Patrizia Bernardini

Patrizia Bernardini

Il problema delle molestie sul lavoro, come nella vita, è un grande problema. E’ un problema innanzitutto culturale.

stampa articolo Scarica pdf

Buongiorno cari lettori di Unfoldingroma ,oggi abbiamo il piacere di intervistare l’attrice Patrizia Bernardini che come consuetudine parlerà con noi del mondo del teatro e delle notizie inerenti alla stretta attualità

La prima domanda che poniamo a Patrizia riguarda una sua breve presentazione …

Buongiorno a voi. Che dire di me? Lavoro in teatro ormai da da vent’anni e più, e mi formo nel teatro di ricerca; ho lavorato infatti molti anni con la compagnia romana del Metateatro diretta da Pippo di Marca, uno degli esponenti della mitica sperimentazione nata negli anni ’80. Parliamo della corrente romana che vede tra gli altri Carmelo Bene, Giancarlo Nanni, Leo De Berardinis, per fare i nomi più conosciuti. Ma ho lavorato con molte altre compagnie romane: Faccio prevalentemente teatro, che adoro, ma anche cinema, molti corti cinematografici, alcuni hanno vinto rassegne, altri no, ma ovviamente erano tutti bellissimi! Il mio primo lungo da protagonista si intitola “Carta Bianca”, diretto da Andrès Arce Maldonado, con il quale abbiamo vinto il Premio Microcinema/Distribuzione Indipendente al RIFF di Roma del 2013. Perchè faccio l’attrice? Me lo domandano tutti, e me lo domando anche io, a dire la verità; spesso mi dico, visti i tempi duri, “ma chi me lo fa fare?” Non credo che ci sia una riposta univoca ed esaustiva a questa domanda. Ovviamente è una mia grande passione, un grande amore. Credo che recitare sia un’arte, e l’arte nutre la vita, in questo caso la mia, e spero, anche quella di chi viene a vedere i miei spettacoli! Ma, al di là della battuta, credo che nutrirsi di arte faccia bene a tutti, qualunque essa sia, dal cinema alla musica alla danza per parlare di spettacoli dal vivo, ma ovviamente ogni forma d’arte è vivificante per chi la fruisce e per chi la fa. L’arte è una porta aperta sull’infinito, su ciò che non è dicibile totalmente attraverso un discorso razionale, o su ciò che per esser detto in modo esaustivo, avrebbe bisogno di milioni di parole, analisi e discorsi. Con ciò non voglio dire che l’arte si irrazionale, ma solo che riesce a sintetizzare attraverso la propria specifica forma “l’anima” del mondo che rappresenta. Pensate ad esempio a Shakespeare: ogni sua opera parla dell’uomo, delle sue passioni, dei suoi demoni soprattutto; tali demoni vengano raccontati attraverso le vicende di un Otello o di un Re Lear, o di una Giulietta, personaggi di un’altra epoca, direte, ma in realtà ciò che rappresentano è immortale, perchè riguarda la nostra psiche o anima. Ma questo è vero anche per l’arte contemporanea, faccio nomi noti a tutti, per esempio Pirandello: potremmo ormai ignorare, anche se non sappiamo nulla di Psicologia Junghiana, che ognuno di noi indossa delle maschere nella vita, spesso sconosciute a noi stessi? L’arte apre alla riflessione sul presente in modo ludico, ma non per questo meno profondo e vero. L’arte ha il fascino dell’immortalità. Se anche diventassimo tutti atei, la Cappella Sistina continuerebbe a parlare a tutti noi. Potrei fare a meno di recitare forse, con grande dolore, se non dovessi più avere modo di farlo, ma non potrei mai rinunciare a nutrirmi di arte; oltre a tutto il resto ovviamente, anche un bel piatto di lasagne di mamma!

