisa polverosa ed imbraccia un mitra pronto a fare fuoco. I giornali inglesi e statunitensi la ribattezzarono l’Angelina Jolie kurda. Bellissima, senza dubbio, ma lei stava combattendo contro l’ISIS. Non era una posa, la sua, per farsi “ammirare”. Quando fu uccisa da un attacco vigliacco del califfato nero, ci venne voglia di ricordarla come fosse stata davvero una grande diva e di partire da quella foto, una cartolina senza dedica, per un sorriso accennato senza l’ombra di alcun rossetto. Una bellezza profonda e concreta che sembrava lanciare un monito: “ricordami domani”...E noi non potevamo far altro che obbedirle…”La dedica” è lei, è sua.

Avete mai attraversato un momento di vuoto creativo in cui avete pensato di smettere?

Vuoto creativo mai. Pensato di smettere, da autoproduzione, dopo l’ennesima dipartita di membri storici ed importanti per il progetto, sì. Emotivamente eravamo provati dopo il disco precedente. Tutti lo trovavano interessante, ma non riuscivamo a suonarlo quanto volevamo e man mano perdevamo pezzi. Poche risorse, tanto sbattimento e nessuno era soddisfatto della situazione. Un vicolo cieco. Buio totale. Quindi pensare di fermarci fu inevitabile…Ma poi ti arrivano mail, messaggi, inviti ecc ecc e capisci che quei pochi ti pretendono, vogliono ancora altre storie tue, altre visioni, altri immaginari. Te li chiedono…ce li hanno chiesti. E allora via di nuovo, a rincorrere la vita in suoni e riflessi. Tanta fatica, mai inutile però.

Non posso fare i nomi, ma artisti amici degli ELETTRONOIR ci hanno davvero spronato a non mollare. E possiamo solo dire grazie a tutti.

I reality show musicali ormai hanno inglobato anche i gruppi, che in qualche modo sono la categoria più eterogenea della scena musicale. Pensate che questo possa portare ad una progressiva spersonalizzazione?

Non necessariamente. In quei contesti la musica è spersonalizzata a monte: sia che tu sia un interprete singolo che un gruppo. Si sale sul palco per un karaoke di due minuti scarsi, 20 telecamere puntate addosso, e gente disposta ad impazzire per te…penso che ciò dica già tutto sul ruolo secondario della musica no?! Sono spettacoli dove il suono è accessorio. E’ qui secondo noi la spersonalizzazione: canto una cosa di altri, straconosciuta, riarrangiata da squadre di musicisti, in prima serata, per una durata breve, altrimenti la gente si annoia, la tensione cala, si cambia canale, gli sponsor scappano…La musica è invece sinonimo di personalità e risiede quindi altrove.

Per esempio, nasce da esperienze intime e circoscritte, come nelle cantine. Hai visto la ripresa galeotta di School dei Nirvana con un Cobain 18enne che cantava davanti al muro della loro cantina sala prove? Lì, su quella parete umida, come su ogni parete umida, in qualunque parte del mondo, ogni volta che un ragazzino strilla in un microfono una frase scritta di suo pugno, lì e solo lì, si ha la possibilità di reinventare e di rinnovare la musica con la propria personalità. Questo è l’unico passaggio necessario per poi proporla “fuori”. Il talent è una scorciatoia infernale a doppio taglio, pieno di troppi interessi “altri”.

Parliamo dei dischi… ormai la musica viene distribuita maggiormente in digitale, rispetto al supporto fisico. Qual è il vostro pensiero al riguardo? Siete nostalgici del vinile?

Dipende dalle generazioni e dai sentimenti di chi ti segue. Volevamo pubblicare questo disco in digitale ed in vinile, senza i cd. Ma avendo un seguito trasversale, siamo stati costretti a stamparne. Il vinile lo adoriamo, è affascinante. Il profumo, l’estetica, il fatto che devi ascoltare e fermarti a fare solo quello, concedendogli il giusto tempo. Leggere e vedere copertine ed interni da scoprire in formati diversi che il cd non può concedere…Sì, è un mondo tramandato che amiamo molto e si rinnova di ascolto in ascolto. Va oltre il semplice “percepire la musica”.

