Dario Aggioli

All’interno delle regole tutto può accadere e nulla è imprevedibile

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Dall' 1 al 4 febbraio andrà in scena al Teatro Trastevere Sono tutti mio cugino, a cura dell’Associazione Quinta Parete/Teatro Forsennato. Lo spettacolo nasce da un’idea di Dario Aggioli ed Enrico Lombardi ed è diretto dallo stesso Dario. 

Uno spettacolo che parla di condivisione, una parola a cui non viene dato il significato che oggi i social ci impongono, ma è intesa come condivisione di un’esigenza, di un desiderio, di un oggetto. Il focus dello spettacolo gira difatti intorno ad una cabina telefonica. Oggetto di condivisione di un intero paese.

Dario benvenuto su Unfolding Roma.

Ciò che ha destato la mia attenzione, è questo senso di appartenenza, di “cuginanza” in un periodo in cui persino all’interno delle propria famiglia non si è sempre al sicuro. Anche se con leggerezza, è un richiamo al senso della famiglia lo spettacolo?

Non cerchiamo il senso della famiglia, ma cerchiamo di richiamare il senso di vicinanza che muoveva questo Paese, questa popolazione. Un Paese che era una famiglia.

Cerchiamo di spiegare come il vivere assieme non è più un vivere “insieme“ all’altro, aiutandosi, ma si vive con diffidenza e paura e con la voglia di rimanere “proprietari” di ciò che si ha, senza condividerlo. La condivisione prima era un elemento delle nostre vite, che ci univa ai nostri vicini, ora la condivisione a volte è addirittura il far vivere a distanza qualcosa di mio che tuo non sarà mai... non si vive più nella sicurezza che l’altro è pronto a porgerti la mano, ma nella paura che porgendola tu, il vicino ti sfili l’orologio. Ma andando avanti si scopre che è solo una paura, se aprissimo le porte delle nostre case, tutto sarebbe diverso.

Il testo prende spunto dalla Festa dell’Agricoltura di Corneto, ma come è stato sviluppato e quanto tempo ci è voluto per realizzarlo?

Il testo (che testo non è) prende spunto dal paese di Corneto, in cui ha vissuto la famiglia di Enrico, l’attore e coautore, che era un punto di riferimento per il piccolo centro, perché era una famiglia molto numerosa, il capofamiglia era una persona buona e affidabile e perché era l’unica famiglia ad avere il telefono in casa.

Lo abbiamo sviluppato perciò partendo dai ricordi, abbiamo raccolto le testimonianze e poi in 3 sessioni di prove di alcuni giorni l’una a distanza di tempo l’una dall’altra, lo spettacolo è venuto fuori.

Scrivere a quattro mani, con Enrico Lombardi in questo caso: sono più gli “scontri” o le volte in cui uno riesce ad essere illuminante per l’altro?

Per la verità abbiamo scritto poco, anche perché è solo un canovaccio, Enrico ha messo i suoi ricordi e quelli della sua famiglia e io ho messo insieme i pezzi. La storia era lì come i pezzi di un puzzle e noi siamo stati due amici che si sono divertiti a riunirlo assieme. È la storia che ha illuminato il nostro cammino.

A volte il pezzo è nel posto sbagliato, a volte non trovi come farlo combaciare con uno che ti sembra proprio adatto... giri e rigiri il pezzo e poi trovi l’incastro giusto.

Un ruolo fondamentale in Sono tutti mio cugino, lo ha una vecchia cabina telefonica. Un paradosso per l’era tecnologica in cui viviamo. Che rapporto hai tu con la tecnologia?

Io sono un Apple dipendente, sto scrivendo su un iPad, connesso tramite il mio iPhone, dal retro di un palco in un teatrino della provincia viterbese. Ma noi nello spettacolo, non usiamo la cabina per parlare male della tecnologia o rapportare la tecnologia al passato. Non è la tecnologia che ci allontana dalle origini, ma l’uso che se ne fa che può avvicinarci o allontanarci dal vicino, dal familiare, dal fruttivendolo sotto casa.

Il pubblico diventa protagonista a tutti gli effetti. Hai sempre trovato persone disposte a mettersi in gioco ed improvvisarsi attori?

Nei miei spettacoli il pubblico è sempre presente, ma mai gli è richiesto di essere attori. Qui le persone risponderanno alle chiamate che riceveranno dai loro stessi amici, e lo faranno nella privacy della cabina telefonica. Ma basta venire per capire come accadrà...

Ogni replica è una storia nuova avendo una platea sempre diversa. C’è mai stato un imprevisto per il quale l’improvvisazione è diventata un'ancora?

Onestamente non so cosa possa essere un imprevisto a teatro. Il teatro è un gioco, che ha delle regole, seguendo le regole possono esserci delle situazioni di gioco più o meno difficili, ma all’interno delle regole tutto può accadere e nulla è imprevedibile.

Improvvisare è, secondo me, più difficile che interpretare un testo. Tra le due forme teatrali quale rispecchia maggiormente il tuo essere?

Io non posso fare veramente raffronti, non uso il testo, in 20 anni di teatro ne ho scritto solamente uno, ma non mi è sembrato tanto diverso. Il testo ha la difficoltà in più di ricordarsi le battute scritte, ma se uno conosce il proprio corpo ed è attento a cosa il proprio corpo deve raccontare la presenza o l’assenza del testo non influiscono. Come seguo il testo, seguo un canovaccio, il lavoro non cambia.

Vuoi approfittare di questo spazio per raccontarci qualcosa su questo spettacolo che non ti è stato ancora chiesto?

Voglio ricordare che lo spettacolo è una collaborazione con un’altra realtà, non romana. Questo spettacolo è frutto della collaborazione di due compagnie Associazione Quinta Parete di Sassuolo e Teatro Forsennato di Roma. Due realtà diverse che si sono confrontate e hanno dato vita a qualcosa insieme. Due compagnie che si sono avvicinate di più di quanto non lo fossero prima, per aver lavorato, riso e giocato insieme.

Sara Grillo 

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