Abbiamo deciso di intervistarla (impressionandoci in maniera positiva ) durante il suo monologo per la presentazione di un brand commerciale dove eravamo stati invitati e gli chiediamo se la protagonista che ha portato in scena racchiude tutte le sfaccettature che lei ha subito nella sua vita d’artista…

La performance cui ti riferisci, è tratta da un monologo molto bello e intenso, che si intitola “Giovanna sotto il sego del tempo”, di Adriano Marenco, un giovane drammaturgo romano che ha al suo attivo già tanti testi teatrali e anche un romanzo, per me bravissimo, che ha scritto questo testo proprio per me, ed insieme alla regista Alessandra Caputo e il musicista Rodolfo Valentino Puccio lo abbiamo messo in scena lo scorso anno, ma continuiamo a replicarlo, visto il successo che raccoglie. Racconta la storia della regina di Spagna Giovanna di Castiglia, detta Giovanna la Pazza. La sua storia mi ha sempre affascinato. Figlia dei Re Cattolici, per intenderci dei re che a cavallo del 1400 e il 1500 unificano la Spagna cacciando gli Arabi, e lo fanno sotto l’egida della difesa della religione cattolica; è la Spagna dell’Inquisizione di Torquemada, quella che finanzia la spedizione di Colombo e conquista tutto il sud America. Data in moglie a Filippo il bello di Borgogna per motivi strategici di alleanze politiche, si innamora follemente di lui, che in verità ricambia la passione. E fin qui, sembra una bella favola. Ma in verità, la sua vita è stata un inferno. E’ una donna che non si sottomette alle regole del tempo, non accetta i tradimenti del marito, non accetta le imposizioni della ragion di stato, e, per farla breve, vivrà 46 anni prigioniera nel castello di Tordesillas in Spagna, segregata come pazza prima dal marito, morto lui, dal suo stesso padre e poi da suo figlio Carlo V. Vive 76 anni, una vita lunghissima per quei tempi, infatti una delle frasi del testo è: “Ma proprio io dovevo diventare la femmina più vecchia del regno? Era un tempo che grasso che cola festeggiavi i 35!”, e per più di metà di essa vive prigioniera. Nonostante questo non abdicherà mai, rimane formalmente regina di Spagna ma non regnerà mai. E’ uno di quei casi di scandalosa violenza che il potere è uso spesso operare. Ma il bello del testo è il linguaggio attraverso il quale si tenta di restituire un ritratto direi non convenzionale di una donna, che al di là dell’esser nata principessa e l’esser diventata una regina, è innanzitutto un essere umano che soffre, ma non si spaventa di tale sofferenza, la vive, la accetta, reagisce come può, forse anche con la follia. E’ un linguaggio poetico ma dissacrante, ironico e grottesco. Giovanna si racconta fin nelle più recondite pieghe dell’anima facendoci ridere, piangere, tirandoci dalla sua parte, con lei si soffre e si scopre come una donna può resistere a tale scempio della sua vita. Quindi per tornare alla domanda, se io ho subito nella mia vita di artista tali dolorosi abusi, beh, direi, per fortuna di no! Anche se fare il mio mestiere non è affatto semplice, però posso scegliere, posso dire sì e posso dire no. Lei non ha avuto scelta alcuna: o sottomettersi o rimanere libera nell’intimo della sua mente seppure devastata. In un certo senso lei non scende a compromessi, e forse in questo sì, siamo simili per quanto riguarda la mia vita professionale. Ciò vuol dire che è molto dura a volte.

Parliamo di politica : al sud la gente vota m5s perche’ ha voglia di cambiamento” - Oliviero Toscani: “la sinistra è andata a vivere ai Parioli, è diventata borghese nel senso più triste. manca l'energia, manca la fantasia - Salvini è la destra dell'ignoranza totale –Chi ha ragione Patrizia ?

