Senza Antonio Abbiamo Perso Una Opportunità

Senza Antonio Abbiamo Perso Una Opportunità

I funerali di Megalizzi, ucciso a Strasburgo, passati quasi in sordina

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"Un pezzo di cielo è sceso in terra e ora vi ha fatto ritorno". Le parole di Lauro Tisi, arcivescovo di Trento, non potevano rendere meglio l'idea di chi era Antonio Megalizzi, il giornalista ucciso a Strasburgo. Nel capoluogo trentino si sono celebrati i funerali dopo che Mattarella aveva accolto il feretro di rientro dalla Francia. Presente il premier Conte, assente Salvini. L'onorevole Michela Biancofiore ha dedicato al ragazzo un cuscino di rose blu, con dodici rose gialle al centro, a simboleggiare la bandiera europea. Quella che Antonio sventolava dentro di sé fiero e forte, immerso nel progetto EuroPhonica, per il quale lui era il referente italiano. Alla veglia del giorno precedente, una comune signora intercettata al microfono aveva detto: "Abbiamo perso una opportunità". Già, questo era Antonio. In un continente dilaniato sempre più dagli estremismi, in particolar modo presenti proprio in Italia, Megalizzi guardava oltre. Aveva una mentalità aperta e sognatrice, dove il merito vale e la raccomandazione no. Dove l'Europa è una risorsa e non una maestra cattiva che impartisce compiti. Integrazione non significa accogliere chiunque, soprattutto chi vuole delinquere, e questo Antonio lo sapeva.

Ma in cuor suo si era impegnato a tenere aperte quelle porte del dialogo e della cooperazione, della integrazione tra lingue e costumi diversi. L'opportunità di andare controcorrente rispetto ai muri che qualcuno vorrebbe innalzare in antitesi con un mondo che deve andare avanti e non tornare ai giorni bui del passato. Antonio è stato vittima della sua stessa voglia di cambiare l'Europa, a 29 anni sognava, progettava e viveva come uno della sua età dovrebbe fare. Il lassismo della nostra società, il totale abbindolamento mediatico portato in auge soprattutto dai social network, ha creato un analfabetismo 2.0: poca capacità lucida di scrivere e di articolare ragionamenti, preferendo scegliere la comoda strada della condanna cieca e ignorante. Antonio Megalizzi era il paladino di tanti giovani come lui, che pensano che conti ancora il merito e non la spintarella, che una volta rifiutò un incarico in una radio della Curia perché il responsabile conosceva sua madre, che in parrocchia si dava tanto da fare. L'unica strada doveva essere quella dettata dalle proprie capacità, l'unica risorsa la propria formazione, lo studio e l'apprendistato. Le sue esequie sono passate quasi in sordina, come se fosse ormai divenuta una scontata prassi quella di piangere morti a causa del terrorismo.

Nemmeno Antonio però avrebbe voluto la condanna cieca di chi gli ha sparato: l'immigrazione clandestina è da condannare e da respingere fermamente, così come la generalizzazione che tutti coloro che varcano la soglia siano da mandare indietro come fossero potenziali kamikaze. L'Europa che sognava Antonio però si basava sui principi della scoperta e della collaborazione, come quando lo scorso 25 aprile appoggiava i tirolesi nel loro difficile percorso di integrazione con l'Austria e il complicato iter sui consolati. Ci si domanda spesso perché siano sempre i cattivi a vincere e i buoni a soccombere, e forse non avremo mai risposta: Antonio era un buono. Era un pezzo di cielo che, purtroppo, è tornato al suo posto. E senza di lui, come diceva quella donna, perdiamo l'ennesima opportunità.

Stefano Ravaglia


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