Emanuele Bilotta

Emanuele Bilotta

Fosse per me, metterei in scena dieci spettacoli al mese, ma è una corsa contro il tempo insostenibile. Quindi lascio un po’ che siano le idee a decidere

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È andato in scena al Teatro Trastevere di Roma “Astor, l'Assassino del Tango”, uno spettacolo dedicato alla figura di Astor Piazzolla con Alberto Bricchetto e Maria Claudia Pesapane.

Il testo e la regia sono di Emanuele Bilotta, giovane ed eclettico regista che il nostro magazine ha il piacere di ospitare.

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Ciao Emanuele, benvenuto su Unfolding Roma e grazie per aver accettato l’intervista. Cominciamo dall’inizio: quando hai mosso i primi passi nel mondo della regia?

Da bambino sognavo di fare l’attore, poi una mattina capitai sul set di “Un prete tra noi”, per incontrare Massimo D’Apporto. Quando gli dissi delle mie aspirazioni mi rispose “No, non penso farai l’attore, hai la faccia da regista.” Potrei dire che è iniziata lì. Il mio percorso è abbastanza disordinato, ho avuto un primo approccio con il “teatro serio” quando avevo quindici anni, incrociando sulla mia strada Augusto Zucchi, poi per tanti anni mi sono dedicato alla musica, sperimentando in vari generi ed essendo un po’ il regista di me stesso. Diciamo che ho iniziato a coprire questo ruolo, nella forma tradizionale che si conosce, da quattro anni, periodo in cui ho incontrato insegnanti favolosi come Claudio Pierantoni e Paolo Perelli. E mi sono lasciato ubriacare da molti altri maestri, da Artoud a Carmelo Bene, passando per Ferssen e Stanislavskij.

Con che criterio scegli cosa portare in scena? Hai una linea precisa o decidi di volta in volta? 

Non credo di essere mai riuscito a seguire una linea precisa nella vita, quando ci ho provato ho fatto dei grandi casini. Solitamente mi lascio prendere dall’emozione del momento. Gli attori con cui lavoro più di frequente sono abituati a ricevere continue proposte e idee, di cui forse un decimo si concretizzano. Fosse per me, metterei in scena dieci spettacoli al mese, ma è una corsa contro il tempo insostenibile. Quindi lascio un po’ che siano le idee a decidere. Quelle che arrivano al momento giusto, sono quelle che hanno più possibilità di prendere forma. Ma le altre restano lì, accumulo materiale per le prossime vite.

In che modo imposti il lavoro con gli attori? Preferisci partire da una loro improvvisazione o sei tu a guidarli nella ricerca del personaggio?

Ogni spettacolo ha il suo personale percorso. Solitamente parto da un’idea, da un obiettivo da raggiungere. Poi nasce necessariamente uno scambio con gli attori. Non credo molto alla figura dell’attore burattino a disposizione del regista. Considero questo percorso limitante. Mi piace che l’idea che ho di un dato personaggio esca solo dopo che l’attore, che dovrà interpretarlo, l’abbia fatta propria, l’abbia incorporata al suo modo di essere. Quello che nasce è l’unione di più energie creative che risulta molto potente. Questo tipo di lavoro prevede un grande rapporto di fiducia tra me e l’attore, ma ciò che più mi interessa, nella costruzione di uno spettacolo, è la sperimentazione e la ricerca. Il mio lavoro finisce quando lo spettacolo prende vita per la prima volta, le repliche successive mi interessano meno.

Ci sono attori con cui prediligi lavorare? Se sì perché?

Amo gli attori poco accademici, quelli che non hanno molte sovrastrutture preconcette da abbattere. Non amo gli attori abituati a “preservarsi”, abituati ad utilizzare la tecnica come sostituta del sangue e del sudore da buttare in scena. Penso che la tecnica sia necessaria, ma non possa rappresentare il tutto. Amo gli attori “maledetti”, quelli difficili da gestire, quelli con cui stare un pomeriggio a parlare di una scena, a soffermarsi su ogni minima emozione del personaggio, anche la più remota e impercettibile. Amo le prove lunghe e penso che la preparazione di uno spettacolo debba essere sempre un percorso di vita. Provo sulla mia pelle ogni emozione che decido di portare in scena e pretendo dai miei attori la stessa cosa. I salariati dello spettacolo (o coloro che sperano di esserlo), quelli che passano ore a lamentarsi di come il teatro sia in crisi, a pretendere che il loro lavoro sia riconosciuto solo per aver frequentato l’accademia “x” o il workshop “y” senza poi dimostrare nulla, non mi interessano. Come non mi interessano gli attori dai mille books e dai mille “#” a commento di una foto. Diciamo che non amo “l’attore social”.  

L’anno scorso hai portato in scena "Incubo di una notte di mezza estate - ovvero Radiocronaca di una tortura" ispirato ai fatti avvenuti a Genova durante il G8 del 2001. Come mai questa scelta?