Domanda da un milione di dollari, non perchè non sia facile per me aderire al giudizio di Toscani, perchè, credo anche io che la destra di Salvini sia facinorosa, populista, per usare un termine di moda, ed anche ignorante, ma tale caratteristica la condivide con molti esponenti della politica ormai, e condivido anche l’opinione che il centrosinistra, più che la sinistra tout court, abbia smesso sa tempo di “fare la sinistra”. Ma è una domanda che richiederebbe, per poter tentare di capire perchè ci siamo ridotti così, un’analisi un po’ più complessa. E’, la nostra, una situazione che ha radici lontane; la crisi della sinistra inizia secondo me con il crollo del muro di Berlino; con l’avvento della seconda Repubblica tutte le compagini politiche tentano di ridefinirsi e riqualificarsi in qualche modo, ma nessuna di esse, credo, ha raggiunto lo scopo. Qui ci si potrebbe fare una trasmissione fiume di ore ed ore! Ma, mi piace però mettere l’accento su un possibile tema di riflessione per chi ci sta leggendo. Io credo, come Marx, ma tanti altri economisti lo dicono ancora oggi, che ciò che determina la società civile, sia l’economia. Il capitalismo finanziario selvaggio credo che sia il vero responsabile del declino etico del nostro mondo occidentale. La politica fa fatica ad essere un’antagonista reale dei sistemi economici, almeno per certi aspetti brutali. Ha smesso di essere davvero espressione di una possibile giustizia sociale. E’ facile allora scadere nel populismo per ottenere voti, o nelle vacue e irreali promesse. Io penso che si è creduto che non fosse possibile un altro sistema economico, credo che la politica abbia abbracciato questa convinzione, ed abbia giocato le sue carte solo nell’attenuare le conseguenze sociali di tale liberismo senza scrupoli. Chi le vuole attenuare, come il centro sinistra, chi invece abbraccia in pieno l’idea del darwinismo economico, ma comunque nessuna compagine politica crede ormai che possa esserci un’alternativa a questa economia. Penso, paradossalmente forse, che tutta la politica abbia perso, al di là delle appartenenze ideologiche, che ora è anche difficile rintracciare con chiarezza, e che vi sia un solo vincitore: il capitalismo nella sua forma più virulenta ed oppressiva, quella finanziaria. IL M5S esiste perchè la politica ha smesso di fare politica e si è asservita alla finanza, credo. La sinistra ha perso per quello che ho detto e, credo, perchè ancora non ha ridefinito pienamente una identità. Le destre avanzano come sempre succede quando il popolo sta male. D’altra parte non è una situazione solo italiana, ma del mondo occidentale in genere mi pare. Inoltre, è anche lo strato sociale tutto che è sfilacciato, senza possibilità di identità chiare e forti. Siamo in un’epoca di passaggio. Cosa ci aspetta? Difficile dire. Insomma non è che io sia una politologa o un’economista, ma un’analisi non si può fare se no si va alla radice della situazione.

Fino all'ultimo giorno della legislatura Boldrini, Delrio, Orlando e tutti i sostenitori dell'accoglienza si sono battuti per far approvare lo ius soli, ritendola una legge fondamentale per gli italiani. Non capisco perché da quando è iniziata la campagna elettorale nessuno di loro ne ha fatto parola…

Forse non lo hanno fatto perchè gli avversari cavalcavano il destriero del “Va fuori oh straniero”. Forse era argomento scottante in questa campagna elettorale dove le persone credono che la loro povertà sia determinata dai flussi migratori. Io credo che non siamo più poveri perchè pieni di immigrati poveri, ma per tutta un’altra serie di ragioni che riguardano il sistema economico da una parte, il degrado delle nostre infrastrutture dall’altro, il degrado della dignità del lavoro, del diritto allo studio e della sanità pubblica. In un mondo dove il lavoro non è più un diritto riconosciuto e giustamente retribuito, tutelato e sviluppato, tramite anche la formazione, quindi scuole e università, tutto salta. Ma di questa situazione non sono responsabili gli immigrati. Dunque un conto è regolamentare i flussi migratori, fare accoglienza e non la carità, studiare soluzioni adeguate, un conto è inneggiare alla chiusura delle frontiere. Se ci pensi è paradossale in un mondo che è sempre più interconnesso e interdipendente puntare ancora ai nazionalismi tout court. Un conto è la salvaguardia delle identità culturali linguistiche e della dignità di una giusta economia, un conto è parlare di nazioni che si abbarbicano in una non meglio definita identità nazionale contro lo straniero. Che poi, almeno qui in Italia, abbiamo ancora un altro paradosso: parliamo di Italia agli Italiani, ma gli Italiani vorrebbero dividersi tra nord sud e centro.

