Adriano Di Benedetto

Adriano Di Benedetto

Proprio perché si ama l’aspetto popolare delle tradizioni, ciò non va in contraddizione con l’affermazione di una certa romanità ormai dimenticata o, peggio ancora, macchiata solo di volgarità.

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Oggi abbiamo il piacere di incontrare Adriano Di Benedetto a poco più di due mesi dall’uscita del suo primo album “L’amore, la lotta e il soffio del vento”. Sarà l’occasione per tracciare un primo bilancio e per conoscere meglio l’anima di questo progetto.

La tua passione per il canto e la musica è davvero molto variegata: per chi non conoscesse ancora la tua storia, da dove nasce il tuo percorso artistico?

Passione sicuramente congenita vista la presenza, in casa, di mio padre al pianoforte: già da bambino ho potuto intraprendere uno studio classico dello strumento; crescendo mi sono appassionato alla chitarra e all’armonica a bocca, probabilmente spinto dall’idealizzazione della controcultura americana ed europea e dei cantautori nostrani; in questi ultimi anni invece sono entrati nella mia vita fisarmonica e mandolino. Il mio percorso artistico, nello specifico quello riguardante lo scrivere canzoni, nasce un po’ per gioco (inizialmente con un amico a me caro) e un po’ per esigenza, come spesso accade. Nasce infatti in età adolescenziale, nel periodo in cui prendono vita le prime forme di coscienza personale: politica e affettiva.

Sei un ragazzo giovane e sappiamo come spesso sia molto difficile intraprendere un percorso artistico senza incontrare grandi perplessità, soprattutto se si intende fare dell’arte una professione: nel tuo caso ha incontrato più diffidenza da parte di chi ti sta vicino o ne hai ricavato un grande slancio?

Partendo dal presupposto che ritengo fondamentale alimentare nella propria vita una qualsiasi forma d’arte, devo dire che ho avuto la fortuna di non essere mai castrato, in questo. Nello specifico, ne “L’Amore, la Lotta e il Soffio del Vento” mi ha particolarmente stupito l’entusiasmo e l’apprezzamento dei miei produttori Paolo e Pietro Micioni e Massimo Zuccaroli, a cui devo molto, e ancor di più l’affetto, artistico e personale, di Alberto Laurenti. Quest’ultimo, ha sicuramente contribuito con un’ulteriore spinta all’aspetto motivazionale.

“L’amore, la lotta e il soffio del vento” tocca diversi temi che ognuno di noi si trova a dover affrontare nella vita d’ogni giorno: quanto c’è di autobiografico in questo album?

Lo è quasi interamente; spesso ciò che potrebbe non apparire tale, in realtà, contiene elementi autobiografici assai rilevanti. Ad ogni modo è un progetto che gode di una particolare limpidezza: non c’è niente di forzato, dalla politica all’amore.

Si tratta del tuo primo album ed è uscito da circa due mesi: quali sono i riscontri che hai avuto in questi primi mesi con il tuo pubblico? Se dovessi scegliere una traccia da mettere in copertina come simbolo di questo lavoro, su quale ricadrebbe la tua scelta?

Nel presente storico in cui ci troviamo credo sia una strada erta e faticosa da percorrere, quella di chi si immerge in un progetto di ricerca, di musica e concetti non necessariamente ordinari. E ciò vale per qualunque forma d’arte, visto quanto sia considerata in Italia. Tuttavia, i primi riscontri sono stati decisamente positivi. Il mio lavoro originario di testi e musiche è stato confezionato da un arrangiamento sublime di Laurenti: tutto ciò si è notato, per fortuna. Di brani rappresentativi ce ne sarebbero diversi, proprio a conferma del fatto che mi appartengono in maniera filiale: ristringo il campo a Baci al Sale e Fenomenologia dell’amore.

Spesso la musica si collega ad altre forme d’arte e ne completa il senso: da quali altre espressioni artistiche trai ispirazione per i tuoi testi e le tue musiche?

Tra tutte, sicuramente poesia, letteratura e filosofia. Devo molto a Sartre, Camus, Pasolini… e Snoopy.