Nel 2015 ho organizzato un laboratorio sulla ricerca della verità a teatro. All’interno di questo percorso, portato avanti con ragazzi alla loro prima esperienza teatrale, ho sentito la necessità di mettere in scena un tema che avesse bisogno di verità. Ritengo l’esperienza di Genova una delle più brutte pagine della storia di questo paese. Vedere come, a distanza di anni, molti ancora si pronuncino in difesa dello Stato, porta alla luce una forte difficoltà nel capire da soli quale sia il bene e quale sia il male, accettando in maniera cieca ciò che le istituzioni sciorinano. Da qui la scelta di narrare i fatti, dando voce a tutti, per far scoprire allo spettatore ciò che accadde quella notte e le bugie dette a difesa di tali azioni, che sono emerse nei processi negli anni a seguire. Ho scelto una narrazione neutra, priva di qualsiasi teatralità, che si modificava un po' ogni sera a seconda dell'interazione che si creava tra attori e spettatori. La scenografia era completamente annullata, e le luci assenti, erano presenti solo delle torce, manovrate dagli stessi attori. Non è stato un percorso facile; molte volte le prove hanno rischiato di finire in rissa, ma le reazioni di chi ha preso parte allo spettacolo mi hanno confermato la necessità di una verità raccontata senza filtri. Gli attori in scena non hanno narrato i fatti delle scuole Diaz, ma li hanno vissuti ogni sera.  

Quest’anno è stata approvata in Parlamento una legge contro la tortura, cosa ne pensi?

Trovo un paradosso già il fatto che servano leggi che “controllino il controllore”, che chi decide di dedicare la vita a “tutelare l’ordine” abbia bisogno della minaccia di una pena per capire che la violenza non è mai legittima. La legge sulla tortura, per la cui approvazione ci sono voluti anni, ha visto modifiche continue e ancora oggi risulta incompleta, imprecisa, dispersiva. La considero un contentino su un argomento che le istituzioni non hanno mai affrontato volentieri. Penso che, aldilà di fatti eclatanti come quello di Genova, le torture avvengano ogni giorno contro i soggetti più deboli: in carcere, durante le manifestazioni, nei controlli di frontiera, nelle caserme. Avvengono contro persone che non denunciano per paura.  

Per lo spettacolo “Spettinata” invece hai creato una sceneggiatura che è frutto dello studio di "Monologhi della Vagina" e "Psicosi delle 4 e 48", a quali parti di ciascun testo ti sei ispirato maggiormente?

L’idea di base in Spettinata era quella di rappresentare la donna nei suoi molteplici aspetti. La scelta di un cast ampio, dieci donne ed un uomo, e il bisogno di coralità di voci e di pensieri sono stati dettati dalla voglia di scoprire i lati nascosti del mondo femminile. Mentre loro studiavano il personaggio, io studiavo le loro reazioni. Ne “I Monologhi della Vagina”, Eve Ensler è stata brava a dar voce ad ogni tipo di donna, cogliendola nella sua intimità più nascosta. In “Psicosi delle 4 e 48”, Sarah Kane ha dato spazio alle sue voci interiori di donna sola. L’unione dei due mondi è proprio qui: nel confronto tra la moltitudine di voci di donne che si uniscono e la voce che è costretta ad urlare in solitudine. Il cast si è immolato per vivere le sofferenze di ogni donna, elevandole ad opere d’arte. Un percorso formativo che abbiamo voluto documentare con una serie di video backstage visionabili su youtube.

Oggi la violenza sulle donne è un tema ancora tragicamente attuale. A tuo avviso come bisognerebbe agire per fare prevenzione?

Intanto bisognerebbe smettere di parlare di violenza sulle donne. Bisognerebbe parlare di violenza, di forti e deboli, di libera accettazione dell’altro. Non penso che esista qualcuno cosciente del male che fa, ognuno trova nelle proprie azioni una giustificazione, dettata da un’infanzia difficile, da problemi non curati, da incapacità di affrontare la vita. Dire a un uomo che violenta o picchia una donna “sei un mostro, fai schifo” non porta a risolvere il problema, solo a dirottare la rabbia verso un soggetto preciso. Bisognerebbe che le donne crescessero coscienti che non devono dimostrare niente a nessuno, che il loro punto debole è il sentirsi sempre in concorrenza con il mondo, in particolare con le altre donne. Bisognerebbe insegnare alle donne che sono lo spirito motrice di questo mondo. Che sono portatrici di valori più alti di quelli che mostrano. La violenza su una donna è grave quanto la violenza di un capo sul suo sottoposto, la violenza dell’istituzione contro il singolo cittadino, la violenza del branco che si fa forte sulla pecora rimasta sola. Mi fa male vedere sui social donne che commentano con cattiveria le violenze subite da altre donne. E penso che le manifestazioni, i fiocchi neri e le quote rosa, i tanti discorsi su cosa rappresenti violenza e cosa no portino solo ad allontanarsi dal vero problema. Bisognerebbe educare, fin da piccole, le persone al bello, alla voglia di stupirsi, al bisogno di poesia, a prendersi il tempo che serve ad essere felici. La violenza è solo l’atto finale di un percorso, non si può partire da lì per risolvere il problema.

