L'Italia Che Annaspa Secondo Federico Ruffo

L'Italia Che Annaspa Secondo Federico Ruffo

Il giovane reporter Rai a ruota libera sui temi caldi dell'attualità, del calcio e del giornalismo: un quadro non troppo rassicurante

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Social network, attualità, politica, calcio e giornalismo. Quanti temi si possono toccare con Federico Ruffo, pluri premiato reporter di punta della Rai, che dal 22 ottobre tornerà protagonista su "Report" con le sue inchieste. Unfolding Roma lo ha raggiunto telefonicamente e ne è venuta fuori una chiacchierata colma di spunti interessanti.

Federico, innanzitutto che qualità deve avere un bravo reporter in generale?

Per la maggiore, è una questione di indole, una dote innata. Sei portato a un certo tipo di cose, ci sono tanti modi di fare il giornalista e di certo devi avere una grande propensione al sacrificio. Fare il reporter comporta un’assenza di orari e una vita molto nomade. Non puoi anticipare molte cose, una storia ti esplode tra le mani e non puoi sempre gestire questa cosa. Con evidenti ripercussioni sulla vita privata. La butto sul ridere, ma la maggior parte dei colleghi che conosco non hanno mai avuto un matrimonio unico che è durato una vita. Il nomadismo porta a perdere l’equilibrio e ci si tende a dimenticare della propria vita privata, e anche quando sei presente la testa è da un’altra parte e una storia non la molli mai. Inoltre, se hai lavorato bene questa cosa ha ripercussioni, come per esempio le reazioni e le polemiche di chi è stato tirato in ballo, non è semplice. E un’altra cosa è fondamentale: devi saper guardare dove gli altri non guardano, perché se racconti una storia che hanno già raccontato tutti non ha senso. Anche perché osservare dove guardano tutti significa guardare dove il protagonista vuole.

Vito Crimi ha assicurato di valutare ad ottobre l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. E' davvero un ordinamento superato e da abolire?

“Io in linea generale condivido l’abolizione, da un lato. Non ho mai toccato con mano la presenza tangibile dell’Ordine se non per delle seccature. Non sono mai stato difeso e non ho mai avuto un problema in cui l’Ordine potesse tutelarmi o tutelarci e guardarmi le spalle, davvero mai. Non ricordo un intervento che sia stato risolutivo per un problema che ci riguardava se non questa solidarietà di facciata che ogni tanto viene fuori. Ma c’è da aggiungere anche una cosa: il fatto che non ci sia un organismo censorio, nel senso buono, un organismo che vigili su un codice deontologico, non la trovo una buona cosa. Trovo certamente meravigliosa l’idea che ognuno sia giornalista di sé stesso, ma questo comporterebbe la mancanza della verifica delle fonti, che tutto sarebbe valido, che ci sono argomenti della vita privata delle persone che non puoi assolutamente trattare. Se non c’è un ente terzo che vigilia su tutto questo non sarebbe un bene. Verrebbe da dire che può pensarci la magistratura in caso di uscita dalle regole, ma i tempi non sarebbero consoni, soprattutto in un’epoca di fake news incontrollate come questa. Inoltre c’è una questione politica, seppur io non sia assolutamente attratto dalla materia: i due partiti di governo mi sembrano vicini a questa iniziativa per poter cercare magari di risolvere questioni interne. Ed inoltre non è certo la politica che può decidere su un argomento così delicato, che personalmente sottoporrei a referendum.”

Enrico Mentana, con il quale tu hai lavorato, ha lanciato l'idea di un nuovo quotidiano con giovani giornalisti regolarmente contrattualizzati e stipendiati. Come giudichi l'idea?

“L’iniziativa di Enrico è lodevole e ammirevole e saggia. Ho avuto modo di lavorare con lui e ho i miei ricordi migliori dal punto di vista professionale. Il punto piuttosto è non arrivare a non voler speculare eccessivamente, il che è il nodo della questione. L’attività editoriale si può fare e gli editori non ne devono ovviamente trarre un tornaconto enorme, cosa che in Italia è difficile da trovare ma che non mi sembra peculiarità di Mentana. E’ una operazione provocatoria, vuol dimostrare che si può fare, ma occorre metterla in mano a chi gestisce il mercato. L’unica iniziativa, senza un grande gruppo editoriale o un editore, ben riuscita, che io ricordi di recente, è quella del “Fatto Quotidiano”. Hanno costruito una rete di collaboratori all’epoca sconosciuti ma che poi sono divenuti tra i migliori sulla piazza. Si può certamente discutere tutto, ma hanno fatto una operazione giornalisticamente importante e ha pagato.”