La tua musica è spesso ispirata al cosmopolitismo ma senza mai dimenticare un fortissimo legame con la città di Roma: come convivono in te queste due anime che apparentemente potrebbero sembrare non facilmente compatibili?

Dal punto di vista musicale, Roma, è stata ricollocata al centro del mediterraneo, senza però dimenticarne l’identità. Il lavoro è impreziosito di sonorità etniche che rispecchiano il periodo storico in cui viviamo (in realtà, la storia dell’uomo in senso lato): scambi culturali, migrazioni, contaminazioni, influenze. Proprio perché si ama l’aspetto popolare delle tradizioni, ciò non va in contraddizione con l’affermazione di una certa romanità ormai dimenticata o, peggio ancora, macchiata solo di volgarità.

Per chi produce arte è sicuramente importante riuscire a creare un rapporto diretto ed empatico con chi ascolta: quanto è importante per te questo aspetto?

Se pensassi di fare arte soltanto per me sarei pazzo. O geniale. Beh, per precauzione ritengo necessario l’Altro che ascolta.

La musica può essere un mezzo di comunicazione molto efficace per esprimere il proprio consenso o il proprio dissenso per le più varie situazioni che vediamo ed affrontiamo: non manca nel tuo album una dichiarazione d’amore riservata alla tua città, che però è anche intrisa di delusione per quello che evidentemente di questa città e della nostra società lascia un po’ perplessi: come vive un giovane come te la responsabilità di veicolare messaggi attraverso la musica, sapendo che questo può influenzare l’opinione di chi ascolta?

La situazione a Roma è soltanto lo specchio di una situazione politico-economica generale; per non parlare poi di quella culturale. La responsabilità a cui allude comporta fatica e nessuna traccia di superficialità: si traduce in un forte impegno cognitivo, più che commerciale. Io, dal canto mio, non posso far altro che impegnarmi: leggo e studio per sopravvivenza.

Oltre ad essere cantautore e musicista immagino che la musica riveste un ruolo importante anche nella tua vita quotidiana: ci sono artisti italiani o internazionali per cui nutri una particolare ammirazione?

Ho passato anni a seguire De Gregori come una groupie in piena fase puberale. Scherzi a parte, inevitabile è la menzione di De André, Guccini, Dylan, Cohen.

Stai collaborando con Alberto Laurenti, che vanta un curriculum di collaborazioni musicali di altissimo profilo: cosa significa per te poter avere delle collaborazioni con altri artisti? Riesci a carpire qualcosa da loro?

Alberto Laurenti è un musicista e arrangiatore esemplare; basta citare Califano e Gabriella Ferri, tra gli artisti che ha curato, per sottolinearne la caratura. Per me è un onore creare in sinergia con lui; e sto imparando tanto. Un altro nome di spicco presente nell’album è Juan Carlos Albelo Zamora, violinista e armonicista di livello internazionale.

Come abbiamo già accennato in precedenza i tuoi interessi artistici sono molto vasti e variegati: c’è però qualche genere musicale o strumento che non hai ancora sperimentato con cui ti piacerebbe cimentarti in futuro?

Si, è vero, mi piace spaziare, ovviamente entro i limiti dettati dai miei gusti personali. Recentemente mi è stato regalato uno strumento che desideravo imparare da tempo: il charango, cordofono andino, conosciuto in Italia per gli Inti-Illimani. Chissà, non escludo una sua presenza in futuro.

C’è un sogno e ti piacerebbe realizzare il futuro che ti darebbe una particolare soddisfazione riuscire a concretizzare?

Non perdere mai il senso critico e, sicuramente, continuare il mio percorso con lo stesso spirito disinteressato con cui ho scritto questi 10 brani. Intanto mi vivo il presente: a breve ci sarà il primo live di presentazione dell’album. Superfluo dire che siete invitati.

Ringraziamo moltissimo Adriano per la sua disponibilità augurandogli di coltivare le sue passioni e realizzare i suoi progetti, regalandoci altri spunti di riflessione attraverso la musica e le parole delle sue canzoni.

Federico Ceste

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