Grillo: lavorare non serve. Ora c’e’ il reddito di nascita – l’ultima del comico: "una società evoluta è quella che garantisce a tutti lo stesso livello di partenza. l'occupazione retribuita e’ oggi inutile. Io la considero un’uscita poco felice di chi come te vive il mondo dell’arte nell’eccessiva ricerca di teatri,opere ed un pubblico attento a quello che proponi : essere artisti oggi è sicuramente più difficile di quando lui ha cominciato…

Essere qualunque cosa è oggi più difficile di quando lui ha cominciato la sua carriera artistica e anche quella politica. A me Grillo piaceva quando faceva il comico a dire la verità, e anche quando si scagliava contro le lobby economiche che gestivano i servizi. Non ho mai amato però il suo tono rabbioso. Che l’occupazione retribuita poi debba essere inutile, non so proprio da quale cilindro l’abbia tirata fuori. Credo invece che salvaguardare il lavoro significhi anche salvaguardare le competenze, e dunque la formazione e l’esperienza e dunque anche la retribuzione. Altra cosa è garantire a tutti i cittadini la possibilità di un livello di vita accettabile, il diritto alla casa, al lavoro, all’istruzione, alla sanità, ai servizi.

Non crediate poi che chi vive nel “mondo dell’arte” viva in un mondo dorato, abbiamo i problemi che hanno tutti i lavoratori. Anche per chi è arrivato al successo, non è sempre semplice mantenerlo. Tra l’altro la nostra è una categoria tutelata pochissimo, che ha un contratto nazionale ridicolo, e quasi, con la nuova legge contributiva, una categoria che pare si avvii all’estinzione.

Dove i contratti si fanno ormai non su un minimo sindacale garantito, che è iniquo e ridicolo come dicevo, ma a forfait per prove e spettacolo. Ovviamente chi ha potere contrattuale, cioè professionisti affermati a livello di massa, cioè noti, ha la possibilità di decidere il proprio compenso, come in tutte le categorie professionali private, ma chi non è conosciuto, deve lottare per i propri diritti di lavoratore. L’altro problema è il pubblico, nel nostro paese, pagare a teatro pare un delitto. Il biglietto è sempre troppo basso se si considera tutto il lavoro che c’è dietro alla scrittura, alla messa in scena, alle prove, poi le spese tecniche, del teatro , dei professionisti coinvolti, dai musicisti, agli scenografi, costumisti, attori, registi, tecnici. Dietro uno spettacolo di un’ora ci sono migliaia di ore di lavoro. E certo se sono Grillo, richiamo un sacco di gente a teatro per l’evento, ma il teatro non può essere relegato all’evento, il teatro ha bisogno di stare in scena non un giorno due o tre, ma a lungo, il teatro non può abbracciare la filosofia del consumo “fast”, ma al contrario ha bisogno del tempo dello stare, di essere fruito con calma, anche il teatro comico, il teatro è scambio immediato tra chi è presente in quel momento, sul palco o fuori ed ha i suoi tempi.

Miriam Leone : "le molestie? a me sul lavoro non è mai capitato niente, mentre sono stata disturbata nella vita privata da persone ambigue. dobbiamo unirci, uomini e donne: come ci si difende, e tu hai aderito a manifestazione per sensibilizzare questo odioso comportamento ?

Certo che ho aderito. Il problema delle molestie sul lavoro, come nella vita, è un grande problema. E’ un problema innanzitutto culturale. Sembra a volte, di fronte a certi fatti di cronaca di essere tornati indietro di decenni. Il degrado culturale tipico della nostra epoca non può non coinvolgere anche gli atteggiamenti di prevaricazione del maschile sul femminile. Ma in generale del potere su chi meno potere ha, e ovviamente questo riguarda anche la prevaricazione sessuale. Ma anche questo è un discorso complesso.