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Il filo conduttore dell’album sono i suoni della guerra ed in qualche modo trapela un certo pessimismo nei testi. Questo rappresenta il vostro pensiero sul futuro?

E’ la foto del presente. Quello che tu chiami pessimismo sul futuro è, purtroppo, la realtà dell’ora e qui. E’ vero, concreto, c’è, è successo e purtroppo andrà avanti. Non è un giudizio di prospettiva, un sentire personale o una previsione soggettiva, un parere. Abbiamo raccontato storie vere. Se il mood è la guerra è perché pochi uomini potenti hanno scelto il conflitto per schiacciare masse più deboli. A noi spetta il compito di raccontare queste dinamiche e dargli al ribalta più ampia possibile.

Il primo brano del disco s’intitola “Divisione Satie”. E’ la storia del pianista del campo profughi di Yamourk, quello che portava il pianoforte in giro, sul carretto della frutta dello zio, per suonare dopo i bombardamenti, fra le macerie, e restituire umanità alla sciagura, alla distruzione. Cos’è se non musica ambientale, un neo Satie all’ennesima potenza, contemporaneo, senza mantello, senza fascinazioni bohemien, senza Parigi.

Avrei una domanda di attualità, se non vi dispiace. Sembra che dopo un secolo dove si è fatto di tutto per unire e globalizzare, il mondo cerchi nuovamente divisioni. Sto pensando alla Catalogna, ma pure al nostro paese, con il referendum per l’autonomia in Lombardia. Qual è la vostra posizione a riguardo?

E’ vero quello che dici, tira una brutta aria. Almeno nelle migliori intenzioni, il ‘900 è un secolo che verrà ricordato per l’unione delle masse, fra esperienze e contrapposizioni di blocchi opposti.

Oggi i tentativi di divisione, denotano una crisi profonda della partecipazione di ogni individuo, del confronto, della solidarietà, dell’uomo come animale sociale, nella curiosità nel voler conoscere l’altro, per il grande ritorno all’individualità, al concetto del singolo, per paure ed incapacità di reagire, a ritroso, all’innata condizione di solitudine personale. Siamo sempre più isolati con l’istinto e la smania di difenderci da un nemico inesistente, ipotetico o poco più che reale. Ed è più facile, immediato, rincorrere una “divisione”, che conoscere, approfondire, mettersi in discussione. Tutto si sta pericolosamente sclerotizzando.

Facendo tesoro dell’opera di Gaber, diciamo che dovremmo vivere più fuori casa, dovremmo tornare a vivere la strada, senza nascondere debolezze o frustrazioni. Mostrandoci. Siamo tutti deboli e nascosti. In fondo ne siamo coscienti, ma da soli lo siamo di più. Siamo fragili, “sull’orlo costante di una crisi di nervi”. I neofascisti, i neonazisti, regioni che chiedono indipendenza, sono solo proiezioni sociali di disagi individuali, amplificazioni sulla massa che diventano pretesti sui quali far leva e creare terrore e pericoli creati ad hoc da chi alimenta tensioni per fare affari.

Tu parli di Lombardia e Catalogna, ma leggi sul blog dei Wu-Ming che casino succede a Trieste da decenni per la storia del porto “porto franco” e che divisioni e tensioni sedimentano in nome del profitto. Se non avessimo rinunciato alla sensibilità ed all’intelligenza collettiva, quella pensata “in grande”, oggi gente come Salvini sarebbe solo un antipatico tizio ignorante da evitare il più possibile nel bar sotto casa.

Torniamo a voi. Il debutto di “Suzu” sul mercato, alla fine di ottobre, è ormai imminente. Cosa avete in agenda dopo quella data?

Abbiamo intenzione di portare in giro queste storie in ogni modo possibile.

Quindi da gennaio 2018 ci piacerebbe cominciare una serie di concerti un po’ ovunque. Questo è sicuramente il prossimo obiettivo, raccontare SUZU e confrontare questa visione sugli occhi di chi sceglierà di seguirci.

Grazie ancora ed in bocca al lupo per il disco!

Grazie a te e W Il Lupo!

Matteo Tencaioli

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