Più in generale, la sanguinosa situazione dell’editoria è sotto gli occhi di tutti. Come vedi la questione e com’è cambiata l’informazione?

“Il grande male di questo settore è che il più delle volte siamo troppi, e nessuno vuole ammetterlo. Ci sono troppi giornalisti per un pubblico che ci segue sempre meno. Perché? Perché l’informazione è cambiata e non lo scopro certo io. L’informazione oggi te la fai da solo, il che non è necessariamente un bene. Avremmo dovuto accorgercene prima e intercettare il cambiamento con una attività educativa, ma invece abbiamo pensato che la carta stampata vivesse in eterno, che il nostro modo di fare giornalismo dovesse essere sempre quello e nel tempo gli altri ci hanno divorato. Gli utenti si fanno una informazione personale e prendono un pezzo qua e un pezzo là, sugli argomenti che ti interessano. Guardate i primi dieci articoli più cliccati su tutti i siti online: sono sempre a sfondo sessuale o dove ci sono animali che fanno cose divertenti. Compreso i siti dei quotidiani sportivi, la gallery delle Wags è tra le più cliccate. La gente non vuole più una notizia perché è vera, la gente vuole informazione a seconda del suo gusto e della sua idea. Compri la singola notizia come se ci trovassimo al supermercato. E quindi anche l’attività editoriale di un giornale è perennemente in perdita e ha un costo altissimo, e non riusciamo a venirne fuori. Gli editori spesso sfruttano un amore sconfinato per questo mestiere, convincendo il singolo e giovane giornalista che sia lui a fare un regalo alla causa. E invece non è così. E dunque viene un’età in cui poi il giovane dice: ok, mi arrendo. Ma non sei tu che ti arrendi, è la situazione che impone questo.”

Milena Gabbanelli, lo scorso marzo, aveva parlato di 30 mila ponti a rischio in Italia. Che idea ti sei fatto della tragedia di Genova e della sua genesi?

“Eventi come questo sono uno spaccato impressionante del paese, perché racchiudono dentro una serie di storture tipicamente italiche. Che le cose fossero messe male si sapeva, ma non si poteva immaginare venisse giù in quel modo il ponte, però probabilmente non ci sarà mai una responsabilità. Intanto le infrastrutture datate: realizzate con materiali e tecniche che sono ormai superati, non si poteva pensare durassero in eterno. In secondo luogo, c’è la metodologia tipicamente italica di preferire una serie di piccoli interventi, che nel tempo costituiscono un costo enorme, invece di rifarlo con un investimento grosso, subito. Con il Ponte Morandi è stato fatto questo, una serie di interventi che non sono bastati e sono costati molto di più che l’eventualità di rifarlo prima. E poi il problema principale, e non temo di essere smentito dall’inchiesta che verrà: non abbiamo saputo prendere coscienza dell’incremento del traffico del paese. Quando fu costruito, ci si muoveva in altro modo. Il trasporto ferroviario non è stato incrementato, e a causa del costo delle autostrade, per poterlo ammortizzare, i camion sono stati caricati sempre di più, per cui sono venuti meno anche i controlli poiché i tir hanno per forza una portata massima che dovrebbero rispettare. Le sollecitazioni alle quali era sottoposto il ponte erano tantissime, e noi questo non l’abbiamo capito e se l’abbiamo capito ce ne siamo fregati. Anche il progetto forse non era brillante come era parso cinquant’anni fa, e ora la paghiamo con gli interessi perché quella zona del paese deve cambiare la propria visione, abbiamo isolato un pezzo di Italia dalla Francia. Non abbiamo mai fatto un ragionamento serio sul nostro modo di muoverci, abbiamo lasciato fare al tempo ma è anche vero che la nostra è una coperta corta, non abbiamo le risorse per un intervento serio e dovunque la si guardi siamo davanti a un problema economico. Il trasporto su rotaia dovrebbe essere incentivato, ma come lo incrementi? Dovresti rendere la ferrovia più efficiente e accogliente, ma dove le trovi le risorse? Le ferrovie dello Stato non le hanno. Sul versante adriatico abbiamo una tratta tra le più indecenti d’Europa. Prova a pensare di andare a Matera in treno… quasi impossibile. Anche se volessimo aumentare il trasporto su mare, dovremmo trovare risorse.”

Nel 2017 hai curato un programma sull’odio virtuale, “FarWeb”. Ormai i social network la fanno da padrone nelle gazzarre politiche o sportive, ma non credi che sia pur sempre colpa dell’individuo che usa male uno strumento così prezioso?