Credo che bisogna distinguere le molestie sessuali dai fatti di cronaca che vedono donne uccise dai loro compagni, perchè pur avendo la stessa matrice di prevaricazione di chi è più forte, o si ritiene tale, sul più debole, pure non si può analizzare tutto con identici criteri. Direi che ci sono diversi fenomeni che hanno la stessa origine, cioè il non rispetto dell’identità altrui, della sua autonomia, del suo diritto ad autodeterminarsi. Ma questo matrice si declina poi in fenomeni simili eppure diversi, che vanno analizzati singolarmente. Lo stupro; la derisione e l’aggressione contro chi fa scelte sessuali diverse dalle proprie; quello che oggi chiamiamo femminicidio, dove entra anche un malsano senso del possesso, una incapacità ad accettare la fine di una storia che viene vissuta come abbandono e tradimento; la violenza nelle mura domestiche; la violenza sui minori, in casa e fuori; il bullismo; il razzismo. Solo per citare alcune delle piaghe del nostro tempo. Perchè assistiamo a questo scempio? Perchè non c’è vera tutela per chi denuncia violenze, e si grida al fattaccio solo quando è tardi? Il problema è culturale è di prevenzione ed educazione.

Rispetto allo specifico della violenza sulle donne di qualunque genere sia, è sacrosanto che è un problema che riguarda uomini e donne, e che insieme si deve lottare contro ogni forma di prevaricazione. A partire dalle cose che paiono innocue. Come sempre, la lotta è nel quotidiano, non solo nei cortei, è nel cambiare atteggiamento e comportamento nella vita di ogni giorno. E’ nel quotidiano innanzitutto che passa il rispetto dell’altro, il corteo può solo essere un momento aggregativo e condiviso, può far rumore, ma non basta. E’ nel “silenzio” della quotidianeità che la vita si svolge ed è lì che bisogna impegnarsi con ogni mezzo a disposizione.

Parliamo di cronaca : donna boss emulava 'Imma' di Gomorra. arrestata nel blitz guardia di finanza di Pavia ;sei riuscita a vedere questa fiction ,che idea hai di questo nostro prodotto venduto all’estero ? Perché i personaggi negativi sono cosi emulati ?

Chi non ha visto almeno una puntata di Gomorra? Professionalmente poi, almeno un paio di puntate di ogni cosa le guardo ovviamente. Gomorra è una serie ben fatta, bella sceneggiatura, bravi attori, bella regia e tutto il resto. Personalmente non la amo. Riconosco che è un prodotto di alta qualità professionale. Credo anche che abbia avuto un senso anche culturale produrre la prima serie, la seconda, ovviamente viene prodotta per puri motivi economici visto il successo. Da una parte dimostriamo in questo modo che siamo in grado di produrre cose a livello internazionale, di solito la nostra fiction rimane nelle mura di casa nostra. E questo è importante. Ma, non è un caso che prodotti del genere siano di casa Ski e non Rai o Mediaset. E comunque ci si allinea così anche a tutte le produzioni estere che sfornano programmi e fiction ad alto tasso di violenza. Quando commercialmente una cosa funziona, se ne producono a catena. Perchè la violenza funziona? Perchè, credo, è una parte che ci appartiene in quanto umanità, siamo anche violenti, e lo dimostriamo ogni giorno. La malavita organizzata è violenta, e il cinema, la fiction, il teatro stesso, lo mostrano, mostrano cosa siamo, nel bene e nel male. Che la gente si affezioni a questi personaggi vivendoli come quasi eroi, è purtroppo un effetto quasi non eliminabile. Il punto non è non far vedere questo, quindi non produrlo, il punto è mostrare anche l’altra faccia dell’umanità. Produrre serie che raccontino anche altri mondi che non siano quelli patinati della fiction a cui siamo abituati con mamma Rai e Mediaset, ma sceneggiature all’altezza di Gomorra, all’altezza delle grandi serie straniere che siano da contraltare. E poi il problema è sempre lo stesso credo: in un mondo in cui i “modelli” positivi scarseggiano, quelli negativi la fanno da padrone, perchè le persone hanno bisogno di identificarsi con qualcosa, qualcuno. E forse abbiamo destrutturato, distrutto tanti “modelli”, ma ancora non ne abbiamo costruiti di nuovi. Non è che non ci siano, è che le masse, si “ammassano”, appunto, su ciò che è riconoscibile e entra a far parte del senso comune e della comune esperienza, se il modello imperante è arrivare non per duro lavoro e merito e formazione, ma per conoscenze e presentazioni e affiliazioni, perchè non si dovrebbe ammirare chi lo fa con la violenza, visto che una forma di violenza è anche non riconoscere il merito e la fatica di chi ha sudato per svolgere professioni, di qualunque genere esse siano?