Hai debuttato in questi giorni al teatro Trastevere con la pièce "Astor - L'Assassino del Tango" ispirato alla vita e alla produzione musicale di Astor Piazzolla. Cosa puoi dirci di questo personaggio?

Conoscere la figura di Astor Piazzolla è stato per me importante, quanto casuale. Il Tango era sempre stato un genere che mi aveva affascinato, ma a cui non mi ero mai avvicinato. Conoscere il percorso intrapreso da questo musicista che ha trasformato un genere di canzonette ballate dai migranti nei postriboli di Buenos Aires, rendendolo una musica applaudita in tutti i teatri mondiali, mi ha incantato e ho ritenuto necessario raccontare questa bella storia. La forza con cui ha combattuto contro le accuse che gli venivano mosse dai puristi del genere: di essere “l’assassino del Tango”, la passione nascosta in ogni piega della sua vita, il forte rapporto con il padre, i sensi di colpa verso la moglie e le sue mille passioni mi hanno presentato un personaggio interessante. Viviamo un’epoca in cui c’è bisogno di esempi da seguire e Piazzolla incarna il vero rivoluzionario, quello senza armi, che, imbracciando il suo bandoneon, alla fine vince, compiendo una rivoluzione che rimarrà nella storia. 

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L’ultima notte di Piazzolla viene rappresentata tramite un dialogo con la personificazione della Musica. Che tipo di rapporto hanno i due?

Più che un dialogo, è un lungo monologo, interpretato da Alberto Brichetto, in cui Astor ripercorre i viaggi emotivi che lo hanno accompagnato nella vita. Musica, interpretata da Maria Claudia Pesapane, è lì, presenza silenziosa che lo accompagna in ogni azione, pronta a essere amante passionale, madre consolatrice e confidente silenziosa, fino a farsi voce delle mille voci che urlano contro Astor e diventargli nemica. Non può esistere Astor senza musica, un cordone ombelicale invisibile unisce i due per tutto il corso dello spettacolo, fino al viaggio finale, quello in cui Musica accompagna Astor verso la sua ultima ora, lasciando il palco a migliaia di piedi che nel corso degli anni continuano a ballarlo. È il racconto di un artista e della sua passione forte e totalizzante. Con la storia di Astor Piazzolla, lo spettacolo vuole essere uno stimolo per tutti coloro che ogni giorno combattono per raggiungere un obiettivo, qualunque esso sia. 

E per finire una domanda di attualità. Trump ha spostato l’Ambasciata Americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. L’ONU ha condannato questo gesto. Quali pensi saranno le conseguenze nel prossimo futuro?

Non mi interessa dare pareri sul conflitto tra Israele e Palestina, né sull’operato di Trump e degli altri capi di Stato. Penso che ogni cosa che accade è frutto delle nostre scelte. L’essere umano continua a credere nei concetti di “democrazia” e di “capitalismo” pur vivendo sulla propria pelle i segni di come entrambi abbiano fallito totalmente. Tra Gesù e Barabba la gente continua a scegliere Barabba, per poi riempirsi la bocca con un Gesù revisionato e personalizzato a proprio comodo. Se a capo delle società ci fossero più Pepe Mujica e meno Donald Trump vivremmo in un mondo migliore. Ma il secondo ha i soldi, il primo non li vuole e sono proprio loro a muovere il sistema democratico. Lo schiavo non sogna di essere libero, ma di somigliare al proprio padrone... 

Prossimi progetti? In cosa ti vedremo impegnato?

A febbraio debutterò al teatro comunale Maurizio Fiorani di Canale Monterano con “Notturno – Scandaloso D’Annunzio”, tratto dall’opera che il poeta scrisse in un periodo della sua vita in cui fu costretto alla cecità. La struttura è simile ad Astor, poiché il progetto si inserisce in un percorso unico e affine. Due attori in scena, da una parte Alberto Brichetto nei panni di Gabriele D’Annunzio, dall’altra Ludovica Resta nei panni dell’alter ego del poeta, che diviene multiforme, in base alle emozioni che si susseguono. Il processo creativo, che è iniziato con le stesse modalità di Astor, ma sta prendendo direzioni diametralmente opposte, è reso affascinante anche dal lavoro fatto con Brichetto, il quale reciterà bendato per tutto lo spettacolo. Superare i punti di riferimento sensoriali a cui solitamente ci appoggiamo ci sta dando la possibilità di percorrere strade che, all’inizio del lavoro, non avremmo nemmeno immaginato. A marzo, invece, debutterò con “Jacques, il servo fatalista” ad Essenza Teatro a Dragoncello. È un'opera tratta dal romanzo di Diderot, il quale, attraverso una forte meta-teatralità e molta filosofia, porta lo spettatore a cogliere il senso del “destino”.

Adriana Fenzi

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