“E’ vero, ma è altrettanto vero che siamo peggiorati. I social network hanno soltanto dato una cassa di risonanza a quello che già eravamo. Ha esaltato gli scolari seduti all’ultimo banco, così come quelli in prima fila, siamo sempre stati questo. Ora, ogni voce conta uno: dal punto di vista democratico è meraviglioso, ma dal punto di vista del dialogo è un male. E lo vedi ogni giorni, il livello del confronto si abbruttito, nel calcio come nella politica. In quest’ultimo caso, questi mesi di governo giallo-verde sono stati esemplificativi. La prima volta che a un governo capita di prendere una cantonata, la reazione è diversa da anni fa. Un tempo si facevano ragionamenti e persino chi patteggiava per loro ne prendeva atto e dava inizio a un dialogo. Oggi lo vedi nel ritiro del decreto vaccini: hanno dovuto cedere alla scienza e non alla pancia, ma se tu vai su Twitter e trovi un politico del PD che scrive ‘oggi ha vinto la scienza’, prova a guardare la sfilza di commenti sotto. Non c’è un dialogo, e si tira sempre in ballo l’informazione asservita. La gente rifiuta quel tipo di informazione. I social hanno reso il commento da spacconi al bar un commento che arriva al mondo, non più alla piazza del paese e basta. Quel bar te lo porti in tasca 24 ore su 24, e ci ha dato uno specchio più fedele di quelli che siamo. L’opinione condivisibile diventa anche quella di chi non fa un ragionamento. Anche qui, dal punto di vista democratico è meraviglioso, ma non genera una possibilità di confronto, ma una ignoranza ancora più diffusa. Il problema sono le generazioni future: la mia generazione ha conosciuto anche un mondo senza social, io stesso mi sono dovuto formare in modo diverso; ma quelle future penseranno che il modo di pensare valido sia quello del web”

Nel 2013 la tua inchiesta sul calcioscommesse ti ha fatto vincere il premio “Ilaria Alpi”. La situazione del pallone in Italia oggi è ai minimi storici, tra fallimenti, regole cambiate in corsa e incapacità di rinnovamento.

“La questione calcio si arrovella intorno ai soldi, nel bene e nel male. La forbice tra i club molto ricchi e non ricchi, si è allargata. E non la accorci in tempi ragionevoli. Sarebbe opportuno distribuire le risorse in modo diverso. Quest’anno con la riforma dei diritti tv in parte è accaduto, ma è stato un cambiamento molto piccolo. Il vero grande problema è che il calcio ha una coperta cortissima: soldi non ce ne sono, da tanto tempo. E ci si è mossi nella direzione contraria: invece di diminuire le squadre, sono aumentate. Sempre più squadre e sempre meno soldi, e a questo è collegato il calcioscommesse: se giochi in una squadra che non ha possibilità, che sai che dovrà retrocedere e non ti paga da sei mesi, è logico che la proposta di scommettere e investire denaro che moltiplicherai perché quella partita finirà col risultato accordato, sarà molto allettante. E comunque, più in generale, se ti guardi intorno in una qualsiasi riunione della Lega, lo vedi chi sono i personaggi. Preziosi è addirittura stato beccato con la valigetta in mano per comprare una partita e le plusvalenze di Milan e Genoa su giocatori sconosciuti è assurdo. Il Chievo oggi va sotto processo, ed è giusto, ma fingiamo di non aver visto ciò che è accaduto in passato. La scommessa sportiva in tutto il mondo è una realtà, non puoi tornare indietro, così come le slot e tutto il resto. I monopoli si arricchiscono sulla pelle dei poveri e questo è un dato di fatto, però esisterebbe la maniera di mantenere aperto un canale di introiti e cercare di prestare però attenzione al fatto patologico. Basterebbe, e non è una operazione così complicata, bloccare tramite il codice fiscale dello scommettitore un importo più elevato del consentito. Ma è anche vero che sono tutte cure palliative, perché tanto fatta la legge, trovato l’inganno. L’Italia è stato uno dei primi paesi che ha legalizzato le scommesse, perché i soldi prima finivano da tutt’altre parti. Sto curando la puntata d’esordio della nuova edizione di “Report” a proposito di soldi di biglietti che vengono riciclati, e, dopo aver impiegato tempo per capirlo, sono arrivato alla conclusione che il sistema che viene usato non porta a dimostrare i colpevoli, anche se c’è un riciclaggio”.

Stefano Ravaglia 

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