Il personaggio che hai interpretato più negativo te lo ricordi ?

Beh, a parte personaggi classici, come Clitemnestra, la grande traditrice del marito re, che lo uccide complice il proprio amante scatenando la tragedia di Elettra, ma non è una vera “cattiva”, si, mi è capitato di interpretare personaggi “negativi”, ma in verità, il più cattivo era una donna di un testo contemporaneo, che voleva uccidere per vendetta un giudice che aveva condannato suo figlio e che in carcere si era suicidato. Che poi anche questa più che cattiva era morsa dal desiderio di vendetta, un desiderio che però non portava a conclusione. Quindi no, non ho mai interpretato per esempio una donna che decide della vita o della morte altrui per i propri biechi interessi, non una mafiosa, non una camorrista o una serial killer. Però sono personaggi che attraggono un’interprete sicuramente.

Ho letto anche di Raul Bova - "basta con i cellulari a teatro: chi vuol telefonare se ne stia a casa" – Il giornalista Gramellini: "una volta uno andava a teatro per trascorrere 2 ore lontano da tutto, anche da sé. Ma ora ogni disconnessione dal proprio ego, è considerata un lusso da artisti….

Ma in verità non credo che gli artisti siano tanto sconnessi dal proprio ego, e lo dico con un sorriso ironico. Certo è che il cellulare che squilla o vibra in platea è fastidioso assai. A dire il vero non è che mi disturbi particolarmente, in quanto “rumore”, quello che intristisce è che non si riesca a “sconnettersi” mai, come se non si potesse più regalarsi due ore senza sentirsi cercati, o controllare se siamo stati cercati, taggati o “piaciati” in qualche social, o presi dall’ansia se per due ore rimaniamo scollegati dalle comunicazioni, della serie e se succede qualcosa di grave e non mi trovano? Io sono di una generazione cresciuta col telefono a gettoni e il lucchetto a quello di casa. Noi per parlare e scambiarci emozioni, racconti e tempo, uscivamo di casa e fisicamente ci incontravamo. Se andavamo al cinema o a teatro, nessuno sapeva davvero dove fossimo, eravamo irrintracciabili. Oggi non è così. Ma non si può fermare la tecnologia, sarebbe stupido. Ma imparare ad usarla al nostro servizio e non per esserne schiavi. E direi anche che le proibizioni non educano, solo impediscono. Se si è bimbi abbiamo bisogno di divieti, da adulti dovremmo diventare capaci di scegliere. E siamo sempre al solito nocciolo: la cultura del rispetto, di sè, degli altri. Dico una banalità, ma una cosa banale è tale perchè è vera.

Da musa di Antonioni alla svolta comica nonostante lei volesse "disperatamente fare la tragica", a Roma una mostra celebra l' attrice regina della commedia italiana – Sordi: "era l’ideale per recitare in coppia" - e pensare che un medico le disse: “con quelle corde vocali arrugginite, tutto potrà fare tranne che l' attrice” – Andrai a vedere questa mostra ? Che ne pensi di Monica come attrice e soprattutto ti piacerebbe portarla a teatro con un monologo a lei dedicato ?

Mio DIo! Monica Vitti è un mito! Un’attrice meravigliosa, una nostra icona. Come si fa a non amarla, a non amare i suoi personaggi, il suo cinema fatto di grandi attori, registi, sceneggiatori? La sua risata roca, le sue splendide gambe, il suo sorriso dolce, ironico, a volte dissacrante? Dedicarle una mostra è doveroso, perchè lei è la nostra storia, la storia del nostro cinema. E sì, farò il possibile per andarci. In quanto portarla a teatro, direi che ogni interprete avrebbe piacere a portare in scena un mito del suo calibro. Detto questo forse non sarebbe magari la prima attrice che mi verrebbe in mente di portare sul palco, non perchè non la adori, ma perchè forse avrei altre attrici che ritengo essere più a me affini, per esempio la Magnani. Siamo nel mondo delle ipotesi dove tutto è possibile, e sì mi piacerebbe un personaggio dello spessore interpretativo, dal carattere complesso e anche dalla vita così particolare della Magnani.

Manca esattamente qualche giorno alla Festa del Papà 2018, ricorrenza che cade il 19 marzo, giorno in cui si celebra anche San Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Si tratta di un’occasione davvero speciale, anche se non in tutte le parti del mondo cade nello stesso giorno: che rapporto hai con tuo padre ti chiedo questo perché a dicembre uscirà il sequel di Mary Poppins che racconta l’amore della scrittrice del libro nei riguardi di suo padre per l’appunto….

Mio papà l’ho perso, dopo una lunghissima malattia 9 anni fa. Non mi è facile parlare di lui. E di me e di lui. Era un padre amoroso, anche se non lo dimostrava attraverso i gesti. L’unica cosa che aveva a cuore per noi figli, era lasciarci liberi di essere quello che volevamo. Poche parole, solo esempio. Un uomo che ha sempre lavorato con onestà. Accogliente verso gli altri, ma timido e chiuso nel raccontarsi. Il dolore più grande per me è stato assistere al suo dolore e a quello di mia mamma per la perdita di mio fratello, avvenuta 10 anni prima della sua. E poi che sia morto in ospedale da solo, io ero andata via da 10 minuti e stava benino, lo avrebbero dimesso il giorno dopo. Erano le 21.30. E io so che aveva paura a rimanere solo, era diventato cieco e portava anche l’apparecchio acustico, in un luogo a lui non familiare. Ma quella sera stava tranquillo e si sentiva decisamente meglio. Il mio rimpianto è non avergli tenuto la mano in quel passaggio. Mi manca. Mi manca il suo sguardo silenzioso su di me. Come mi mancano gli occhi di mio fratello. Ma visto che il 19 marzo, oltre ad essere il giorno della festa del papà, festa che non amo in sè, come quella della mamma o della donna e via dicendo, è anche il compleanno di mia mamma, ringrazio l’universo e Dio di averla ancora con me.

Patrizia sei diventata attrice per fare dispetto a qualcuno ?

Assolutamente no. Sono diventata attrice non perchè lo avessi deciso da piccola, il mio percorso di studi era totalmente diverso, mi sono laureata in Filosofia, e adoravo la Storia dell’arte e della letteratura. Ma la prima volta che ho studiato e messo in scena un testo, lì sopra, sul quel palco ho capito che quella era davvero la cosa che “era mia”, che lì potevo esprimere qualcosa di me che forse nemmeno io conoscevo. Ho sempre amato il teatro, il cinema. L’ho sempre frequentato sin da piccola come spettatrice, ma mai avevo nemmeno sognato di farlo. Come ci sono arrivata, beh questa è un’altra storia. Il nocciolo è che da quando ho iniziato a studiare come attrice, e a farla, non ho più smesso. E non vorrei mai smettere. Spesso mi dico che non me lo ha ordinato mica il dottore di fare l’attrice, e che quindi potrei farne a meno, fare altro per vivere, perchè effettivamente è difficile vivere ora con questo mestiere, e non è detto che se inizia ad andar bene, continui così; non sai quante volte ho iniziato da capo, nuovi contatti, nuove esperienze, come se non avessi anni di formazione e palco sotto i piedi. Eppure è difficile dire perchè, perchè questo mestiere ti avvolge e conquista fin nel DNA, perchè continui a farlo nonostante tutto, perchè non è come cambiare mestiere: non va bene il negozio? chiudo e metto su un Bed&Breakfast! Per nessuno è facile cambiare mestiere credo, per noi è quasi impossibile. Ci inventiamo mille escamotage, ma tutti girano intorno al mestiere dell’attore.

Ti sentivi ribelle?

No, non direi che mi sentivo particolarmente ribelle. Forse perchè in famiglia non avevo bisogno di fare la ribelle per poter scegliere cosa essere o fare. Certo, ribelle verso il sistema, ma questo è quasi connaturato alla gioventù, guai a non esserlo. Ribelle a scuola, impegnata politicamente, in lotta per i miei ideali sì. Questo sì. Ma definirei il mio senso di ribellione un sano atteggiamento di ricerca di chi fossi. Poi mi sono anche persa in questa ricerca forse, ma in fondo, se non ricerchi, se non ti interroghi, se non ti perdi anche a volte, che senso ha vivere?

Ci sono dei grazie per quelli che ti hanno supportato in questi anni ?

Ringrazio tutti i miei maestri, tutti, e sono molti, sono quelli con cui ho studiato, da Panichi a Di Marca, a Sepe, a Coltorti, non posso citarli tutti, quelli con cui ho lavorato, registi e attori, ma anche i tecnici insegnano tantissimo. Ma ringrazio anche tutte le brave attrici e i bravi attori e registe e registi che ho visto in scena, o sullo schermo; da loro, guardandoli, ascoltandoli ho imparato moltissimo sull’arte dell’attore, e continuo ad imparare molto. Sono grata per ogni spettacolo bello che vedo, per ogni film magnifico che guardo.

Dove ti troveremo nei prossimi giorni ?

Sicuramente in giro per le strade di Roma! La mia adorata città che decade con grande dolore per me. Ma è magnifica e su questo non si discute! Per quanto riguarda i miei progetti di lavoro, il mese prossimo sarò a Bologna sempre con il monologo su Giovanna la pazza, “Giovanna sotto il sego del tempo”, che riporterò ancora a Roma a maggio. Sicuramente in un teatro di perifieria di nuova apertura, perchè il teatro va portato ovunque sia possibile, e spero anche in una rassegna di Teatro Off a Roma, molto seguita dal pubblico romano, ancora non ci sono stati comunicati i risultati della selezione.

Per contattarti per eventuali spettacoli

Ho la mia pagina FB ovviamente, dove è facile evincere se sono in scena, il mio profilo Instagram, da poco in verità, perchè non sono molto “social”, nè “internettiana”, infatti non ho un mio sito web, ma non è escluso che lo farò, bisogna adeguarsi ai mezzi di comunicazione. Tu in ogni caso hai tutti i miei contatti, e non mancherò ovviamente di invitarti al mio prossimo spettacolo.

Progetti per il futuro ?

In cantiere ci sono oltre alla ripresa di spettacoli già fatti ovviamente, l’idea di riprendere un testo che ho amato molto, che è stato il mio primo monologo, adattato per me da Pippo di Marca dall’ultimo capito dell’Ulisse di Joyce, il famoso “flusso di coscienza” di Molly Bloom, la moglie del protagonista dell’Ulisse. Un’altra storia di donna, non storica, ma tratta da uno dei più bei ritratti del femminile del nostro tempo. Poi si lavora ad un progetto di riscrittura in chiave moderna di di grandi figure classiche di donne, perchè quei miti ci parlano ancora oggi, chi potrebbe essere Medea oggi per esempio? Il tema della vendetta, pare quanto mai attuale, ma è una saggia scelta? Questa ricerca mi affascina moltissimo. E ancora un progetto che spero veda la luce presto, sul quale non dico nulla, che riguarda ancora il femminile. A volte le idee vanno tenute per sè. Per la prossima stagione dunque spero fortemente di portare almeno uno di questi nuovi progetti alla luce del palco. I giochi si devono ancora fare. Spero che tu sarai tra il pubblico in prima fila.

Grazie per l’intervista. Grazie a chi avrà la pazienza di leggerla e spero anche il piacere. Qui ora ci vorrebbe uno smile; vedi, ritorniamo all’inizio, un segno grafico, artistico, può contenere molte informazioni: il mio sorriso a voi, che significa grazie ma anche tante altre cose.

Antonello Tavoletta  

© Riproduzione riservata